
Università di Sassari
Alle origini del ‘juramento profético’:
Aspetti giuridico-religiosi della prima secessione sul Monte Sacro*
SOMMARIO: 1. “Tierra santa” e “libertad de la patria”: giuramento di Bolívar e tradizione romana. – 2. La seditio dei soldati plebei quale alternativa allo scelus. – 3. Il compromesso e la creazione del tribunato. – 4. Il vetus ius iurandum plebis – 5. Cerere, Libero, Libera. – 6. La plebe e Giove: tra religio e politica. – 7. La sacrosanctitas: una alternativa agli auspici. – Abstract.
Nel 1824, Simón Bolívar in una epistola inviata a Simón Rodríguez[1], suo maestro e compagno di viaggio in Europa, richiamava alla memoria il giuramento prestato a Roma sul Monte Sacro 19 anni prima:
«¿Se acuerda Ud. cuando fuimos juntos al Monte Sacro en Roma a jurar sobre aquella tierra santa la libertad de la patria? Ciertamente no habrá Ud. olvidado aquel día de eterna gloria para nosotros; día que anticipó por decirlo así, un juramento profético a la misma esperanza que no debíamos tener»[2].
Seppur un fugace ricordo, questo passaggio è colmo di forti valenze ideologiche; qui il giuramento del 1805, ispirato dalle gesta della plebe romana[3], è designato dal Libertador quale “profetico”, in quanto propedeutico alle lotte intraprese contro la dominazione spagnola in America Latina. Nella lettera, inoltre, si rinvengono due espressioni fortemente connesse alla tradizione repubblicana di Roma antica: “libertad de la patria” e “tierra santa”. Bolívar, probabilmente, alludeva a tematiche illustrate dal precettore, il quale, almeno negli aspetti pedagogici, era fervente seguace di Rousseau[4], il filosofo che ben aveva colto il ruolo costituzionale del tribuno della plebe[5].
La locuzione “libertad de la patria” rinvia al concetto di libertas, supremo valore della res publica[6], intersecante tematiche inerenti sia all’affrancamento da un potere forte in seno alla civitas, non sempre squisitamente regio[7], sia alla indipendenza rispetto a una dominazione straniera[8].
Antichi autori, data l’entità concettuale, enfatizzano la “dolcezza” della libertas: nel De re publica ciceroniano, Scipione l’Emiliano afferma che la libertà, qua quidem certe nihil potest esse dulcius, risieda soltanto in una costituzione dove al popolo è attribuita la summa potestas[9]; Livio parla di libertatis dulcedo quale elemento distintivo del sistema repubblicano, in contrapposizione al regnum[10].
La stretta connessione tra la Repubblica e la libertà ottenuta in seguito alla cacciata dei re è ravvisabile, ad esempio, in Cicerone, per cui Bruto liberò la città da un perpetuus dominatus, legandola strettamente ai magistrati annuali, alle leggi e ai giudizi[11]. In questa affermazione è possibile percepire l’autentica concezione romana secondo cui la libertà discendeva dalla legge, come l’oratore ha modo di asserire in altre occasioni[12]. Lo stesso Tito Livio, nell’incipit del II libro della sua opera, ricorrendo ugualmente a quello che si conferma un topos letterario, indica, quali elementi caratterizzanti il sistema repubblicano, la libertas e l’istituzione di magistrati, oltre alla sussistenza di leges dalla autorità superiore rispetto all’arbitrio individuale[13].
Nel De legibus ciceroniano, durante un dibattito sul tribuno della plebe tra Cicerone e suo fratello Quinto[14], Marco presenta una perentoria alternativa: “o non si sarebbero dovuti espellere i re, o si sarebbe dovuta concedere alla plebe[15] una concreta libertà, non solo a parole”[16]. Da ciò ne deriva che la libertas ottenuta con la nuova forma di governo repubblicana fosse, in via di principio, di spettanza plebea, sebbene non fu concessa concretamente, ma ceduta all’autorità dei più illustri cittadini. Ulteriori testimonianze antiche correlano la libertà repubblicana alle vicende plebee, contrapponendola all’asservimento dovuto alla grave situazione debitoria[17], al potere magistratuale[18], e, talvolta, ai lunghi periodi di servizio militare, intesi quale impedimento per una attiva partecipazione alla vita politica[19]. Non è un caso che le fonti riportino le lagnanze della plebs per la perdita delle libertà a causa del “regno” patrizio[20].
La costante presenza del concetto di libertà tra le radici ideologiche del movimento plebeo è avvalorata dalla notizia per cui, nel 238 a.C., il console Tiberio Sempronio Gracco (edile della plebe nel 246 a.C.[21]) dedicò un tempio alla dea Libertas sull’Aventino[22], intrecciando, in tal modo, motivi religiosi alla politica del suo ordine sociale[23]. Augusto nelle Res gestae, tra gli edifici oggetto di interventi di restauro da lui promossi[24], ricorda un’aedes Iovis Libertatis in Aventino, a cui, dopo il rifacimento, fu attribuito come dies natalis il 1° settembre. Si tratta di un santuario identificato da alcuni studiosi moderni o con il tempio di Iuppiter Liber[25], attestato dai Fasti Arvalium per le calende di settembre[26], oppure con quello di Iuppiter Libertas[27], appellativo presente nei Fasti Antiates Maiores per le idi di aprile[28]. In letteratura si è ampiamente discusso, senza arrivare a una communis opinio, intorno alla corrispondenza tra il tempio restaurato in età augustea e quello dedicato da Tiberio Gracco[29]; tuttavia, seppur nel 238 a.C. quello di libertas fosse ancora un epiteto, e non una divinità a sé stante, la dedica a Giove Libertà di un tempio sull’Aventino appare pur sempre coerente con quanto si evidenzierà infra al § 6.
A baluardo della libertà fu posta la potestas tribunizia, che, come enuncia Livio, fu intesa quale munimentum liberatati[30]; tale rappresentazione fornisce la chiave di lettura di un passo del De legibus, secondo cui i tribuni furono opposti ai consoli per sminuirne il potere, in difesa degli altri magistrati e dei privati consumi non parentibus: la maggiore magistratura plebea fu strumento per evitare che il consolato esercitasse, nella sostanza dei fatti, il potere regio[31]. Lo stesso Polibio ricorda la prerogativa dei tribuni di non essere in sottordine rispetto ai consoli[32]; ma è proprio quando, in riferimento al senato, egli descrive l’esercizio del potere tribunizio in chiave di subordinazione dei patres al popolo, che lo storico di Megalopoli coglie appieno il senso di questa magistratura: il dovere del tribuno è di compiere la volontà popolare[33].
La prospettiva del magistrato plebeo quale artefice della libertà permase, difatti, ancora nel XIV secolo, si può cogliere nella titolatura di Cola di Rienzo[34] indicata in una lettera del 24 maggio 1347 indirizzata al comune di Viterbo: Auctore clementissimo domino nostro Ihesu Christo, Nicolaus severus et clemens, libertatis, pacis iusticieque tribunus, et sacrae romane reipublice liberator illustris[35].
La seconda espressione “tierra santa” con cui celebrava il Monte Sacro, enunciata nella lettera di Bolívar, rinvia agli istituti giuridico-religiosi a cui fece ricorso la plebs per istituire e consolidare il tribunato in seno al sistema costituzionale repubblicano. Come si vedrà, la “terra santa” rappresenta l’esito degli eventi del 494-493 a.C., quando i plebei, ricorrendo ai precetti della religio Romana, resero sacro il luogo in cui si ritirarono, e conferirono la sacrosanctitas al loro tribuno.
Nella tradizione annalistica, fin dall’anno della prima secessione, la plebe risulta inserita nel sistema giuridico-religioso romano, nonostante l’acceso malcontento dovuto dalla gravissima questione dell’indebitamento[36]. Secondo Livio 2.32.1, la situazione di inquietudine si acuì quando il senato, per evitare cospirazioni, dispose che le legioni fossero condotte ex urbe[37]. In tal modo ... maturata est seditio[38]. In prima battuta tra i soldati[39] si propose di assassinare i consoli per sciogliere gli obblighi del sacramentum militare, ma poiché nessuno scelus poteva liberare dal vincolo religioso, le truppe accolsero la proposta di un “quidam” Sicinius – in tal modo lo storico patavino apostrofa C. Sicinio Belluto[40] – e si ritirarono, secondo la versione più accreditata (a detta di Livio), sulla riva destra dell’Aniene, a tre miglia da Roma[41].
Livio non dice chi rese edotta la plebe sui dettami del diritto sacro, ma non accenna nemmeno alcuna discussione in merito tra i sediziosi[42]. La prima secessione, quindi, appare quale alternativa a un atto gravissimo attinente al ius sacrum, sebbene fosse un ritiro effettuato iniussu consulum, avulso dagli ordini dei comandanti militari.
Dionigi di Alicarnasso non contestualizza la riflessione in merito alla indissolubilità del giuramento militare tra le fila dei soldati plebei, poiché accenna all’argomento in seno agli intendimenti dei patres, i quali, confidando nel vincolo del sacramentum militiae, per impedire il paventato pericolo di una secessione della plebe, ordinarono ai consoli di non sciogliere l’esercito[43]. L’Autore delle Antichità Romane riconosce ugualmente in Sicinio il promotore della secessione, ed evidenzia quale atto di ribellione delle fila plebee la appropriazione delle insegne militari, oltre alla creazione di nuovi centurioni[44].
Nel De re publica, si ricorda che, quando il senato omise di trovare, come in passato, una soluzione salutis omnium causa al grave problema dei debiti incombente sulla plebs, furono creati per seditionem i tribuni della plebe, al fine di diminuire potentia e auctoritas senatoria[45]. Un frammento della stessa opera ciceroniana regala la definizione per cui la seditio è da intendere quale dissenso in seno alla cittadinanza[46]. Nel De legibus, secondo una lettura squisitamente politica, si afferma che la seditio fu spenta grazie al temperamentum con cui i patres “concessero” il tribunato ai plebei[47]. Correlando queste testimonianze emerge che la secessione fu lo strumento di lotta che permise alla plebe di creare una magistratura, la cui genesi si colorava di un valore difensivo ma non divisivo.
La prospettiva per cui la creazione dei tribuni fece seguito a un accoglimento senatorio delle istanze plebee si rinviene anche in altre testimonianze. Secondo Livio, la situazione disperata, data dalla discordia civica, spinse il senato a inviare nel luogo in cui si erano ritirati i plebei Menenio Agrippa, le cui origini lo rendevano plebi carus[48]. Il discorso dell’oratore, tenuto in castra, riuscì a mutare le mentes hominum[49]. Le vicende successive sono illustrate dal racconto liviano in modo poco dettagliato: si affrontò la questione della concordia e fu consentito alla plebe di avere propri magistrati, sacrosancti e con funzione di auxilii latio adversus consules, la cui carica era interdetta ai patrizi[50]. Queste specifiche, accolte dal senato, relative alla nuova magistratura si riversarono nelle leggi sacrate, come dimostra, almeno in riferimento ad una di esse, Cicerone per cui ... si patricius tribunus plebis fuerit, contra leges sacratas ...[51]
Livio continua ricordando i primi due tribuni, Caio Licinio e Lucio Albino, i quali crearono sibi tre colleghi; egli riporta poi la tradizione per cui si scelsero soltanto due magistrati sul Monte Sacro, luogo che appare intimamente connesso alla normativa plebea in materia, poiché qui … sacratam legem latam[52]. Nell’esposizione liviana, dunque, dopo l’accettazione del senato delle richieste plebee, la configurazione delle funzioni tribunizie si attenne ai termini del compromesso; del resto, nel IV libro, relativamente alle ampie discussioni sulla proposta di abolizione del divieto di connubio, lo storico riferisce di un foedus intercorso tra patrizi e plebei che “accolse” l’inviolabilità tribunizia[53].
La rappresentazione per cui si arrivò alla riconciliazione tra plebs e patres grazie alla fabula di Menenio Agrippa[54], che portò a un compromesso e alla normativa sui tribuni, si rinviene in un altro luogo dell’opera di Livio incentrato sul processo del 475 a.C. promosso dai tribuni della plebe contro il console uscente, Spurio Servilio Prisco, per i fatti relativi alla battaglia del Gianicolo combattuta contro i Veienti l’anno precedente. La difesa dell’accusato fu aggressiva, con richiami significativi alle vicende processuali in cui era implicato il figlio di Menenio Agrippa, Tito, il quale fu condannato a una multa di 2.000 assi per non aver aiutato i Fabii nella battaglia del Cremera. Servilio rinfacciò alla plebe di aver richiesto la condanna capitale per Tito Menenio, cuius patris munere restituta quondam plebs eos ipsos, quibus tum saeviret, magistratus, eas leges haberet[55].
Gli eventi relativi al compromesso e alla istituzione del tribunato sono descritti in modo dettagliato nelle Antichità Romane. Secondo Dionigi di Alicarnasso, il senato scelse 10 membri[56], tra cui Menenio Agrippa e Manio Valerio Massimo[57], al fine di “riconciliare gli scontenti con qualunque mezzo, ma senza frode e inganno, e ricondurre quanto prima coloro che si erano allontanati da Roma”[58]. Lo stesso giorno, per esortarne il rientro a Roma, i legati senatori si recarono presso la plebe riunita in assemblea sotto la presidenza di Sicinio, al comando dell’accampamento[59]. In questo contesto, dopo il discorso di Menenio Agrippa[60], fu Lucio Giunio Bruto, omonimo del celebre console del 509 a.C.[61], a proporre di richiedere magistrati annuali scelti tra l’ordine plebeo in soccorso di coloro che subivano ingiurie, violenze e privazione dei propri diritti[62]. I plebei astanti accolsero con ampie acclamazioni la mozione, che in seguito fu autorizzata dal decreto senatorio ratificante quanto promesso dai legati[63]. Si deve rilevare come le richieste di Bruto relative ai tribuni prospettate da Dionigi, collimano in parte con quelle ricordate da Livio inerenti al compromesso, ovvero il ruolo di difesa contro il potere supremo e l’esclusivo accesso ai plebei, senza però alcun accenno alla sacrosanctitas.
Secondo la narrazione delle Antichità Romane, quando metà dei legati senatori, insieme a Lucio Giunio Bruto, Marco Decio e Spurio Icilio, si recarono a Roma per sancire l’accordo, siglato con l’intervento dei feziali[64] – testimonianza che ha aperto numerose discussioni in letteratura[65] –, Menenio Agrippa, su invito dei plebei, rimase nell’accampamento al fine di redigere la norma per la creazione dei nuovi magistrati[66]: Dionigi, quindi, riconosce un principio di autodeterminazione in merito alle procedure di scelta magistratuale, sebbene la plebe stessa incaricò un patrizio per la redazione della normativa di riferimento[67].
L’antico ricordo di un compromesso stride con la visione mommseniana secondo cui il tribunato era un istituto rivoluzionario – espressione della plebe delle origini quale Revolution in Permanenz[68] – privo di legittimità, in quanto la sua potestas sacrosancta era garantita soltanto dalla religio, laddove gli altri magistrati fondavano il loro potere sulla legge[69]. In realtà, rispetto alla ricostruzione dell’eminente studioso tedesco, il sistema del ius publicum repubblicano era improntato su prospettive dinamiche e concrete[70], tese a soddisfare le esigenze emergenti, specialmente attraverso il ricorso alla religio e alla competenza sacerdotale[71], in quanto sacra e sacerdotes rappresentavano i suoi elementi fondanti[72]. Le vicende legate alla creazione del tribunato si confermano avulse dalle schematizzazioni generalizzanti (e deformanti) dello Staatsrecht[73]: il ius Romanum possedeva una elasticità intrinseca tale da accogliere in seno alla civitas, sebbene privo degli auspicia publica diversamente dalla “tradizionale” figura magistratuale, il tribuno, il cui potere, come si vedrà meglio infra, trovò, comunque, fondamento nei sacra.
Livio, in riferimento alle vicende che fecero seguito alla caduta del secondo decemvirato legislativo, afferma che nel 449 a.C. i consoli Valerio e Orazio rinnovarono le cerimonie, di cui si era quasi perso il ricordo, che facevano apparire i tribuni sacrosanti, così questi magistrati, precedentemente inviolabili cum religione, lo divennero tum lege etiam[74]. Questa affermazione, comunque, non deve indurre a pensare che l’inviolabilità in forza della religio possedesse una minorata vincolatività generale rispetto alla legge, in quanto, come detto supra, il diritto pubblico era pervaso dal fas[75].
Lo storico patavino, in seguito, riporta in merito la visione di giuristi – atteso l’uso del verbo all’indicativo presente – a lui contemporanei, ma che «avranno riecheggiato antiche prese di posizione»[76], i quali sostenevano che la terza legge Valeria Orazia esecrasse a Giove chi noceva all’autorità di tribuni, edili e iudices decemviri, senza rendere loro sacrosanti[77]. Per Livio, tuttavia, questa interpretatio non riguardava i tribuni, poiché vetere iure iurando plebis, cum primum eam potestatem creavit, sacrosanctos esse fuere[78]. La questione su cui ebbero a discutere questi anonimi giuristi, dunque, si incentrava sulla sacrosanctitas sancita dalla plebe per i suoi magistrati, in seguito alle vicende della prima secessione[79]. In questo contesto, si deve rilevare come nella ricostruzione liviana si colleghi l’inviolabilità soltanto all’antico giuramento prestato dalla plebe, all’atto dell’istituzione del tribunato, senza alcun richiamo alla lex sacrata[80], probabilmente sottintendendo la delibera plebea (ovvero, considerando il giuramento quale essenza della prima lex sacrata tribunizia), al fine di enfatizzare l’origine religiosa del vetus ius iurandum plebis rispetto alla lex Valeria Horatia. Qui non vi è alcuna contraddizione rispetto a quanto affermato in altro luogo (supra, § prec.), ovvero che la sacrosanctitas tribunizia era compresa nell’insieme di rivendicazioni plebee riconosciute dal senato in virtù del compromesso[81], infatti, l’assenso dei patres circa le caratteristiche della nuova magistratura plebea non rappresentava la base giuridica del potere tribunizio, poiché per rendere i tribuni sacrosanti era necessario uno specifico atto. La plebe, così, ricorse al ius iurandum, al fine di creare un magistrato dal solido fondamento, in quanto il giuramento, come informa Aulo Gellio, era ritenuto dai Romani inviolabile e sacro[82], e possedeva, come è stato evidenziato in letteratura, una funzione di legittimazione del potere, in virtù del sostegno divino[83]. Prima del 449 a.C., la sacrosanctitas tribunizia, sebbene non derivante da una legge rogata, si fondava sulla base altrettanto vincolante della religione.
Nelle Antichità Romane, come visto supra, l’accordo tra senato e plebe definiva alcune delle caratteristiche della nuova magistratura plebea, senza alcun cenno all’inviolabilità, laddove la disciplina relativa appare di spettanza plebea. L’iter per rendere i tribuni inviolabili è collocato da Dionigi di Alicarnasso in un momento successivo alla loro elezione. Lucio Giunio Bruto, appena assunta la carica, convocò una assemblea in cui suggerì che i magistrati plebei fossero dichiarati sacri e inviolabili attraverso una legge e un giuramento[84]. La proposta fu accolta all’unanimità, e il testo della norma fu scritto dagli stessi tribuni[85]. Nella procedura qui descritta che portò alla sacrosanctitas dei magistrati plebei si possono enucleare quali momenti distinti il plebiscito, e il giuramento.
In un difficile passaggio di Cicerone, dopo aver affermato come può essere sacrosanctum solo ciò che popolo, o plebe, sancisce[86], si discerne concettualmente il dettato normativo dalle sanctiones sacrandae[87]. Queste ultime paiono essere di tre tipi, il primo è genere ipso, cioè quando la sanctio è prodotta dalla natura stessa della deliberazione; il secondo tipo è obtestatio et consecratio legis, dove l’obtestatio, rappresenta una prassi antichissima, cioè un giuramento solenne con l’invocazione delle divinità a testimoniare, o ad attestare la veridicità di quanto affermato[88], laddove la consacrazione della legge parrebbe rimandare all’impegno preso dalla comunità che giura il rispetto della legge; la terza forma si ha con la consecratio poenae, quando il caput del contravventore diviene sacer. Le sanctiones sono quindi parte della delibera popolare, mirate alla sua validità, alla sua sopravvivenza in futuro, e anche a individuare la sanzione per il reo. La distinzione di Dionigi tra legge e giuramento può essere, dunque, intesa in virtù del rapporto tra la lex sacrata e la sua sanctio inerente alla consecratio poenae di colui che attentava alla incolumità del tribuno[89].
Lo storico di Alicarnasso ricorda che fu imposto, poi, un (ulteriore) giuramento, da farsi sulle vittime sacrificali, a tutti i Romani e ai loro posteri, con cui si prometteva di osservare la norma; alla solenne promessa si aggiunse l’invocazione che gli dèi celesti e ctoni fossero propizi con chi favoriva la norma e avversi ai contravventori[90]: questi atti paiono ulteriori e successive sanctiones sacrandae tese a rafforzare la lex sacrata, compatibili con la seconda tipologia, obtestatio et consecratio legis, teorizzata da Cicerone. Dionigi accenna, inoltre, alla successiva approvazione della nuova magistratura da parte del patriziato su richiesta dei plebei al loro rientro a Roma, circostanza che può essere intesa come mezzo per la accettazione senatoria dell’inviolabilità tribunizia, in quanto il compromesso precedente non prevedeva la sacrosanctitas[91].
Nelle testimonianze latine emerge con forza come il vetus ius iurandum plebis fu un tutt’uno con la lex sacrata del 494 a.C.[92] Festo specifica che Sunt qui esse dicant sacratas, quas plebes iurata in monte Sacro sciverit[93], dove il verbo utilizzato sciscere segnala come il giuramento fosse espressione della volontà della plebe. Si deve, inoltre, richiamare la glossa sacrosanctum dello stesso autore – più intellegibile rispetto al brano ciceroniano – per cui si diveniva sacrosanti, come il tribuno della plebe, attraverso un giuramento, la cui violazione era punita con la morte[94]. I tre momenti, delibera, giuramento e previsione della pena appaiono inscindibili[95]. Si trattava di un atto giuridico-religioso complesso, infatti, nel racconto dello storico patavino si afferma che, con la legge Valeria Orazia ristabilente l’inviolabilità tribunizia, si rinnovarono alcune cerimonie religiose interrotte da parecchio tempo, probabilmente quei sacrifici a cui accenna Dionigi 6.89.4 in riferimento al giuramento: affiora così uno stretto collegamento tra leggi sacrate e i sacra.
In conclusione, nella loro prima lex sacrata la plebs avrebbe dichiarato i propri tribuni sacrosanti, e vincolandosi obtestatio et consecratio legis, attraverso il giuramento i plebei chiesero il supporto (e la testimonianza) degli dèi, e, al contempo, prevedendo la sacertà per il trasgressore[96] con la consecratio poenae[97], assoggettarono l’intera comunità a non ledere i nuovi magistrati, con il timore della estromissione dalla civitas[98] conseguente allo status di homo sacer[99], che avrebbe potuto comportare l’impunita uccisione per mano di chiunque, teoricamente anche patrizio; del resto nelle fonti non si specifica né l’obbligo di uccidere l’individuo colpito da sacertà né che questo fosse compito squisitamente plebeo[100].
Il dettato originale relativo alla sacrosanctitas tribunizia si riversò nel testo della lex de tribunicia potestate del 449 a.C.[101], in virtù della quale, secondo Livio[102], chi attentava alla persona dei tribuni (ma anche degli edili e dei giudici decemviri) sarebbe stato dichiarato sacer a Giove, e i suoi beni (familia[103]) consacrati al tempio di Cerere, Libero e Libera[104].
Alcun richiamo alla consacrazione del colpevole a Zeus è presente nella versione della delibera plebea del 494 a.C. tramandata, in sintesi[105], da Dionigi di Alicarnasso. In essa si vietava di costringere il tribuno a fare qualcosa contro voglia, in quanto non era una persona qualunque – alludendo alla prerogativa magistratuale –, di frustarlo o ucciderlo, oppure di ordinare ad altri di compiere questi atti lesivi. Il trasgressore diveniva ἐξάγιστος, per cui chiunque l’avrebbe potuto uccidere impunemente (clausola che doveva essere presente nella prima legge sacrata plebea)[106], e i suoi beni sarebbe stati consacrati a Demetra[107]. Il riferimento alla sola Cerere rimanda a una tradizione, risalente all’età regia, per cui alla dea si consacravano, in tutto o in parte, i beni del contravventore. Una legge di Romolo, restituita da Plutarco, imponeva al marito pubere che volesse ripudiare la moglie nei casi esulanti quelli elencati (avvelenamento dei figli, sostituzione di chiavi, adulterio), oltre a un sacrificio alle divinità ctonie, la dazione di metà del suo patrimonio alla donna, e la consacrazione dell’altra parte a Demetra[108].
In letteratura si discute se tale disposizione fosse originale[109], o frutto di una tardiva innovazione influenzata dalla normativa plebea[110], del resto, resta ancora aperta la questione – a fronte di una sensibile divergenza delle versioni di Livio e Dionigi – se nel 494 a.C. la sanzione a tutela della sacrosanctitas tribunizia prevedesse l’esclusiva e originale consacrazione a Cerere[111], oppure a Giove, a cui si aggiunse la previsione di assegnare i beni del contravventore alle tre divinità della plebe, in base a una «véritable convention» tra gli ordini sociali[112].
Queste riflessioni sono il frutto di una prospettiva che spesso collega il culto alla ideologia del singolo ordine sociale, per cui si è parlato della triade sull’Aventino (Cerere, Libero e Libera) come contrappeso a quella del Campidoglio (Giove, Giunone e Minerva)[113]. Per le fonti, il tempio di Ceres, Liber Liberaque, che si ergeva nei pressi del Circo Massimo, fu promesso in voto dal dittatore Aulo Postumio (cos. 496 a.C.)[114] su indicazione di un responsum dei libri sibillini richiesto per far fronte a una grave penuria dei raccolti, e dedicato nel 493 a.C. dal console Spurio Cassio Vecellino[115]: secondo la tradizione, le motivazioni alla base della fondazione del luogo sacro, sebbene in prossimità degli eventi della prima secessione, concernevano il mero interesse del Popolo Romano e non soltanto di una parte di esso[116]. Vi è un’altra vicenda che collega la dea a Spurio Cassio, il quale, nel 485 a.C., alla fine del suo terzo mandato consolare, fu accusato di adfectatio regni e giustiziato. Le fonti non sono univoche, alcune riferiscono di un processo comiziale e della sua sanzione pubblica[117], o inflitta dallo stesso padre dell’ex magistrato[118], altre riferiscono di un procedimento domestico[119]. Secondo quest’ultima variante, il padre di Spurio, dopo averlo fatto frustare a morte, avrebbe effettuato una consecratio bonorum, destinando il peculium del figlio alla dea Cerere, a cui avrebbe altresì dedicato una statua di bronzo[120]; anche in questo frangente la tradizione non appare univoca, si ha notizia, infatti, di un simulacro fatto collocare da Spurio Cassio nei pressi dell’aedes Telluris, che, insieme ad altri, rilevata l’assenza di approvazione popolare o senatoria, fu fatto fondere dai censori del 158 a.C.[121] Nonostante le disparità delle testimonianze antiche, altresì in queste vicende il culto di Cerere e di Libera non appare inteso ancora squisitamente plebeo, ma pubblico[122]; medesimo carattere presentano le cerimonie celebrate per il dio Libero, onorato, unitamente alle altre due dee, auguste sancteque dai maiores[123].
La natura di publica dei sacra di Cerere[124], Libero e Libera è testimoniata per il 174 a.C., anno in cui si rivolse una supplicatio a queste divinità in seguito al terremoto che aveva scosso la Sabina[125]; da ricordare, inoltre, i digiuni in onore di Cerere imposti a tutti i Romani, istituiti nel 191 a.C. dietro responso, anche in questo caso, dei libri Sibillini, consultati per una serie di infausti prodigi[126]. Una finalità pubblica è rinvenibile, ancora, sia nell’incarico attribuito nel 449 a.C. agli edili della plebe[127] di custodire i senatoconsulti nel tempio di Cerere[128], sia in una affermazione ciceroniana relativa ai ludi Cereales, annoverati tra i compiti affidati dal Popolo Romano[129] all’oratore, in qualità di edile curule del 69 a.C.[130].
Il rivolgersi della plebe a Cerere, Libero e Libera, probabilmente, fu il frutto della volontà politica di parte plebea tesa a ricalcare le tradizioni del passato[131], in modo che quanto disposto circa la sacrosanctitas tribunizia avesse una generale vincolatività. Secondo, quindi, una prospettiva nell’onda della tradizione seguita dalla plebe, fin dal 494 a.C. il giuramento sanzionò la consecratio bonorum alla dea Cerere del patrimonio di colui che attentava alla persona dei tribuni[132], circa le altre due divinità del culto sull’Aventino non è dato sapere se queste furono aggiunte nel testo della legge Valeria Orazia del 449 a.C.[133] Successivamente, i plebei venerarono con particolare intensità queste divinità dell’Aventino – probabilmente quando sul colle si verificò un massiccio insediamento plebeo dovuto alla lex Icilia de Aventino publicando del 456 a.C.[134] – ma non in modo che il culto fosse esclusivamente plebeo[135].
Oltre a quanto riferito da Livius 3.55.7, circa la consacrazione a Giove di colui che ledeva l’inviolabilità dei magistrati plebei, nella tradizione sugli avvenimenti legati alla prima secessione la presenza della massima divinità romana si riscontra sotto ulteriori profili. Iuppiter prese parte ai due giuramenti correlati alla sacrosanctitas tribunizia, ovvero il vetus ius iurandum plebis[136] e quello con cui tutti i Romani promisero l’osservanza della norma[137], poiché era considerato una delle divinità preposte a tutela dell’atto[138]. La tradizionale funzione del dio a tutela di patti e giuramenti si enunciò, intorno al II sec. a.C., con l’appellativo di Iurarius, il cui sacello è attestato da un’iscrizione rinvenuta nell’insula Tiberina[139].
Connesso a Giove era anche il foedus, di cui riferisce Dionigi di Alicarnasso[140], stretto tra i plebei e il senato e celebrato dai feziali, i sacerdoti preposti alla fides publica[141]. La formula utilizzata a sancire gli accordi in seno alla comunità dovette ricalcare l’antica formula del trattato tra Albani e Romani, stipulato sotto il regno di Tullio Ostilio, in cui Iuppiter, chiamato a testimone, era invocato come Diespiter[142] per l’esecrazione di chi contravveniva a quanto pattuito[143]. La stessa pietra utilizzata nel sacrificio compiuto dal pater patratus, come informa Servio Danielino, rappresentava il Iovis signum[144].
Come informa Festo[145], dopo la creazione dei tribuni, all’atto di discendere dalla cima, i plebei Iovi consecraverunt il luogo della secessione, che perciò – ma non è dato sapere da quando – fu chiamato Sacer Mons[146]. In merito, Dionigi di Alicarnasso fornisce una versione più dettagliata[147], secondo cui la plebe, prima di tornare a Roma, eresse un’ara sulla sommità del monte in cui si era accampata a Ζευς Δειμάτιοσ (da identificarsi con Iuppiter Territor[148]), chiamato così per il terrore provato da tutti in quel momento; fatti i sacrifici in onore di questo dio, essa rese sacro il luogo che l’aveva accolta, e ritornò nell’Urbe insieme ai legati senatori. In letteratura sono stati sollevati dubbi in merito alla tecnicità di tale consacrazione[149]. Vi sono tre possibili ipotesi da formulare al riguardo: 1) la consacratio fu regolarmente effettuata grazie all’azione – che però non è comprovata da alcuna fonte – dei sacerdoti competenti (auguri e pontefici[150]) tra i legati senatori ancora presenti in loco, o chiamati da Roma a compiere i riti necessari; in tal caso si dovrebbe, inoltre, riflettere circa l’esistenza al tempo della necessità dell’autorizzazione popolare o senatoria per la validità della consacrazione delle res di cui riferiscono le fonti[151]; 2) si trattò di un atto di devozione spontanea della plebe, da intendere secondo una accezione più lata di sacer, quale “offerto agli dèi”[152]; 3) nella memoria collettiva dei Romani si considerò sacro il monte scenario dell’azione della plebs iurata, durante gli eventi del 494 a.C.[153] Vi sarebbe anche una ulteriore ipotesi, avanzata da Robert Turcan, per cui il monte sarebbe stato considerato sacro, come altre vette nel mondo antico, in età precedente, ma al proposito si deve rilevare come nelle fonti l’origine del toponimo sacer risulta congiunto alla prima secessione plebea[154].
Giove fu scelto non a caso dai plebei in virtù del suo valore fortemente politico e ideologico[155]. Per i Romani egli rappresentava la divinità referente di auguria e auspicia[156], che aveva permesso la nascita dell’Urbs e ne favoriva crescita, solidità e stabilità[157]. Con l’avvento della Repubblica, gli si dedicò il tempio capitolino, definito da Tacito la sedes Iovis Optimi Maximi, auspicato a maioribus pignus imperii conditam[158], in riferimento all’apporto del dio all’imperium del Popolo Romano. L’appellativo Optimus Maximus, libero da tutte le servitù[159], rappresentò la massima espressione divina della libertas repubblicana, a cui anelava la plebe: implicare Giove nelle proprie vicende dovette significare l’affermazione del possesso di pieni diritti di cittadinanza e la effettiva partecipazione alla vita politica.
Giove Capitolino, il quale … propter beneficia populus Romanus Optimum, propter vim Maximum nominavit …[160], fu, inoltre, sentito quale referente divino preposto al superamento dei contrasti tra i due ordini, nel 448 a.C., infatti, una delegazione di Latini e di Ernici gli donò una corona d’oro per felicitarsi della trovata concordia tra patrizi e plebei[161].
La connessione tra plebe e Giove trova conferma nella notizia che, per i tribuni, l’unica causa di giustificazione per pernottare fuori Roma fossero le feriae Latine, riti celebrati da tutti i magistrati con un solenne sacrificio a Iuppiter Latiaris[162]. Tale rapporto trovò compimento nella celebrazione dei ludi plebei, citati per la prima volta nel 216 a.C.[163], giochi durante i quali, sotto la direzione degli edili della plebe, si offriva un banchetto in onore della massima divinità romana[164]. Interessante a riguardo un passaggio del pseudo Asconio Pediano in cui, nel V sec. d.C., si pone la questione se i ludi plebei fossero celebrati per la libertà ottenuta alla cacciata dei re, oppure per riconciliarsi dopo la secessione[165]. In questo dubbio, nonostante sia in contrasto con la lezione tradizionale, è sotteso il richiamo al ruolo politico svolto da Giove, in funzione della libertà repubblicana, o di moderatore in seno alla civitas.
Da quanto fin ora analizzato emerge l’idea di una plebe determinata a partecipare appieno alla comunità cittadina[166] e a conseguire il potere patrizio di cui Giove era fondamento[167].
Come attestano le fonti antiche, i patrizi adducevano l’assenza di auspici per i plebei[168]. Questa posizione si può apprezzare appieno in un passaggio dell’oratio di Appio Claudio Crasso Inregillense, nipote del decemviro, recitata in antitesi al disegno delle leges Liciniae Sextiae. Rispetto alla proposta di aprire il consolato all’ordine plebeo, Appio si soffermò de religionibus atque auspiciis, distinguendo concettualmente questi ultimi dai profili religiosi, poiché il principale oggetto su cui verteva la discussione politica del 368 a.C. erano gli auspici di competenza magistratuale:
Livius 6.41.4-7: Auspiciis hanc urbem conditam esse, auspiciis bello ac pace, domi militiaeque omnia geri quis est, qui ignoret? 5. Penes quos igitur sunt auspicia more maiorum? Nempe penes patres; nam plebeius quidem magistratus nullus auspicato creatur; 6. nobis adeo propria sunt auspicia, ut non solum, quos populus creat patricios magistratus, ut non aliter quam auspicato creet, sed nos quoque ipsi sine suffragio populi auspicato interregem prodamus et privatim auspicia habeamus, quae isti ne in magistratibus quidem habent. 7. Quid igitur aliud quam tollit ex civitate auspicia, qui plebeios consules creando a patribus, qui soli ea habere possunt, aufert?
Qui l’argomento è introdotto con il richiamo al nesso inscindibile tra gli auspici e la fondazione della città (Auspiciis hanc urbem conditam esse)[169], ovvero tra intervento divino e gli initia Urbis, concetti che si possono apprezzare in Cicerone[170], il quale definisce fundamenta della civitas gli auspicia tratti da Romolo, unitamente ai sacra istituiti da Numa Pompilio[171]. Stessa prospettiva si ritrova nei Fasti ovidiani: nella preghiera rivolta da Romolo, all’atto della fondazione della città, gli auspici di Giove, Marte e Vesta sono posti alla base della futura potenza dei Romani sulle terre conquistate[172].
Il rapporto tra genesi cittadina e auspici pare stridere con quanto ricordato da Appio Claudio in un passaggio precedente della sua allocuzione, in risposta agli attacchi plebei[173], sull’accoglimento della sua gens, di origine sabina, nella Roma repubblicana[174]; questa incongruenza, in realtà, attesta il potere discrezionale patrizio a proposito della condivisione degli auspicia publica[175].
Il discorso continua con un ulteriore richiamo ai tradizionali concetti giuridico-religiosi, evidenziando l’omnicomprensivo ricorso agli auspici in pace e in guerra. In questo contesto si ricorre alla distinzione, propria del diritto augurale, tra auspicia urbana e militaria, che si concretizzava nell’esercizio dell’imperium all’interno e all’esterno dell’urbs, spazi delimitati dal pomerium[176].
Il riferimento alla tradizione diviene ancora più esplicito quando specifica che gli auspicia more maiorum appartenevano ai soli patrizi, laddove alcun magistrato plebeo nullus auspicato creatur: i plebei erano ritenuti incapaci di manifestare il potere (umano) magistratuale nella sfera religiosa[177]. In Livius 6.41.6 non solo si sostiene che i magistrati patrizi erano creati per mezzo degli auspici, ma si ricorda anche l’istituto dell’interregnum. L’espressione patricii magistratus si ritrova in due opere di Cicerone, dove, al pari dell’oratio di Appio Claudio, per la creazione di questi magistrati è indicato l’interregnum quale alternativa alla elezione popolare in caso di vuoto di potere[178]. Un frammento del De auspiciis dell’augure Messala[179] presenta, inoltre, una articolata classificazione, in chiave maxima/minora, delle magistrature repubblicane sulla base dei patriciorum auspicia[180], terminologia che, come sostiene Jerzy Linderski, rappresenta “a relic” risalente ai tempi in cui, al fine di contrastare le rivendicazioni plebee per l’accesso agli honores, si stabilì il “dogma” per cui gli auspici erano patrizi[181]. Mi pare di poter ipotizzare, seppure senza una evidente prova, che il collegio augurale ricorse a tale lessico in un atto con cui esternava la propria interpretatio dell’argomento, in quanto lo stesso Cicerone ne fa uso dapprima di divenire augur[182]. A sostegno di questa idea vi sono due passaggi liviani, il primo è tratto dal discorso del tribuno Canuleio il quale, nel perorare le sue proposte, alludeva al diniego, in chiave religiosa, dell’ammissione dei plebei al consolato:
Livius 4.3.9: quin etiam, si dis placet, nefas aiunt esse consulem plebeium fieri.
Il secondo brano riporta lo sdegno espresso dai patrizi nel 362 a.C. alla notizia della morte del console L. Genucio Aventinense, a cui era stata affidata la guerra contro gli Ernici:
Livius 7.6.11: irent, crearent consules ex plebe, transferrent auspicia, quo nefas esset. Potuisse patres plebi scito pelli honoribus suis; num etiam in deos immortales inauspicatam legem valuisse? Vindicasse ipsos suum numen, sua auspicia, quae ut primum contacta sint ab eo, a quo nec ius nec fas fuerit, deletum cum duce exercitum documento fuisse, ne deinde turbato gentium iure comitia haberentur.
L’uso in entrambe le testimonianze del termine nefas, qui da intendersi nel senso di divieto giuridico-religioso, potrebbe derivare dal linguaggio precettivo sacerdotale, connotato dal costante ricorso alla negazione[183]. Appare perciò probabile che gli autorevoli referenti del ius publicum, i quali in diverse occasioni si occuparono di casi concernenti la corretta assunzione del potere magistratuale[184], si espressero, o in forma spontanea o su sollecitazione di parte[185], in merito alla liceità della attribuzione degli auspicia consolari a un esponente dell’ordine plebeo.
Esclusa dal sistema auspicale, per i tribuni la plebs trovò un caposaldo altrettanto solido nella sacrosanctitas, attraverso i principi della religio Romana, specialmente con l’ausilio delle potenzialità politiche riconosciute a Giove[186]. Pur nella diversità tra auspicia e sacrosanctitas, come messo in evidenza da Giovanni Lobrano, in seno al sistema giuridico-religioso non si registra una effettiva antitesi di poteri, ma «una contrapposizione tra “specializzazioni” di un medesimo (del populus Romanus) patrimonio religioso-giuridico: il sacer-sanctus e l’augurium-auspicium»[187].
Che le leggi sacrate fossero una alternativa religiosa non antitetica al sistema degli auspici si percepisce da Cicerone, sia quando affermava che, se Clodio fosse stato patrizio, una volta diventato tribuno della plebe avrebbe violato le leges sacrate, laddove, da plebeo, avrebbe violato gli auspicia[188], sia sostenendo il pieno inserimento del tribunato nel sistema costituzionale tardorepubblicano[189], in quanto la potestà tribunizia hoc est populi potestas[190].
Come ha sottolineato Attilio Mastrocinque, agli esordi della res publica l’antico patto tra cives e tra essi e gli dèi fu consolidato attraverso l’imposizione al popolo di un giuramento contro il governo regio[191], allo stesso modo i plebei, ripercorrendo i passi del passato, giurarono sul Monte Sacro: «Due ordinamenti da allora coesistettero a Roma, entrambi fondati su un patto e su un giuramento»[192].
Lo stesso ricorso alla sacertà, il cui uso si registra dal Regnum[193], mostra quanto la plebe, sapientemente, intraprese una via alternativa inserita sempre nell’ambito della realtà giuridico-religiosa della città.
I fatti della prima secessione non furono l’unica occasione in cui la plebs si avvalse delle istituzioni religiose, durante la seconda secessione, alla abdicazione dei decemviri legibus scribundis, nel 449 a.C., a fronte della sospensione delle magistrature, fu il pontefice massimo a presiedere i concilia per l’elezione dei tribuni della plebe[194]: la religio Romana permise alla plebe di intraprendere il cammino per ottenere – almeno teoricamente – il pieno godimento dei diritti politici.
Le souvenir de Simón Bolívar de son serment, prononcé à Rome en 1805 sur le Mont Sacré, offre l’occasion de retracer, d’un point de vue juridico-religieux, les événements qui ont conduit à la création du tribunat de la plèbe. De l’analyse menée ici, il ressort que la plebs, loin d’être une communauté autonome, a eu recours à la religio pour affirmer, conformément à la tradition, ses propres institutions comme alternative au système du patriciorum auspicia.
Il ricordo di Simón Bolívar del suo giuramento, prestato a Roma nel 1805 sul Monte Sacro, offre l’occasione di ripercorrere, in chiave giuridico-religiosa, gli eventi che portarono alla creazione del tribunato della plebe. Dalla analisi qui condotta emerge come la plebs, tutt’altro che una comunità autonoma, ricorse alla religio per affermare, in linea con la tradizione, le proprie istituzioni quale alternativa al sistema dei patriciorum auspicia.
[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Tradizione Romana” si è applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]
* Il presente articolo amplia il testo della relazione presentata al XV Seminario di Studi “Tradizione Repubblicana Romana” Juramento en el Monte Sacro (Roma, Campidoglio - Sala del Carroccio, 16 dicembre 2022).
[1] Sul pensiero politico e pedagogico del personaggio: A. ROMERO, Transición hacia el Estado Comunal y políticas públicas de juventud en la Venezuela del siglo XXI: apuntes críticos desde la filosofía política de Simón Rodríguez, in AA.VV., Juventud y desigualdades en América Latina y el Caribe, Buenos Aires 2017, 321 ss.; P. IMEN, Memorias pedagógicas del futuro. Educación y lucha de clases desde Nuestra América, Buenos Aires 2021, 124 ss.
[2] Archivo del Libertador, Caracas. Sección O’Leary, Tomo 45, fols. 289-290 / Estante C, Cuerpo 2, tramo IV, consultabile al link https://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/carta-que-envia-simon-bolivar-a-su-maestro-don-simon-rodriguez--0/html/ff6c3814-82b1-11df-acc7-002185ce6064_2.html.
[3] P. CATALANO, A proposito del giuramento profetico di Simón Bolívar, in Diritto @ Storia 7, 2008, § 2 (https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Catalano-Giuramento-profetico-Bolivar.htm), evidenzia come «Un vincolo profondo unisce il “giuramento profetico” di Simón Bolívar del 15 agosto 1805 con il giuramento della plebe romana sul Monte Sacro, dopo la secessione del 494 a.C. (2500 anni or sono!). Questi giuramenti segnano l’inizio e il fondamento delle lotte e delle istituzioni per la difesa della libertà della patria e dei cittadini, nell’antichità e nell’età moderna».
[4] Sull’ascendenza rousseauniana di Rodríguez (apostrofato come “Rousseau tropical” da M. ANDRÉ, Bolívar y la Democracia, Barcelona 1924, 19) nella formazione culturale di Bolívar: M. PICÓN-SALAS, Rousseau en Venezuela, in Philosophy and Phenomenological Research 4, 1943 (= Papers and Discussions of the First Inter-American Conference of Philosophy, 1943), 195 ss., il quale, evidenziando come la “utopía sentimental” del filosofo ginevrino influenzò il pensiero ispanoamericano del XIX sec., così definisce Simón Rodríguez: «Un pedagogo venezolano, de vida errante y estrafalaria, el mismo que ha sido maestro y compañero de andanzas europeas de Simón Bolívar; el mismo que aconsejó al Libertador para vencer una extraña hora de neurosis y angustia juvenil la muy rousseauniana terapéutica del “viaje a pie”; el mismo a quien se atribuye haber sembrado en el alma de su discípulo el sueño ardoroso de ser el gran conductor de la Independencia, el muy bizarro don Simón Rodríguez, personifica con exageración que casi liega a la locura, este anhelo de educar para un nuevo mundo» (197); F. CUBIDES CIPAGAUTA, Rousseau, el jacobinismo y Bolívar (Primera Parte), in Revista Colombiana de Sociología 4, 1986, 87 ss., per cui nella sua adolescenza Bolívar ricevette dal maestro una educazione che andava oltre i meri aspetti teorici; J. OCAMPO LÓPEZ, Simón Rodríguez, el maestro del libertador, in Revista Historia de la Educación Latinoamericana 9, 2007, 81 ss., spec. 87 ss.; P. RUDAN, Spiccare il volo e ricadere nell’abisso. Simón Bolívar nella crisi della modernità politica, in Filosofia Politica 1, 2008, 117 ss., spec. 124 s., che evidenzia la centralità di Rousseau nella formazione del Libertador; M.Á. MALDONADO GARCÍA, Robinson Crusoe, Rousseau y Simón Rodríguez: pedagogo de la modernidad, in Revista Colombiana de Educación 59, 2010, 166 ss., per cui Rodríguez «creó un modelo de maestro y discípulo roussoniano en el propio Simón Bolívar» (168); T. CALDERÓN LE JOLIFF – J.M. FIERRO BUSTOS, Robinson, Rousseau, y Rodríguez: el naufragio de la utopía latinoamericana en La Isla de Robinson de Arturo Uslar Pietri, in Revista Chilena de Literatura 83, 2013, 5 ss., i quali, in rapporto all’immaginario latinoamericano, collegano il mito di Robinson Crusoe, il progetto educativo di Rodríguez (che si farà chiamare, in onore del personaggio, Samuel Robinson) e il pensiero di Rousseau; P. CATALANO, Rousseau et le droit public romain, in Rousseau, le droit et l’histoire des institutions. Actes du colloque international pour le tricentenaire de la naissance de Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) organisé à Genève, les 12, 13 et 14 septembre 2012, a cura di A. Dufour, F. Quastana, V. Monnier, Genève-Zurich-Bâle 2013, 18, il quale apostrofa Rodríguez come “disciple” di Rousseau. Cfr. tra gli autori per cui il sistema pedagogico di Rodríguez non fu improntato ai precetti dell’Emilio, ad esempio: M. PÉREZ VILA, La formación intelectual del Libertador, 2ª ed., Caracas 1979 [rist. Colección Bicentenario Carabobo 86, Caracas 2022], 35, 44 ss.; M. DURÁN, La supuesta influencia de Rousseau en el pensamiento de Simón Rodríguez: la “tesis del Emilio”, in Iberoamericana 11.42, 2011, 7 ss.
[5] J.J. ROUSSEAU, Du contrat social; ou Principes du droit politique, Amsterdam, chez Marc Michel Rey, 1762, livr. IV, chap. V, 176: «Le Tribunat n’est point une partie constitutive de la Cité, & ne doit avoir aucune portion de la puissance législative ni de l’exécutive, mais c’est en cela même que la sienne est plus grande: car ne pouvant rien faire il peut tout empêcher. Il est plus sacré & plus révéré comme défenseur des Loix, que le Prince qui les exécute & que le Souverain qui les donne. C’est ce qu’on vit bien clairement à Rome quand ces fiers Patriciens, qui mépriserent toujours le peuple entier, furent forcés de fléchir devant un simple officier du peuple, qui n’avoit ni auspices ni juridiction»; si veda anche ID., Lettres écrites de la Montagne, II partie, Amsterdam, chez Marc Michel Rey, 1764, lett. IX spec. 177 ss. Sull’ideologia del filosofo ginevrino in materia di tribunato: P. CATALANO, Rousseau et le droit public romain, cit., 3 ss., spec. 15 ss.; C. PELLOSO, Tribunes and Negative Sovereignty in Rousseau’s The Social Contract, in Regards croisés sur la Rome ancienneet les Lumières, dir. di I.G. Mastrorosa, Paris 2023, 203 ss. Per il collegamento tra il ius Romanum, il pensiero di Rousseau e di Bolívar: P. CATALANO, Conceptos y principios del derecho público romano de Rousseau a Bolívar, in Modello romano e formazione del pensiero politico di Simón Bolívar. I. Testi costituzionali [= Quaderni Latinoamericani 11, 1994), a cura di M. Sassi, Napoli 1995, IX ss. (già in Pensamiento constitucional de Simón Bolívar. Simposio italo-colombiano, Bogotà 1983, 45 ss.); ID., Note per l’interpretazione della Constitución de la República Bolivariana de Venezuela secondo la dottrina di Simón Bolívar (art. 1), in Teoria del diritto e dello Stato. Rivista europea di cultura e scienza giuridica, 2. Potere negativo e Costituzioni bolivariane, 2007, 359 ss.; E. SPÓSITO CONTRERAS, Reseña de la traducción venezolana de la “Historia del Derecho Romano” de Charles Giraud, Primer libro sobre Derecho Romano en Venezuela, in Diritto @ Storia 13, 2015, § II.5, https://www.dirittoestoria.it/13/tradizione-romana/Sposito-Contreras-Traduccion-venezolana-Historia-Derecho-Romano-Giraud.htm; ID., El Tribunado y su desarrollo en la doctrina del Libertador Simón Bolívar, in Diritto @ Storia 16, 2018, https://www.dirittoestoria.it/16/tradizione/Sposito-Contreras-Tribunado-desarollo-doctrina-Libertador-Simon-Bolivar.htm; G. FIRPO, Da Caio Sicinio Belluto a Simón Bolívar: il modello romano, in Roma e America 42, 2012, 59 ss. Per la centralità delle opere di Rousseau nel pensiero bolivariano, ad es., Á.R. ALMARZA VILLALOBOS, Rousseau, Bolívar y las revoluciones de Venezuela, in Rousseau en Iberoamérica. Lecturas e interpretaciones entre Monarquía y Revolución, a cura di G. Entin, Buenos Aires 2018, 121 ss.
[6] Sulla nozione di libertas, si segnala spec.: CH. WIRSZUBSKI, Libertas as a Political Idea at Rome during the Late Republic and Early Principate, Cambridge 1950 (ma rinvio alla rec. di I. LANA, in Rivista di Filologia e di Istruzione Classica 80, 1952, 361 ss.); U. VON LÜBTOW, Blüte und Verfall der römischen Freiheit, Berlin 1953; ID., Die Freiheit, dargestellt am Beispiel des Aufstiegs und Niedergangs der römischen Libertas. Bilanz und Perspektiven, Rheinfelden 1988; R. DANIELI, A proposito di libertas, in Studi in onore di P. de Francisci, I, Milano 1956, 545 ss.; G. CRIFÒ, Su alcuni aspetti della libertà in Roma, Modena 1958 [estr. da Archivio Giuridico 154, 1958, 3 ss.]; ID., Libertà ed eguaglianza in Roma, in ID., Libertà ed eguaglianza in Roma antica. L’emersione storica di una vicenda istituzionale, 2ª ed., Roma 1984, 7 ss.; J. BLEICKEN, Staatliche Ordnung und Freiheit in der römischen Republik, Kallmünz 1972; I. COGITORE, Le doux nom de liberté. Histoire d’une idée politique dans la Rome antique, Bordeaux 2011; V. ARENA, Libertas and the Practice of Politics in the Late Roman Republic, Cambridge 2012; M. GENOVESE, Libertas e civitas in Roma antica, Acireale-Roma 2012; A. MURONI, Sull’origine della libertas in Roma antica: storiografia annalistica ed elaborazioni giurisprudenziali, in Diritto @ Storia 11, 2013, https://www.dirittoestoria.it/11/tradizione/Muroni-Origine-libertas-Roma-antica.htm; D. POTAGE, De Liber à libertas: naissance d’un concept politique à Rome (Ve-IIIe siècles), in Bulletin de l’Association G. Budé 2, 2015, 128 ss.; G. LOBRANO, La libertas che in legibus consistit, in Diritto @ Storia 15, 2017, https://www.dirittoestoria.it/15/tradizione/Lobrano-Libertas-in-legibus-consistit.htm.
[7] Ad es., in Cicero, De re publ.1.55, si ricordano le lamentele di parte popolare per cui non vi è nulla di più dolce della libertà che si perde sia servendo un re, sia servendo gli ottimati; si veda anche infra, nt. 20.
[8] D. 49.15.7.1 (Proculus libro octavo epist.): Liber autem populus est is, qui nullius alterius populi potestati est subiectus: sive is foederatus est item, sive aequo foedere in amicitiam venit sive foedere comprehensum est, ut is populus alterius populi maiestatem comiter conservaret.
[9] Cicero, De re publ. 1.47: Itaque nulla alia in civitate, nisi in qua populi potestas summa est, ullum domicilium libertas habet; qua quidem certe nihil potest esse dulcius, et quae si aequa non est ne libertas quidem est. L’oratore richiama la dolcezza della libertà anche in altri luoghi, ad es.: In Cat. 4.16: Sed quid ego hosce ordines hominesque commemoro, quos privatae, fortunae, quos communis res publica, quos denique libertas, ea quae dulcissima est, ad salutem patriae defendendam excitavit?; Ad Att. 15.13.3: De libertate retinenda, qua certe nihil est dulcius, tibi adsentior; In Verr. II.5.163: O nomen dulce libertatis! o ius eximium nostrae civitatis! o lex Porcia legesque Semproniae! o graviter desiderata et aliquando reddita plebi Romanae tribunicia potestas! (per il rapporto libertas-tribunicia potestas).
[10] Livius 1.17.3: In variis voluntatibus regnari tamen omnes volebant libertatis dulcedine nondum experta; 2.9.2 s.: Satis libertatem ipsam habere dulcedinis. 3. Nisi, quanta vi civitates eam expetant, tanta regna reges defendant, aequari summa infimis; nihil excelsum, nihil, quod supra cetera emineat, in civitatibus fore; adesse finem regnis, rei inter deos hominesque pulcherrimae; 24.21.2 s.: Secundum Hieronymi caedem primo tumultuatum in Leontinis apud milites fuerat vociferatumque ferociter parentandum regi sanguine coniuratorum esse. 3. Deinde libertatis restitutae dulce auditu[m] nomen crebro usurpatum, spes facta ex pecunia regia largitionis militiaeque fungendae potioribus ducibus et relata tyranni foeda scelera foedioresque libidines adeo mutavere animos, ut insepultum iacere corpus paulo ante desiderati regis paterentur.
[11] Cicero, Brut. 53: [i.e. Brutus] qui potentissimum regem clarissumi regis filium expulerit civitatemque perpetuo dominatu liberatam magistratibus annuis legibus iudiciisque devinxerit; qui collegae suo imperium abrogaverit, ut e civitate regalis nominis memoriam tolleret ... Vedi anche Tacitus, Ann. 1.1.1: libertatem et consulatum L. Brutus instituit.
[12] Cicero, Pro Cluent. 146: Hoc enim vinculum est huius dignitatis qua fruimur in re publica, hoc fundamentum libertatis, hic fons aequitatis; mens et animus et consilium et sententia civitatis posita est in legibus. ... Legum ministri magistratus, legum interpretes iudices, legum denique idcirco omnes servi sumus ut liberi esse possimus; 155: ... quoniam omnia commoda nostra, iura libertatem salutem denique legibus obtinemus, a legibus non recedamus; De leg. agr. 2.102: ... quorum gratia in suffragiis consistit, libertas in legibus, ius in iudiciis et aequitate magistratuum, res familiaris in pace ... Sull’argomento rinvio a G. LOBRANO, La libertas che in legibus consistit, cit., spec. § 1.b.
[13] Livius 2.1.1: Liberi iam hinc populi Romani res pace belloque gestas, annuos magistratus imperiaque legum potentiora quam hominum peragam. Secondo K. HELDMANN, Livius über Monarchie und Freiheit und der römische Lebensaltervergleich, in Würzburger Jahrbücher für die Altertumswissenschaft 13, 1987, 212, nonostante lo storico qui caratterizzi la temporaneità della carica magistratuale e la prevalenza delle leggi sul potere esecutivo quali elementi basilari della Repubblica, nel successivo § 7 (Libertatis autem originem inde magis, quia annuum imperium consulare factum est, quam quod deminutum quicquam sit ex regia potestate, numeres) non nasconde natura e portata regia del potere consolare.
[14] G. GROSSO, Appunti sulla valutazione del tribunato della plebe nella tradizione storiografica conservatrice, in Index 7, 1977, 157, rinviene nel dialogo «la dialettica della posizione estrema di parte conservatrice e di una visione più pacata, rispondente alla concezione ciceroniana del coordinamento pacifico dello Stato».
[15] Sull’accezione di plebs nelle opere ciceroniane, B. KÜHNERT, Populus Romanus und sentina urbis: zur Terminologie der plebs urbana der späten Republik bei Cicero, in Klio 71, 1989, 432 ss.
[16] Cicero, De leg. 3.25: Quam ob rem aut exigendi reges non fuerunt aut plebi re, non verbo danda libertas; quae tamen sic data est, ut multis institutis praeclarissimis adduceretur, ut auctoritati principum cederet.
[17] Ad es., oltre infra, nt. 36: Livius 2.23.2: Fremebant se foris pro libertate et imperio dimicantes domi a civibus captos et oppressos esse, tutioremque in bello quam in pace et inter hostis quam inter civis libertatem plebis esse; 2.28.7: numquam unum militem habituros, ni praestaretur fides publica; libertatem unicuique prius reddendam esse quam arma danda, ut pro patria civibusque, non pro dominis pugnent; sul tema si veda anche Dionysius Halicarnassensis 6.79.2; 6.83.4 s. Sulla questione dell’indebitamento della plebe, spec.: C. GABRIELLI, Debiti e secessione della plebe al Monte Sacro, in Diritto @ Storia 7, 2008, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Gabrielli-Debito-secessione-plebe-Monte-Sacro.htm; L. SOLIDORO, Tassi usurari e giurisdizione, in Diritto @ Storia 7, 2008, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Solidoro-Tassi-usurari-giurisdizione.htm; R. CARDILLI, Plebiscita et leges antiusura. Leges fenebres, ius civile ed ‘indebitamento’ della plebe: a proposito di Tac. Ann. VI, 16, 1-2, in Diritto @ Storia 7, 2008, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Cardilli-Plebiscita-leges-antiusura.htm; ID., Leges fenebres, ius civile ed ‘indebitamento’ della plebe: a proposito di Tac. ann. 6.16.1-2, in Studi in onore di A. Metro, I, a cura di C. Russo Ruggeri, Milano 2009, 377 ss.; ID., Indebitamento degli antichi e indebitamento dei moderni per un superamento delle prospettive giuridiche contemporanee di gestione del debito estero dei paesi in via di sviluppo, in Diritto @ Storia 15, 2017, https://www.dirittoestoria.it/15/memorie/Cardilli-Indebitamento-degli-Antichi-e-dei-Moderni.htm; ID., Usura in fructu non est contro l’astrazione dei moderni, in Diritto @ Storia 16, 2018, https://www.dirittoestoria.it/16/memorie/usurocrazia/Cardilli-Usura-in-fructu-non-est-contro-astrazione-moderni.htm. Cfr. M. HUMBERT, Le tribunat de la plèbe et le tribunal du peuple: remarques sur l’histoire de la provocatio ad populum, in Mélanges de l'École française de Rome. Antiquité 100, 1988, 451, il quale rinviene per gli eventi del 494 a.C. motivazioni sostanzialmente politiche, poiché la plebe rifiutò l’imperium consolare, percepito come oligarchico e repressivo.
[18] Livius 3.9.2-4: C. Terentilius Harsa tribunus plebis eo anno fuit. Is consulibus absentibus ratus locum tribuniciis actionibus datum, per aliquot dies patrum superbiam ad plebem criminatus, maxime in consulare imperium tamquam nimium nec tolerabile liberae civitati invehebatur. 3. Nomine enim tantum minus invidiosum, re ipsa prope atrocius quam regium esse; 4. quippe duos pro uno dominos acceptos immoderata, infinita potestate, qui, soluti atque effrenati ipsi, omnis metus legum omniaque supplicia verterent in plebem; 3.10.10: Tribuni coram in foro personare fabulam conpositam Volsci belli, Hernicos ad partes paratos. Iam ne virtute quidem premi libertatem populi Romani, sed arte eludi. La «continua e costante contrapposizione tra l’imperium del magistrato e la libertas della plebe» è stata evidenziata specialmente da L. AMIRANTE, Una storia giuridica di Roma. Primo quaderno di lezioni, Napoli 1982, qui citato nell’edizione con una «nota di lettura» di E. Dovere, in Rivista di Diritto Romano 14, 2014, 48 (https://www.ledonline.it/rivistadirittoromano/allegati/dirittoromano14Amirante-Storia.pdf).
[19] Livius 5.2.2-4: Quod postquam tribunis plebis iam diu nullam novandi res causam invenientibus Romam est adlatum, in contionem prosiliunt, 3. sollicitant plebis animos hoc illud esse dictitantes, quod aera militibus sint constituta; nec se fefellisse id donum inimicorum veneno inlitum fore. 4. Venisse libertatem plebis; remotam in perpetuum et ablegatam ab urbe et ab re publica iuventutem iam ne hiemi quidem aut tempori anni cedere ac domos ac res invisere suas; 5.2.12: non servos militare, quos hieme saltem in domos ac tecta reduci oporteat et aliquo tempore anni parentis liberosque ac coniuges invisere et usurpare libertatem et creare magistratus.
[20] Livius 7.18.9: Aliquotiens frustra in campum descensum cum esset multique per seditiones acti comitiales dies, postremo victae perseverantia consulum plebis eo dolor erupit, ut tribunos, actum esse de libertate vociferantes relinquendumque non campum iam solum sed etiam urbem, captam atque oppressam regno patriciorum, maesta plebs sequeretur (355 a.C.). Sul concetto di libertà in riferimento all’ordine plebeo, L. BRUNO, «Libertas plebis» in Tito Livio, in Giornale italiano di filologia 19, 1966, 107 ss.
[21] Per il cursus honorum di Tiberio Gracco, T.R.S. BROUGHTON, The Magistrates of the Roman Republic, I. 509 B.C. - 100 B.C., New York 1951, 216, 221.
[22] L’informazione si ricava da Livius 24.16.19, secondo cui il figlio di Tiberio Gracco adornò il tempio con un dipinto celebrante la sua vittoria sui Cartaginesi a Benevento nel 214 a.C.: Digna res visa, ut simulacrum celebrati eius diei Gracchus, postquam Romam redi<i>t, pingi iuberet in aede Libertatis, quam pater eius in Aventino ex multaticia pecunia faciendam curavit dedicavitque. Di un libertatis templum presso l’Aventino fa riferimento anche Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 108 L. I lavori di costruzione dell’edificio sacro iniziarono nell’anno in cui Tiberio Gracco ricopriva la carica di edile della plebe, grazie alle multe che aveva imposto insieme al suo collega C. Fundanio Fundulo (così, da ultima, S. PIACENTIN, The Role of Aedilician Fines in the Making of Public Rome, in Historia 67, 2018, 103 ss., spec. 108 nt. 29, 116, 123).
[23] Si veda J.R. FEARS, The Cult of Virtues and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II.17.1, Berlin-New York 1981, 869 ss., per cui oltre a inerire a manomissioni di schiavi e affrancamento dei cittadini caduti in prigionia, la dea Libertas tutelava le libertà civili proteggeva la Repubblica da coloro che possedevano velleità tiranniche, così «libertas was the central ideological theme in the century of Roman revolution; and the history of Libertas as a divine personification was molded by the political and ideological requirements of factional conflict» (871).
[24] Monum. Ancyr. 2.19.4, ll. 5-8: aedes in Capitolio Iovis feretri et Iovis tonantis, aedem Quirini, aedes Minervae et Iunonis reginae et Iovis Libertatis in Aventino, aedem Larum in summa sacra via, aedem deum Penatium in Velia, aedem Iuventatis, aedem Matris Magnae in Palatio feci (C.I.L. III.2, p. 780). Come evidenzia P. GROS, Aurea templa. Recherches sur l’architecture religieuse de Rome à l’époque d’Auguste, Rome 1976, 15 s., la dichiarazione di Augusto di essere l’autore di antichi luoghi sacri (feci) è da intendere in chiave finanziaria, finalizzata a sottolineare le ingenti somme di danaro sborsate per il restauro; cfr. C. SANTI, Iuppiter nella religione civica di Roma arcaica, in Chaos e Kosmos 15, 2014, 6 nt. 35, che traduce il verbo feci usato da Augusto con l’espressione “ho fatto costruire”.
[25] Secondo A. DEGRASSI, in Inscriptiones Italiae. XIII. Fasti et elogia. 2. Fasti anni Numani et Iuliani, Roma 1963, 504, il luogo sacro restaurato da Augusto era l’antico tempio degli schiavi dedicato a Giove Libero. Si veda ancora, ad esempio, M. ANDREUSSI, v. Iuppiter Libertas, aedes, in Lexicon Topographicum Urbis Romae, III, a cura di E.M. Steinby, Roma 1996, 144; D. MANTZILAS, Augustus’ self-praise and religious activities in the Res Gestae: propaganda of an aspiring god, in ID., Myrema (Mythology-Religion-Magic). 30 Articles and Essays, Ioannina 2018, 623.
[26] ad Kal. Sept.: Iovi Libero Iunoni Reginae in Aventino, C.I.L. I.1, 2ª ed., p. 214 (cfr. L. RICHARDSON, JR., v. Iuppiter Libertas, Aedes, in ID., A New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Baltimore, Maryland 1992, 221, per cui l’epiclesi Liber sarebbe “apparently” un errore). La data indicata nei fasti liturgici dei fratres Arvales, secondo C. CECAMORE, Palatium. Topografia storica del Palatino tra III sec. a.C. e I sec. d.C., Roma 2002, 107 s., comproverebbe la nuova dedica del tempio effettuata da Augusto.
Il culto di Iuppiter Liber è attestato epigraficamente in Italia, ad esempio, dalla lex aedis Furfensis del 58 a.C. (C.I.L. I.1.756, 2ª ed., pp. 540 s. = C.I.L IX.3513, pp. 333-335, su cui spec. U. LAFFI, La lex aedis Furfensis, in La cultura italica. Atti del Convegno della Società Italiana di Glottologia. Pisa 19 e 20 dicembre 1977, Pisa 1978, 121 ss., ora in ID., Studi di storia romana e di diritto, Roma 2001, 515 ss.), e da un’iscrizione in ambito sepinate del I sec. d.C. (V. SCOCCA, Sepino, Altilia, loc., ubicazione incerta, Iuppiter Liber, in Fana, templa, delubra. Corpus dei luoghi di culto dell’Italia antica (FTD) - 3. Regio IV: Alife, Bojano, Sepino, a cura di S. Capini, P. Curci, M.R. Picuti, Paris 2015, 81 s., https://books.openedition.org/cdf/3805).
[27] G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer, 2ª ed., München 1912, 120, 138 s., il quale afferma la fluttuazione dell’epiteto del culto sull’Aventino tra Iuppiter Liber e Iuppiter Libertas.
[28] Inscriptiones Italiae, XIII.2, cit., nr. 1 p. 8: Iov(i) Leibert(ati). Questa data appare compatibile con Ovidius, Fast. 4.621-624: Occupat Apriles Idus cognomine Victor / Iuppiter: hac illi sunt data templa die. / Hac quoque, ni fallor, populo dignissima nostro / atria Libertas coepit habere sua.
[29] Identificano il tempio dedicato da Gracco a Libertas con quello di Giove Libertà, ad esempio: CH. HÜLSEN – H. JORDAN, Topographie der Stadt Rom im Alterthum, I.3, Berlin 1907, 167; S. WEINSTOCK, Divus Julius, Oxford 1971, 135, per il quale non esisteva un antico culto della dea Libertas, e quindi Sempronio Gracco dedicò il tempio a Giove, divinità che probabilmente «was the custodian of political and social freedom»; A. ZIOLKOWSKI, The Temples of Mid-Republican Rome and their Historical and Topographical Context, Roma, 1992, 85 ss., 91 ss.; M. ANDREUSSI, v. Iuppiter Libertas, aedes, cit., 144, seppur con perplessità; F. MARCATTILI, Libertas e Iuppiter Liber in Aventino. Schiavitù e integrazione negli anni della seconda Guerra Punica, in Ostraka 22-23, 2013-2014, 32 ss., quello di Tiberio Gracco è lo stesso di Giove Libero; D. MANTZILAS, Augustus’ self-praise and religious activities in the Res Gestae, cit., 623; S. PIACENTIN, The Role of Aedilician Fines in the Making of Public Rome, cit., 108, 116, 123. Sostengono si tratti di due distinti luoghi di culto presenti sull’Aventino: A. MERLIN, L’Aventin dans l’antiquité, Paris 1906, 47, 107, 227 s., 230, secondo cui il culto di Iuppiter Liber sull’Aventino, legato alla fecondità, era precedente a quello della Libertas; G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer, cit., 138 s., anche se sostiene la presenza di un inneren Zusammenhang tra i due culti; ID., Neue Bruchstücke des römischen Festkalenders, in Hermes 58, 1923, 388; L.A. SPRINGER, The Temple of Libertas on the Aventine, in The Classical Journal 45, 1950, 390 s.; K. LATTE, Römische Religionsgeschichte, München 1960, 70; L. RICHARDSON, JR., v. Iuppiter Libertas, Aedes, cit., 221, e v. Libertas (1), 234; D. ELM VON DER OSTEN, The Cult of the Goddess Libertas in Rome and its Reflection in Ovid’s Poetry and Tibullan Love Elegy, in Vergilius 52, 2006, 34, la quale, tuttavia, non si esprime su quale tempio sia stato restaurato da Augusto. Non prendono posizione, ad es.: S. BALL PLATNER – TH. ASHBY, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, London 1929, 297; D. ELM VON DEN OSTEN, The Cult of the Goddess Libertas in Rome and its Reflection in Ovid’s Poetry and Tibullan Love Elegy, in Vergilius 52, 2006, 34.
[30] Livius 3.37.5: Id modo plebes agitabat, quonam modo tribuniciam potestatem, munimentum libertati, [rem intermissam] repararent, cum interim mentio comitiorum nulla fieri. Vedi ancora: Cicero, De lege agr. 2.15: ... per tribunum plebis, quem maiores praesidem libertatis custodemque esse voluerunt, reges in civitate constitui; Livius 3.45.8 ... si tribunicium auxilium et provocationem plebi Romanae, duas arces libertatis tuendae ...; 4.44.5: ... tribunorum plebis, potestatis sacrosanctae ad auxilium libertatis creatae; 39.5.4: et quid privatim M. Aemilius mandaverit meminisse, tribunatum sibi a populo Romano mandatum oblivisci, et mandatum pro auxilio ac libertate privatorum, non pro consulari regno; De vir. illustr. 18.6: Creavit tamen tribunos plebis, qui libertatem suam adversum nobilitatis superbiam defenderent.
[31] Cicero, De leg. 3.15 s.: Quaesitum igitur ab illis est, placeret ne unum in civitate esse magistratum, cui reliqui parerent, quod exactis regibus intellego placuisse nostris maioribus. Sed quoniam regale civitatis genus probatum quondam postea non tam regni quam regis vitiis repudiatum est, nomen tantum videbitur regis repudiatum, res manebit, si unus omnibus reliquis magistratibus imperabit. 16. Quare nec ephori Lacedaemone sine causa a Theopompo oppositi regibus nec apud nos consulibus tribuni. Nam illud quidem ipsum, quod in iure positum est, habet consul, ut ei reliqui magistratus omnes pareant excepto tribuno, qui post extitit, ne id, quod fuerat, esset. Hoc enim primum minuit consulare ius, quod exstitit, ipse qui eo non teneretur, deinde quod attulit auxilium reliquis non modo magistratibus, sed etiam privatis consuli non parentibus (si veda anche Appianus, Bell. Civ. 1.1, per cui lo scopo originale dei tribuni della plebe era di contenere specialmente i consoli, al fine che questi ultimi, tratti dall’ordine patrizio, non esercitassero un potere assoluto). Come evidenzia G. LOBRANO, Del defensor del pueblo al tribuno de la plebe: regreso al futuro. Un primer bosquejo de interpretación histórico-sistemática. Con atención particular al enfoque bolivariano, in Identidad e Integración Latinoamericana y Caribeña. II Seminario en el Caribe Derecho Romano y Latinidad. La Habana-Cuba, 12 al 14 de febrero de 2004, a cura di P.P. Onida ed E. Valdés Lobán, con la coll. di O. Hernández Aguilar, L. Simón Otero, Napoli 2011, 278 s., qui l’oratore «observa que la lógica propia del ‘gobierno’, bien que integrado por una multiplicidad de magistraturas y magistrados (como en el caso de la república romana), lo reduce inevitablemente a un bloque monolítico de poder ordenado jerárquicamente – reproduciendo así, bien que patológicamente, la lógica del reino – si no se le opone una magistratura y un magistrado capaz, en el mismo tiempo, de sustraerse a aquella lógica y, entonces, de neutralizarla».
[32] Polybius 6.12.1 s.: Οἱ μὲν γὰρ ὕπατοι πρὸ τοῦ μὲν ἐξάγειν τὰ στρατόπεδα παρόντες ἐν Ῥώμῃ πασῶν εἰσι κύριοι τῶν δημοσίων πράξεων. 2. οἵ τε γὰρ ἄρχοντες οἱ λοιποὶ πάντες ὑποτάττονται καὶ πειθαρχοῦσι τούτοις πλὴν τῶν δημάρχων ... (tr. ingl. di W.R. Paton, III, Cambridge, Mass.-London 1923 [rist. 1979], 297: «The consuls, previous to leading out their legions, exercise authority in Rome over all public affairs, since all the other magistrates except the tribunes are under them and bound to obey them»).
[33] Polybius 6.16: Ἥ γε μὴν σύγκλητος πάλιν, ἡ τηλικαύτην ἔχουσα δύναμιν, πρῶτον μὲν ἐν τοῖς κοινοῖς πράγμασιν ἀναγκάζεται προσέχειν τοῖς πολλοῖς καὶ στοχάζεσθαι τοῦ δήμου, 2. τὰς δ' ὁλοσχερεστάτας καὶ μεγίστας ζητήσεις καὶ διορθώσεις τῶν ἁμαρτανομένων κατὰ τῆς πολιτείας, οἷς θάνατος ἀκολουθεῖ τὸ πρόστιμον, οὐ δύναται συντελεῖν, ἂν μὴ συνεπικυρώσῃ τὸ προβεβουλευμένον ὁ δῆμος. 3. ὁμοίως δὲ καὶ περὶ τῶν εἰς ταύτην ἀνηκόντων· ἐὰν γάρ τις εἰσφέρῃ νόμον, ἢ τῆς ἐξουσίας ἀφαιρούμενός τι τῆς ὑπαρχούσης τῇ συγκλήτῳ κατὰ τοὺς ἐθισμοὺς ἢ τὰς προεδρίας καὶ τιμὰς καταλύων αὐτῶν ἢ καὶ νὴ Δία ποιῶν ἐλαττώματα περὶ τοὺς βίους. πάντων ὁ δῆμος γίνεται τῶν τοιούτων καὶ θεῖναι καὶ μὴ κύριος. 4. τὸ δὲ συνέχον, ἐὰν εἷς ἐνίστηται τῶν δημάρχων, οὐχ οἷον ἐπὶ τέλος ἄγειν τι δύναται τῶν διαβουλίων ἡ σύγκλητος, ἀλλ' οὐδὲ συνεδρεύειν ἢ συμπορεύεσθαι τὸ παράπαν ‑ 5. ὀφείλουσι δ' ἀεὶ ποιεῖν οἱ δήμαρχοι τὸ δοκοῦν τῷ δήμῳ καὶ μάλιστα στοχάζεσθαι τῆς τούτου βουλήσεως ‑ διὸ πάντων τῶν προειρημένων χάριν δέδιε τοὺς πολλοὺς καὶ προσέχει τῷ δήμῳ τὸν νοῦν ἡ σύγκλητος (tr. ingl. di W.R. Paton, cit., 305 e 307: «The senate again, which possesses such great power, is obliged in the first place to pay attention to the commons in public affairs and respect the wishes of the people, and it cannot carry out inquiries into the most grave and important offences against the state, punishable with death, and their correction, unless the senatus consultum is confirmed by the people. The same is the case in matters which directly affect the senate itself. For if anyone introduces a law meant to deprive the senate of some of its traditional authority, or to abolish the precedence and other distinctions of the senators or even to curtail them of their private fortunes, it is the people alone which has the power of passing or rejecting any such measure. And what is most important is that if a single one of the tribunes interposes, the senate is unable to decide finally about any matter, and cannot even meet and hold sittings; and here it is to be observed that the tribunes are always obliged to act as the people decree and to pay every attention to their wishes. Therefore for all these reasons the senate is afraid of the masses and must pay due attention to the popular will»).
[34] Sul pensiero di Cola di Rienzo, si veda, tra le opere più recenti: S. BAKER, Writing the Revolution: Petrarch and the Tribunate of Cola di Rienzo, in Annali d’Italianistica 34, 2016, 57 ss.; T. DI CARPEGNA FALCONIERI, Il se voyait déjà Empereur. Cola di Rienzo. Un Romain au Moyen Âge, Grenoble 2019, di cui si veda spec. 83 ss., per il significato “programmatico” del titolo di tribuno assunto dal personaggio in chiave anti aristocratica; A. MODIGLIANI, Imperium e res publica nelle lettere di Cola di Rienzo e nel racconto delle cronache, in Emperors and Imperial Discourse in Italy, c. 1300-1500. New Perspectives, a cura di A. Huijbers, Rome 2022, 69 ss.
[35] Briefwechsel des Cola di Rienzo, a cura di K. Burdach e P. Piur, III. Kritischer Text, Lesarten und Anmerkungen, Berlin 1912, nr. 7, 17). Si veda anche ANONIMO ROMANO, Cronica, ed. a cura di G. Porta, Milano 1979, 161.
[36] Cicerone, ad esempio, afferma come la civitas fu scossa dalla situazione debitoria plebea (De re publ. 2.58), e Sallustio ricorda come la plebs fu oppressa non solo dalle crudeltà subite da un imperio che la riduceva in schiavitù, ma soprattutto dai debiti (Hist. reliq. 1, fr. 11 p. 6 ed. Maurenbrecher); si veda anche la colorita rappresentazione di Florus, Ep. 1, p. 39 ed. Rossbach: Prima discordia ob inpotentiam feneratorum. Quibus in terga quoque serviliter saevientibus, in Sacrum montem plebs armata secessit aegreque ... Rinvio alle puntuali considerazioni di A. MASTROCINQUE, Il Giuramento sul Monte Sacro. Nel “Bicentenario del Giuramento di Simón Bolívar a Montesacro”, in Diritto @ Storia 7, 2008, § 2, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Mastrocinque-Giuramento-Monte-Sacro-Bolivar.htm, per cui, in questa occasione, l’ingente problema di carattere economico si tramutò «in una questione istituzionale, attraverso la creazione dei tribuni della plebe».
[37] Per un’analisi delle vicende narrate da Livio per gli anni antecedenti la prima secessione, A. GRILLONE, Dell’auxilium plebis prima del tribunato: i presagi del nuovo potere nella narrazione liviana, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 116, 2022, 69 ss.
[38] Livius 2.32.1: Timor inde patres incessit, ne, si dimissus exercitus foret, rursus coetus occulti coniurationesque fierent. Itaque, quamquam per dictatorem dilectus habitus esset, tamen, quoniam in consulum verba iurassent, sacramento teneri militem rati, per causam renovati ab Aequis belli educi ex urbe legiones iussere. Quo facto maturata est seditio. In riferimento agli avvenimenti della prima secessione, il termine seditio è spesso connesso a secessio tanto in Livio (2.33.2: ... in his Sicinium fuisse constat, seditionis auctorem ...; anche se si registra nello stesso storico patavino un’accezione che generalmente non presenta una perfetta identità tra i due termini, come, ad esempio, in due passaggi della replica del tribuno della plebe Lucio Valerio a Marco Porcio Catone durante le discussioni sollevate dalla proposta di abrogare la lex Oppia, 34.5.5: Coetum et seditionem et interdum secessionem muliebrem appellavit ...; 34.7.14: Invidiosis nominibus utebatur modo consul, seditionem muliebrem et secessionem appellando. Id enim periculum est ne Sacrum montem, sicut quondam irata plebs, aut Aventinum capiant!), quanto in altre fonti (Cicero, De leg. 3.24: ... restincta seditio est ...; Valerius Maximus 4.4.2: Verum idcirco perniciosa seditione dividua civitas manibus Agrippae in unum contrahi voluit ...; Gellius, Noct. Att. 17.21.11: Romae autem istis ferme temporibus tribunos et aediles tum primum per seditionem sibi plebes creavit ...; Eutropius, Brev. 1.13.1: Sexto decimo anno post reges exactos seditionem populus Romae fecit, tamquam a senatu atque consulibus premeretur; Liv. Perioch. 2, p. 6 ed. Rossbach: Plebs cum propter nexos ob aes alienum in Sacrum montem secessisset, consilio Meneni Agrippae a seditione revocata est). L. BRUNO, «Libertas plebis» in Tito Livio, cit., 119 s., sottolinea il ricorso nell’opera liviana dell’accezione politica del termine seditio, di origine tecnico-militare. Per l’etimologia: A. ERNOUT – A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la langue latine. Histoire des mots, 4ª ed. a cura di J. André, Paris 2001, 611; C. MILANI, Seditio: proposte etimologiche, in L’opposizione nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano 2000, 311 ss.
[39] A. GUARINO, La rivoluzione della plebe, Napoli 1975, 189 ss., in riferimento ai fatti del 494 a.C., parla di “sciopero militare”, quando «si ribellò la plebe dell’esercito, cioè quella che faceva parte della classe clipeata e che col suo abbandono dei ranghi, specie se compattamente eseguito, poteva veramente e materialmente mettere in crisi i patrizi, privandoli della fanteria oplitica» (189). In merito, tuttavia, appare più convincente la posizione di F. DE MARTINO, Storia della costituzione romana, I, 2ª ed., Napoli 1972, 337 s., per cui, nonostante le secessioni si correlassero all’esercito, in quanto «la rottura dell’unità cittadina aveva come immediata conseguenza il rifiuto di sottoporsi al servizio militare», le cause risiedevano nella sfera economico-politica.
[40] Circa il personaggio, A. MASTROCINQUE, Caio Sicinio Belluto e l’origine del tribunato della plebe, in Diritto @ Storia 9, 2010, https://www.dirittoestoria.it/9/Memorie/Mastrocinque-Sicinio-Belluto-origine-trib.htm, dubita «che anche i primi tribuni della plebe fossero dei poveracci […] e non piuttosto dei cittadini illustri ed illuminati», respingendo quanto affermato da Dionysius Halicarnassensis 7.33.2.
[41] Livius 2.32.2-3: Et primo agitatum dicitur de consulum caede, ut solverentur sacramento; doctos deinde nullam scelere religionem exsolvi, Sicinio quodam auctore iniussu consulum in Sacrum montem secessisse - trans Anienem amnem est, tria ab urbe milia passuum; 3. ea frequentior fama est quam, cuius Piso auctor est, in Aventinum secessionem factam esse. In merito al luogo della seditio, non vi è piena concordanza delle testimonianze antiche, come emerge dallo stesso Livio, il quale, dapprima ricorda la tradizione per cui la prima secessione plebea avvenne sul Monte Sacro (accolta, ad esempio da: Cicero, Brut. 54: Videmus item paucis annis post reges exactos, cum plebes prope ripam Anionis ad tertium miliarium consedisset eumque montem, qui Sacer appellatus est, occupavisset ...; Dionysius Halicarnassensis 6.45.2: λοχαγούς τε ἑτέρους καὶ περὶ πάντων ἄρχοντα τὸν Σικίννιον ἀποδείξαντες, ὄρος τι καταλαμβάνονται πλησίον Ἀνίητος ποταμοῦ κείμενον, οὐ πρόσω τῆς Ῥώμης, ὃ νῦν ἐξ ἐκείνου Ἱερὸν ὄρος καλεῖται, tr. ingl. di E. Cary, III, Cambridge, Mass.-London 1940, 373: «and having appointed different centurions and made Sicinius their leader in all matters, they occupied a certain mount situated near the river Anio, not far from Rome, which from that circumstance is still called the Sacred Mount»; Valerius Maximus 8.9.1: Regibus exactis plebs dissidens a patribus iuxta ripam fluminis Anienis in colle, qui sacer appellatur, armata consedit ...; Asconius, In Cornel. p. 67 ed. A. Kiessling et R. Schoell, testo infra, nt. 145; Festus, De verb. sign., p. 422 L., testo infra, nt. 145), per poi rievocare Pisone, il quale individuava il colle Aventino quale scenario dell’evento (oltre a Calpurnius Piso, Ann. fragm. fr. 22, H. PETER, Historicorum Romanorum Reliquiae, I, 2ª ed., Lipsiae 1914, 129, così anche Sallustius, Bell. Iug. 31.17, sebbene in Hist. reliq. 1, fr. 11 p. 6 ed. Maurenbrecher, egli faccia riferimento ad entrambi i luoghi). Cfr. Varro, De ling. Lat. 5.81: Tribuni plebei, quod ex tribunis militum primum tribuni plebei facti, qui plebem defenderent, in secessione Crustumerina, dove il territorio di Crustumerium di cui si riferisce è riconosciuto da alcuni studiosi quale Monte Sacro, ad es., TH. MOMMSEN, Römisches Staatsrecht, II.1, 3ª ed., Leipzig 1887, 272 (= ID., Le droit public romain, III, tr. fr. di P.F. Girard, Paris 1893, 313); F. FABBRINI, v. «Tribuni plebis», in Novissimo Digesto Italiano, 19, Torino 1973, 780 nt. 2; R.G. KENT, in Varro, On the latin language, I. Books V.-VII, Cambridge, Massachussetts - London 1977, 78 nt. B; R. DEL PONTE, La secessione dei plebei tra Iuppiter e Ceres, in Favete linguis! Saggi sulle fondamenta del sacro in Roma antica, Genova 2010, 90. Contra, S. MAZZARINO, Note sul tribunato della plebe nella storiografia romana, in Index 3, 1972, 175 ss., spec. 181 ss., per cui Varrone si riferisce alla secessione del 449 a.C., anno in cui colloca l’origine del tribunato.
[42] Si veda anche l’episodio del 460 a.C., quando i tribuni cercarono di opporsi all’annuncio di radunare l’esercito fatto dal neo console Cincinnato, senza bisogno di procedere alla leva, in quanto i soldati, per riconquistare il Campidoglio, avevano precedentemente stretto giuramento nella persona di Publio Valerio; in tale occasione: Cavillari tum tribuni et populum exsolvere religione velle: privatum eo tempore Quinctium fuisse, cum sacramento adacti sint. 5. Sed nondum haec, quae nunc tenet saeculum, neglegentia deum venerat, nec interpretando sibi quisque ius iurandum et leges aptas faciebat, sed suos potius mores ad ea accommodabat. 6. Igitur tribuni, ut inpediendae rei nulla spes erat, de proferenda profectione exercitus agere ... (Livius 3.20.4-6).
[43] Dionysius Halicarnassensis 6.45.1: οἱ μὲν πένητες οὐκέτι κρύφα οὐδὲ νύκτωρ ὡς πρότερον, ἀλλ´ ἀναφανδὸν ἤδη συνιόντες ἐβούλευον ἀπόστασιν ἐκ τῶν πατρικίων· ἡ δὲ βουλὴ κωλύειν διανοουμένη τοῖς ὑπάτοις ἐπέταξε μήπω λύειν τὰ στρατεύματα. Τῶν γὰρ τριῶν ταγμάτων ἑκάτερος ἔτι κύριος ἦν τοῖς στρατιωτικοῖς ὅρκοις κατειργομένων καὶ οὐδεὶς ἀπολείπεσθαι τῶν σημείων ἠξίου· τοσοῦτον ἴσχυσεν ὁ τῶν ὅρκων ἐν ἑκάστῳ φόβος (tr. ingl. di E. Cary, III, cit., 371: «The poor, no longer meeting secretly and by night, as before, but openly now, were planning a secession from the patricians; and the senate, with the purpose of preventing this, ordered the consuls not to disband the armies as yet. For each consul still had command of his three legions, which were restrained by their military oaths, and none of the soldiers cared to desert their standards, so far did the fear of violating their oaths prevail with all of them»).
[44] Dionysius Halicarnassensis 6.45.2.
[45] Cicero, De re publ. 2.59: Fuerat fortasse aliqua ratio maioribus nostris in illo aere alieno medendi, quae neque Solonem Atheniensem non longis temporibus ante fugerat, neque post aliquanto nostrum senatum, cum sunt propter unius libidinem omnia nexa civium liberata nectierque postea desitum, semperque huic oneri, cum plebes publica calamitate inpendiis debilitata deficeret, salutis omnium causa aliqua sublevatio et medicina quaesita est. Quo tum consilio praetermisso causa populo nata est, duobus tribunis plebis per seditionem creatis, ut potentia senatus atque auctoritas minueretur ...
[46] Cicero, De re publ. 6.1 fr.: Eaque dissensio civium, quod seorsum eunt alii ad alios, seditio dicitur (p. 122 ed. Ziegler); accezione accolta, ad es., da: Nonius Marcellus, De comp. doctr. 1, p. 36 L.; Servius Dan., Verg. Aen. 1.149: ‘Seditio’ est (dissensio civium) ...; Isidorus Hispalensis, Etym. 5.26.11; 18.1.6; De diff. verb. 563. Nella visione ciceroniana la seditio è identificata «con la libertas esgrimida por los elementos populares», alla luce di una antitesi ideologica tra concordia e libertas (F.M. SIMÓN – F. PINA POLO, Concordia y libertas como polos de referencia religiosa en la lucha política de la república tardía, in Gerión 18, 2000, 261 ss., cit. a 269).
[47] Cicero, De leg. 3.24: Concessa plebei a patribus ista potestate arma ceciderunt, restincta seditio est, inventum est temperamentum, quo tenuiores cum principibus aequari se putarent; in quo uno fuit civitatis salus.
[48] Livius 2.32.7-8: nullam profecto nisi in concordia civium spem reliquiam ducere: ‘eam per aequa, per iniqua reconciliandam civitati esse’. 8. Placuit igitur oratorem ad plebem mitti Menenium Agrippam, facundum virum et quod inde oriundus erat plebi carum. La plebe dimostrò apprezzamento verso il personaggio anche in occasione della sua morte: Livius 2.33.10 s.: Eodem anno Agrippa Menenius moritur, vir omni vita pariter patribus ac plebi carus, post secessionem carior plebi factus. 11. Huic interpreti arbitroque concordiae civium, legato patrum ad plebem, reductori plebis Romanae in urbem sumptus funeri defuit; extulit eum plebs sextantibus conlatis in capita; in merito, Valerius Maximus 4.4.2, Seneca, Cons. ad Helv. 12.5, Plinius maior, Nat. hist. 33.138, Apuleius, Apol. 18, De vir. illustr. 18.7 (anche se specifica ... locum sepulcro senatus publice daret), parlano di una colletta disposta dal popolo per il funerale; cfr.: Dionysius Halicarnassensis 6.96, per cui alla morte di Menenio Agrippa, quando il senato seppe che il popolo, su iniziativa dei tribuni, raccolse il denaro per le spese funerarie, dispose che gli estremi onori fossero a cura dei questori e resi con i fondi pubblici (si veda anche 9.27.2); Liv. Perioch. 2, p. 6 ed. Rossbach, che riferisce di un publicum impendium.
[49] Livius 2.32.8-12. Per un’analisi della ideologia liviana alla base del racconto dell’apologo di Menenio Agrippa, F. GASTI, Riletture funzionali dell’apologo di Menenio Agrippa in età imperiale, in Riscrivere l’antico fra emulazione e deformazione. Atti del Convegno Internazionale (Foggia, 2-3 dicembre 2021), a cura di G.M. Masselli e A. Tedeschi, Campobasso 2022, 119 ss.; si veda anche ID., Antichi oratori e pratica oratoria: Livio e Menenio Agrippa, in Epistulae a familiaribus. Per R. Tabacco, a cura di A. Borgna e M. Lana, Alessandria 2022, 245 ss., per la presenza di canoni retorici nella esposizione liviana. Circa la tradizione dell’episodio, vedi, tra coloro che hanno riconosciuto una falsificazione: W. NESTLE, Die Fabel des Menenius Agrippa, in Klio 21, 1927, 350 ss., che accoglie l’ipotesi di W. SOLTAU (Livius’ Geschichtswerk. Seine Komposition und seine Quellen. Ein Hilfsbuch für Geschichtsforscher und Liviusleser, Leipzig 1897, 114 ss., 186, 211) per cui Livio trasse il racconto da Q. Elio Tuberone (contra A. GUARINO, Tuberone e Menenio Agrippa, in Labeo 26, 1980, 139 s.), ma al contempo individua una genesi greca dell’aneddoto, riconducibile all’Atene del V sec. a.C.; A. CAPIZZI, Un apologo di Alcmeone crotoniate?, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica 13, 1983, 159 ss., il quale rinviene delle forti analogie con il mito alcmeoniano; L. BERTELLI, L’apologo di Menenio Agrippa: incunabolo della «Homonoia» a Roma?, in Index 3, 1972, 224 ss., per cui l’originale versione, connessa ai problemi dell’indebitamento della plebe, fu rielaborata intorno al II sec. a.C. in chiave politica alla luce della concordia civium; P. LÓPEZ BARJA DE QUIROGA, El cuerpo político: la fábula de Menenio Agripa, in Gerión vol. extra, 2007, 243 ss., secondo cui si tratterebbe di una favola esopica di antica provenienza egiziana. Rinvio, tuttavia, alle riflessioni di G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. II. La conquista del primato in Italia, 2ª ed., Firenze 1960 [rist. 1964], 4: «checchè ne sia, in quell’apologo, che appartiene ad uno strato antico di tradizione, si rispecchia lo sfruttamento della plebe a profitto del patriziato e la ragione economica della lotta; e non importa che gli elementi stessi dell’allegoria possano essere stati attinti a quel patrimonio comune di novelle che gli Arii avevano portato seco dalle loro sedi primitive».
[50] Livius 2.33.1: Agi deinde de concordia coeptum concessumque in condiciones, ut plebi sui magistratus essent sacrosancti, quibus auxilii latio adversus consules esset, neve cui patrum capere eum magistratum liceret. Cfr. De vir. illustr. 18.6: Creavit tamen tribunos plebis, qui libertatem suam adversum nobilitatis superbiam defenderent.
[51] Cicero, De prov. cons. 46.
[52] Livius 2.33.2-3: Ita tribuni plebei creati duo, C. Licinius et L. Albinus. Hi tres collegas sibi creaverunt; in his Sicinium fuisse constat, seditionis auctorem; de duobus, qui fuerint, minus convenit. 3. Sunt, qui duos tantum in Sacro monte creatos tribunos esse dicant ibique sacratam legem latam. Per le diverse tradizioni si veda anche Asconius, In Cornel. p. 68 ed. Kiessling - Schoell: Sunt tamen qui eundem illum duorum numerum quem Cicero ponant: inter quos Tuditanus et Pomponius Atticus, Livius quoque noster. Idem hic et Tuditanus adiciunt tres praeterea ab illis duobus sibi collegas creatos esse. Nomina duorum qui primi creati sunt haec traduntur: L. Sicinius L. f. Velutus, L. Albinius C. f. Paterculus.
[53] Livius 4.6.7: C. Claudi sententia consules armabat in tribunos; Quinctiorum, Cincinnatique et Capitolini, sententiae abhorrebant a caede violandisque, quos foedere icto cum plebe sacrosanctos accepissent.
[54] Si veda anche Quintilianus, Inst. Or. 5.11.19; Florus, Ep. 1, p. 39 ed. Rossbach; De vir. illustr. 18.2-5.
[55] Livius 2.52.6-8. Cfr. Dionysius Halicarnassensis 9.29-32, dove, nella descrizione della difesa di Servilio, non si accenna a un simile rimprovero nei confronti dei plebei.
[56] Dionysius Halicarnassensis 6.69.3.
[57] Sulla tradizione circa il ruolo di conciliatore ricoperto dal personaggio durante la prima secessione (testimoniato, ad es., dal suo elogium epigrafico in C.I.L. I.1.V, 2ª ed., p. 189 in cui si legge … plebem de Sacro monte deduxit gratiam cum patribus reconciliavit …; passaggio presente anche nell’iscrizione aretina in C.I.L. XI.1.1826, p. 338), rinvio a F. VALLOCCHIA, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, in Diritto @ Storia 7, 2008, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Vallocchia-Manio-Valerio-Massimo-dittatore-augure.htm.
[58] Dionysius Halicarnassensis 6.69.4: Μετὰ ταῦτα τῆς βουλῆς διαλυθείσης οἱ μὲν ὕπατοι προελθόντες εἰς ἐκκλησίαν τὸ δόγμα τῆς βουλῆς ἀνέγνωσαν καὶ τοὺς πρεσβευτὰς παρήγαγον· ἁπάντων δ´ ἀξιούντων τὰς ἐντολάς ἃς ἔδωκαν αὐτοῖς μαθεῖν, εἶπον ἐν τῷ φανερῷ πράττειν, ὅτῳ ἂν τρόπῳ δύνωνται, φιλίαν τῷ δήμῳ πρὸς τοὺς πατρικίους ἄτερ δόλου καὶ ἀπάτης καὶ καταγαγεῖν τοὺς φεύγοντας ἐπὶ τὰ σφέτερα ἐν τάχει (tr. ingl. di E. Cary, IV, Cambridge, Mass.-London 1943, 61: «After this, the senate being dismissed, the consuls went to the assembly of the people, and having ordered the decree of the senate to be read, presented the envoys. And as everyone desired to be informed of the instructions which the senate had given them, the consuls declared openly that they had ordered them to reconcile the people to the patricians by any means they could without fraud or deceit and to bring the fugitives home speedily»).
[59] Dionysius Halicarnassensis 6.70.
[60] Dionysius Halicarnassensis 6.86.
[61] Secondo A. MASTROCINQUE (Lucio Giunio Bruto. Ricerche di storia, religione e diritto sulle origini della repubblica romana, Trento 1988; Caio Sicinio Belluto, cit.) la presenza di un personaggio di nome Bruto nella tradizione circa gli eventi del 494 a.C. si connette alle origine della Repubblica, rivelando per queste ultime un carattere non esclusivamente patrizio.
[62] Dionysius Halicarnassensis 6.87.3: Ὑποτυχόντος δὲ τοῦ Μενηνίου καὶ κελεύσαντος λέγειν τὴν ἀσφάλειαν, ἧς ἔτι τὸν δῆμον οἴεται δεῖσθαι, “Συγχωρήσατε”, φησίν, “ἡμῖν ἄρχοντας ἀποδεικνύναι καθ’ ἕκαστον ἐνιαυτὸν ἐξ ἡμῶν ὁσουσδήτινας, οἵτινες ἄλλου μὲν οὐδενὸς ἔσονται κύριοι, τοῖς δ’ ἀδικουμένοις ἢ κατισχυομένοις τῶν δημοτῶν βοηθήσουσι καὶ οὐ περιόψονται τῶν δικαίων ἀποστερούμενον οὐθένα· τοῦτο ὑμᾶς ἀντιβολοῦμεν καὶ δεόμεθα πρὸς τοῖς ἄλλοις οἷς δεδώκατε, εἰ μὴ λόγος, ἀλλ’ ἔργον εἰσὶν αἱ διαλλαγαί, δοῦναι καὶ χαρίσασθαι” (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 115 e 117: «And Menenius, having replied and asked him to name the safeguard he thought the people still needed, he said: “Give us leave to choose out of our own body every year a certain number of magistrates who shall be invested with no other power than to relieve those plebeians to whom any injury or violence is offered, and to permit none of them to be deprived of their rights. This favour we entreat and beg you to add to those you have already granted us, if our accommodation is not one in word only, but a reality”»).
[63] Dionysius Halicarnassensis 6.88.
[64] Dionysius Halicarnassensis 6.89.1: Τῇ δ’ ἑξῆς ἡμέρᾳ παρῆσαν μὲν οἱ περὶ τὸν Βροῦτον πεποιημένοι τὰς πρὸς τὴν βουλὴν συνθήκας διὰ τῶν εἰρηνοδικῶν, οὓς καλοῦσι Ῥωμαῖοι φητιάλεις (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 119 e 121: «The next day Brutus and those who had been sent with him returned, having effected the agreement with the senate through the arbiters of peace who are called by the Romans fetiales»).
[65] Tra i sostenitori del foedus sigillato dai feziali quale accordo tra due comunità straniere, o autonome, ad esempio: B.G. NIEBUHR, Römische Geschichte, I, 2ª ed., Berlin 1827, 637; L. LANGE, Römische Alterthümer. I, 2ª ed., Berlin 1863, 511; II, Berlin 1862, 486 s.; E. COSTA, Storia del diritto romano pubblico, Firenze 1906, 158 nt. 55; A. ROSENBERG, Studien zur Entstehung der Plebs, in Hermes 48, 1913, 359 ss., secondo cui l’antica plebe appariva come «ein Staat im Staate, als eine autonome Gemeinde, mit der der Staat in den gleichen Formen wie dem Auslande verkehrt» (370); P. DE FRANCISCI, Storia del diritto romano, I, rist. Milano 1941, 235 s., 248 s., 251; A. DELL’ORO, La formazione dello stato patrizio-plebeo, Milano-Varese 1950, 70 ss., il quale ha affermato che la plebe era una collettività politica autonoma «collegata, con modalità non sempre identiche, alla comunità patrizia»; P. BONFANTE, Storia del diritto romano. I, rist. della 4ª ed., a cura di G. Bonfante e G. Crifò, Milano 1958, 106, 115; G. GROSSO, Lezioni di storia del diritto romano, 5ª ed., Torino 1965, 86 s.; si veda anche F. FABBRINI, v. «Tribuni plebis», cit., 785, il quale, escludendo che i due ordini sociali fossero comunità distinte, intende il foedus quale “atto di pace”. Contra coloro che rigettano la testimonianza di Dionigi, poiché intendono il foedus e l’opera dei feziali atti soltanto a regolare i rapporti internazionali: E. HERZOG, Geschichte und System der römischen Staatsverfassung. I. Königszeit und Republik, Leipzig 1884, 146 s.; TH. MOMMSEN, Römisches Staatsrecht, II.1, cit., 287 s. nt. 2 (= ID., Le droit public romain, III, cit., 331 nt. 1); V. GROH, Potestas sacrosancta dei tribuni della plebe, in Studi in onore di S. Riccobono, II, Palermo 1936, 8; H. SIBER, Die plebejischen Magistraturen bis zur lex Hortensia, in Festschrift der Leipziger Juristenfakultät für Dr. A. Schultze zum 19. März 1936, Leipzig 1938, 14 s.; C. GIOFFREDI, Il fondamento della “tribunicia potestas” e i procedimenti normativi dell’ordine plebeo (“sacrosanctum – lex sacrata – sacramentum”), in Studia et Documenta Historiae et Iuris 11, 1945, 56 s.; G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. II, cit., 28; J. BAYET, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», in Tite-Live, Histoire romaine, III.3, tr. fr. G. Baillet, 3ª ed., Paris 1962, 146 nt. 1; F. DE MARTINO, Storia della costituzione romana, I, cit., 340 s.; M. DE SOUZA, Interrogations autour d’un mont Sacré sur le parcours des deux premières sécessions de la plèbe, in Les collines dans la représentation et l’organisation du pouvoir à Rome, a cura di Id., Bordeaux 2017, 68. Rinvio sul punto a P. CATALANO, Linee del sistema sovrannazionale romano, I, Torino 1965, 199 s. (seguito, ad esempio, da R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, Napoli 1996, 297 s.; G. POMA, Le secessioni della plebe (in particolare quella del 494-493 a.C.) nella storiografia, in Diritto @ Storia 7, 2008, § 5, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Poma-Secessioni-plebe-storiografia.htm; R. DEL PONTE, La secessione dei plebei tra Iuppiter e Ceres, cit., 92 s.), il quale, superando le moderne categorie giuridiche, dimostra l’universale ricorso ai foedera.
[66] Dionysius Halicarnassensis 6.88.4: Μετὰ τοῦτο Μενηνίου παραινέσαντος τοῖς δημόταις ἀποστεῖλαί τινας εἰς τὴν πόλιν, οἷς ἡ βουλὴ τὰ πιστὰ δώσει, πέμπεται Λεύκιος Ἰούνιος Βροῦτος, ὑπὲρ οὗ πρότερον εἴρηκα, καὶ σὺν αὐτῷ Μάρκος Δέκιος καὶ Σπόριος Ἰκίλιος. Τῶν δὲ παρὰ τῆς βουλῆς ἀφιγμένων οἱ μὲν ἡμίσεις ἅμα τοῖς περὶ τὸν Βροῦτον εἰς τὴν πόλιν ὑπέστρεψαν, Ἀγρίππας δὲ μετὰ τῶν λοιπῶν κατέμεινεν ἐπὶ τοῦ στρατοπέδου διαγράψαι παρακληθεὶς τὸν νόμον τοῖς δημοτικοῖς καθ´ ὃν ἀποδείξουσι τὰς ἀρχάς (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 119: «Thereupon Menenius advised the plebeians to send some persons to receive the pledges which the senate was to give; and pursuant to this, Lucius Junius Brutus, whom I mentioned before, was sent, and with him Marcus Decius and Spurius Icilius. Of the envoys who had come from the senate one half returned to the city with Brutus and his associates; but Agrippa with the rest remained in the camp, having been asked by the plebeians to draw up the law for the creation of their magistrates»).
[67] Quando in seguito la plebe redasse e votò la norma che istituiva e garantiva il tribunato, si affermò la sua raggiunta capacità di auto normarsi, posando «il seme, gravido di sviluppi futuri, della sovranità popolare»: F. SERRAO, Secessione e giuramento della plebe al Monte Sacro, in Diritto @ Storia 7, 2008, § 3, https://www.dirittoestoria.it/7/Memorie/Serrao-Secessione-giuramento-plebe-Monte-Sacro.htm.
[68] TH. MOMMSEN, Römisches Staatsrecht, II.1, cit., 281: «Es muss eine Epoche gegeben haben, in der die Plebs nichts war als die Revolution in Permanenz und ihr Recht die Möglichkeit der Selbsthülfe» (= ID., Le droit public romain, III, cit., 323).
[69] TH. MOMMSEN, Römisches Staatsrecht, II.1, cit., 286 ss. (= ID., Le droit public romain, III, cit., 329 ss.). Contra la visione rivoluzionaria del tribunato, spec., J. ELULL, Réflexions sur la révolution, la plèbe et le tribunat de la plèbe, in Index 3, 1972, 155 ss., per il quale, tuttavia, questa magistratura non possedeva carattere costituzionale, in quanto, in una “cité bipolaire”, esso era il risultato «de relations de tension entre des groupes effectivement en conflit» (156).
[70] In tal senso, specialmente, P. CERAMI, Iuris publici interpretatio e contentio de iure publico (a proposito di alcune riflessioni di Alberto Burdese), in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 59, 2016, 183 ss.
[71] Mi sia permesso di rinviare a C.M.A. RINOLFI, Tradizione e innovazione nelle ‘esternazioni’ dei sacerdotes populi Romani, in Diritto @ Storia 19, 2022, https://www.dirittoestoria.it/19/tradizione/Rinolfi-Tradizione-innovazione-esternazioni-sacerdotes.htm; EAD., Interpretationes sacerdotali tra ius publicum e ius sacrum: le procedure di nomina dei magistrati repubblicani, in Collection of Papers “Legal gaps and the completeness of law”, Vol. V. The XII Scientific Conference on the occasion of the Day of the Faculty of Law, International scientific conference, held in Pale, 28 October 2023, a cura di D. Ćeranić, S. Ivanović, R. Lale, S. Ivanović, Đ. Marilović, S. Aličić, Pale 2024, 160 ss.
[72] D. 1.1.1.2 (Ulpianus libro primo institutionum): Huius studii duae sunt positiones, publicum et privatum. Publicum ius est quod ad statum rei Romanae spectat, privatum quod ad singulorum utilitatem: sunt enim quaedam publice utilia, quaedam privatim. Publicum ius in sacris, in sacerdotibus, in magistratibus constitit; per una analisi approfondita del frammento, vide G. ARICÒ ANSELMO, Ius publicum – ius privatum in Ulpiano, Gaio e Cicerone, in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 37, 1983, 452 ss. Per l’origine sacerdotale, precedente o coeva al conflitto tra patrizi e plebei, F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica. I. Libri e commentarii, Sassari 1983, 213 s.
[73] Sull’inadeguatezza di una lettura del ius Romanum alla luce della visione statualista, ad esempio: P. CATALANO, Populus Romanus Quirites, Torino 1974, 41 ss.; G. LOBRANO, Note su «diritto romano» e «scienze di diritto pubblico» nel XIX secolo, in Index 7, 1977, 66; ID., Il potere dei tribuni della plebe, Milano 1982, 6 ss.; ID., Diritto pubblico romano e costituzionalismi moderni, Sassari 1989, 81 ss.; ID., Res publica res populi. La legge e la limitazione del potere, Torino 1996, 42 ss.; ID., La alternativa attuale tra i binomi istituzionali: “persona giuridica e rappresentanza” e “società e articolazione dell’iter di formazione della volontà”. Una ìpo-tesi (mendeleeviana), in Diritto @ Storia 10, 2011-2012, spec. § 2, https://www.dirittoestoria.it/10/D&Innovazione/Lobrano-Persona-giuridica-rappresentanza-societa-formazione-volonta.htm; ID. – P.P. ONIDA, Rappresentanza o/e partecipazione. Formazione della volontà «per» o/e «per mezzo di» altri. Nei rapporti individuali e collettivi, di diritto privato e pubblico, romano e positivo, in Diritto @ Storia 14, 2016, https://www.dirittoestoria.it/14/contributi/Lobrano-Onida-Rappresentanza-o-e-partecipazione.htm; F. SINI, Dai documenti dei sacerdoti romani: dinamiche dell’universalismo nella religione e nel diritto pubblico di Roma antica, in Diritto @ Storia 2, 2003, § 5, https://www.dirittoestoria.it/tradizione2/Sini-Dai-Documenti.htm; ID., Diritto e documenti sacerdotali romani: verso una palingenesi, in Diritto @ Storia 4, 2005, § 1, https://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/Sini-Diritto-documenti-sacerdotali-palingenesi.htm.
[74] Livius 3.55.6 s.: Et cum plebem hinc provocatione, hinc tribunicio auxilio satis firmassent, ipsis quoque tribunis, ut sacrosancti viderentur, cuius rei prope iam memoria aboleverat, relatis quibusdam ex magno intervallo caerimoniis renovarunt, 7. et cum religione inviolatos eos tum lege etiam fecerunt sanciendo, ut, qui tribunis plebis, aedilibus, iudicibus decemviris nocuisset, eius caput Iovi sacrum esset, familia ad aedem Cereris, Liberi Liberaeque venum iret.
Tra coloro che sostengono che nel 449 a.C. si conferì una base legale alla inviolabilità tribunizia, ad es.: M. HUMBERT, Le tribunat de la plèbe et le tribunal du peuple, cit., 478: «La loi cherche à prendre le relai du serment: la sacro-sainteté tribunicienne reçoit officiellement droit de cité»; E. CALORE, «Costituzionalizzazione di strumenti rivoluzionari della lotta di classe» e «principio della necessità della collaborazione» secondo Giuseppe Grosso, in Tribunado – poder negativo y defensa de los derechos umanos. En homenaje al Profesor G. Grosso (Torino, 8-9 settembre 2016), a cura di A. Trisciuoglio, Milano 2018, 71 s. (già in Diritto @ Storia 15, 2017, § 2, https://www.dirittoestoria.it/15/tradizione/Calore-Emanuela-Costituzionalizzazione-strumenti-lotta-di-classe-secondo-G-Grosso.htm).
[75] Si veda, invece, A. ROSENBERG, Studien zur Entstehung der Plebs, cit., 364 s., per il quale la lex sacrata rappresentava un surrogato nei casi in cui non sussisteva un vero obbligo giuridico, e non poteva creare una imposizione religiosa.
[76] B. ALBANESE, ‘Sacer esto’, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 91, 1988 [ma 1992], 163 nt. 45 (ora in ID., Scritti giuridici, III, a cura di G. Falcone, Torino 2006, 21 nt. 45).
[77] Livius 3.55.8 s.: Hac lege iuris interpretes negant quemquam sacrosanctum esse, sed eum, qui eorum cuiquam nocuerit, Iovi sacrum sanciri; 9. itaque aedilem prendi ducique a maioribus magistratibus, quod etsi non iure fiat - noceri enim ei, cui hac lege non liceat -, tamen argumentum esse non haberi pro sacrosancto aedilem. Le fonti, tuttavia, ricordano posizioni contrastanti: Festus, De verb. sign., p. 422 L.: Cuius generis sunt tribuni plebis aedilesque eiusdem ordinis; quod adfirmat M. Cato in ea, quam scripsit, aedilis plebis sacrosanctos esse. In materia, spec.: H. SIBER, Die plebejischen Magistraturen bis zur lex Hortensia, cit., 65 ss., secondo cui i iudices decemviri – il cui riferimento attesta l’autenticità della notizia liviana – erano dei “Beamte der Plebs” di scarso rilievo, a fronte della loro totale scomparsa; P. MAROTTOLI, Leges sacratae, Roma 1979, il quale distingue nettamente la lex sacrata dal ius iurandum, in quanto la legge del 449 a.C. era «protezione legale, sacertà dei trasgressori», laddove il giuramento effettuato in occasione della prima secessione era «protezione religiosa e sacrosanctitas» (34); F. SINI, Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, 273 ss., ID., Una sententia di iuris interpretes sulla inviolabilità dei tribuni della plebe, in Diritto @ Storia 6, 2007, https://www.dirittoestoria.it/6/Memorie/Tribunato_della_Plebe/Sini-Sententia-iuris-interpretes-inviolabilit-tribuni-plebis.htm, per una analisi mirata a far luce sulla “divisione dei poteri” nel sistema giuridico-religioso romano; P. CERAMI, Iuris publici interpretatio e contentio de iure publico, cit., spec. 198 ss., che evidenzia l’ampia libertà caratterizzante l’interpretazione giurisprudenziale del diritto pubblico; J. MARTÍNEZ-PINNA, La llamada lex Valeria Horatia de tribunicia potestate (comentario a Livio, 3.55.7), in ὅρμος - Ricerche di Storia Antica n.s. 14, 2022, 216 ss., secondo cui la norma del 449 a.C. sanciva una protezione di tribuni della plebe, edili e consoli, questi ultimi da identificare con i iudices.
[78] Livius 3.55.10.
[79] Illuminanti le considerazioni di F. SINI, Una sententia di iuris interpretes sulla inviolabilità dei tribuni della plebe, cit., § 5, per cui dalla interpretazione dei giuristi riferita da Livio appare «non solo che il problema della qualificazione giuridica della tribunicia potestas consisteva essenzialmente nella questione della inviolabilità, ma soprattutto che era proprio la condizione di sacrosancti, fondata sul vetus ius iurandum plebis del 494 a.C. e non sulla legge del 449 a.C., a stabilire la collocazione istituzionale dei tribuni della plebe nel sistema giuridico-religioso romano».
[80] Come visto, un richiamo incidentale alla lex sacrata si rinviene in Livius 2.33.3 (testo supra, nt. 52). Vedi anche: Livius 2.54.9: Praecipuus pavor tribunos invaserat, quam nihil auxilii sacratae leges haberent, morte collegae monitos (473 a.C., assassinio di Gn. Genucio, tribuno della plebe); 3.17.7: Ultimum orationis fuit: se arma capere, vocare omnes Quirites ad arma. Si qui inpediat, iam se consularis imperii, iam tribuniciae potestatis sacratarumque legum oblitum, quisquis ille sit, ubicumque sit, in Capitolio, in foro, pro hoste habiturum (460 a.C., discorso del console P. Valerio); 3.32.7: Admiscerenturne plebei, controversia aliquamdiu fuit; postremo concessum patribus, modo ne lex Icilia de Aventino aliaeque sacratae leges abrogarentur (452 a.C., decisione di istituire il primo decemvirato legislativo); 5.11.3: eripi sacratas leges, extorqueri tribuniciam potestatem; id fraude patriciorum, scelere ac proditione collegarum factum arguere (401 a.C., discorso di Gn. Trebonio, tribuno della plebe); 39.5.2: Ne suas quidem simultates pro magistratu exercere boni exempli esse: alienarum vero simultatum tribunum plebis cognitorem fieri turpe et indignum collegii eius potestate et sacratis legibus esse (187 a.C., discorso di Ti. Gracco, tribuno della plebe).
[81] Qui accolgo le considerazioni di F. VALLOCCHIA, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, cit., § 2, per cui nel racconto di Livio «non vi sono elementi che possano escludere anche l’accoglimento di istanze relative ai debiti, come esposto da Dionigi (6,88,3)».
[82] Gellius, Noct. Att. 6.18.1: Iusiurandum apud Romanos inviolate sancteque habitum servatumque est.
[83] R. SANTORO, Potere ed azione nell’antico diritto romano, in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 30, 1967, 526 ss.
[84] Dionysius Halicarnassensis 6.89.2: Τελεσθεισῶν δὲ τῶν ἀρχαιρεσιῶν τοῖς μὲν παρὰ τῆς βουλῆς ἥκουσι καλῶς ἔχειν ἐδόκει πάντα, περὶ ὧν ἀπεστάλησαν· ὁ δὲ Βροῦτος ἐκκλησίαν συναγαγὼν συνεβούλευε τοῖς δημόταις ἱερὰν καὶ ἄσυλον ἀποδεῖξαι τὴν ἀρχὴν νόμῳ τε καὶ ὅρκῳ βεβαιώσαντας αὐτῇ τὸ ἀσφαλές (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 121: «The election being over, the envoys of the senate considered that everything for which they had been sent was now properly settled. But Brutus, calling the plebeians together, advised them to render this magistracy sacred and inviolable, insuring its security by both a law and an oath»).
[85] Dionysius Halicarnassensis 6.89.3 (testo infra, nt. 107).
[86] Secondo L. MAGANZANI, La sanctio e i rapporti fra leggi, in Leges publicae. La legge nell’esperienza giuridica romana, a cura di J.-L. Ferrary, Pavia 2012, 89, per l’oratore, l’assemblea, con la deliberazione popolare o plebea, si obbligava religioni, ovvero si impegnava «verso gli dei all’osservanza della legge, conscia del sacrilegio e della vendetta divina in cui incorrerebbe in caso di trasgressione».
[87] Cicero, Pro Balb. 33: Primum enim sacrosanctum esse nihil potest nisi quod populus plebesve sanxit; deinde sanctiones sacrandae sunt aut genere ipso aut obtestatione et consecratione legis aut poenae, cum caput eius qui contra fecerit consecratur.
[88] Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 201 L.: Obtestatio est, cum deus testis in meliorem partem vocatur; detestatio, cum in deteriorem.
[89] Secondo P. CERAMI, Iuris publici interpretatio e contentio de iure publico, cit., 200, la delibera plebea del 494 a.C. fu «rafforzata e garantita con una sanctio sacrosancta» consistente nell’utilizzo «di un rito di tipo magico-religioso (caerimonia), culminante nel ius iurandum, con il quale s’invocava la volontà divina a tutela dell’oggetto del rito giurato e le cui conseguenze erano costituite, appunto, dalla qualifica di sacrosanctus per la persona contemplata nella decisione giurata e dalla sacratio capitis dell’offensore»; le stesse modalità furono impiegate anche per l’adozione della legge Valeria Orazia.
[90] Dionysius Halicarnassensis 6.89.4: Καὶ ἵνα μηδὲ τὸ λοιπὸν τῷ δήμῳ ἐξουσία γένηται καταπαῦσαι τόνδε τὸν νόμον, ἀλλ’ εἰς ἅπαντα τὸν χρόνον ἀκίνητος διαμείνῃ, πάντας ἐτάχθη Ῥωμαίους ὀμόσαι καθ’ ἱερῶν ἦ μὴν χρήσεσθαι τῷ νόμῳ καὶ αὐτοὺς καὶ ἐγγόνους τὸν ἀεὶ χρόνον, ἀρά τε τῷ ὅρκῳ προσετέθη, τοῖς μὲν ἐμπεδοῦσι τοὺς θεοὺς τοὺς οὐρανίους ἵλεως εἶναι καὶ δαίμονας τοὺς καταχθονίους, τοῖς δὲ παραβαίνουσιν ἐναντία καὶ τὰ παρὰ θεῶν γίνεσθαι καὶ τὰ παρὰ δαιμόνων ὡς ἄγει τῷ μεγίστῳ ἐνόχοις. ἐκ τούτων κατέστη τοῖς Ῥωμαίοις ἔθος τὰ τῶν δημάρχων σώματα ἱερὰ εἶναι καὶ παναγῆ, καὶ μέχρι τοῦ καθ’ ἡμᾶς χρόνου διαμένει (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 121 e 123: «And to the end that the people might not even in future be at liberty to repeal this law, but that it might forever remain unalterable, it was ordained that all the Romans should solemnly swear over the sacrificial victims to observe it for all time, both they and their posterity; and a prayer was added to the oath that the heavenly gods and the divinities of the lower world might be propitious to those who observed it, and that the displeasure of the gods and divinities might be visited upon those who violated it, as being guilty of the greatest sacrilege. From this the custom arose among the Romans of regarding the persons of the tribunes of the people as sacrosanct, which custom continues to this day»).
[91] Dionysius Halicarnassensis 6.90.2. Secondo A. GRILLONE, Brevi note per una conciliazione delle fonti sui fatti del 494 a.C.: alle radici del potere tribunizio, in Diritto @ Storia 15, 2017, § 6, https://www.dirittoestoria.it/15/tradizione/Grillone-Conciliazione-fonti-fatti-494-aC-Radici-potere-tribunizio.htm, i plebei chiesero al senato di avallare la procedura elettiva dei tribuni, in modo da «colmare il congenito ‘difetto di capacità’ di un’assemblea, quella plebea, che, al più, poteva aspirare ad esser pari a quella centuriata, ma non certo, realisticamente, più competente di questa in fatto di elezioni magistratuali».
[92] Cfr. G. PELLAM, Sacer, Sacrosanctus, and Leges Sacratae, in Classical Antiquity 34, 2015, 322 ss., il quale, nel rigettare il carattere rivoluzionario della antica plebe, allude alla natura pubblica della lex sacrata del 494 a.C. e nega un qualsiasi ruolo del giuramento sulla inviolabilità tribunizia.
[93] Festus, De verb. sign., p. 422 L.; si veda anche p. 424 L.
[94] Festus, De verb. sign., p. 422 L.: Sacrosanctum dicitur, quod iure iurando interposito est institutum si quis id violasset, ut morte poenas penderet.
[95] R. SANTORO, Potere ed azione nell’antico diritto romano, cit., 487 ss., dimostra come era il ius iurandum, atto complesso e non solo sola mera exsecratio, a confermare e definire, quale sanctio, la legge sacrata. Si veda, per converso, la suggestiva ipotesi di C. GIOFFREDI, Il fondamento della “tribunicia potestas” e i procedimenti normativi dell’ordine plebeo, cit., 37 ss., il quale distingue concettualmente la lex sacrata dal giuramento, escludendo che quest’ultimo, a cui le fonti fanno riferimento travisando la portata dei termini sacrosanctum e leges sacratae, fosse alla base dell’inviolabilità tribunizia. Gioffredi ipotizza che i plebei prestarono fedeltà ai tribuni, e si impegnarono a difenderli, per mezzo di un antico giuramento, dal carattere soggettivo e perciò giuridicamente imperfetto, «vincolo tipico delle organizzazioni originarie ‘anarchiche (“coniurationes”) di solidarietà verso il capo che esse si creano» (53); fu soltanto nel 449 a.C., attraverso la legge sacrata, norma giuridica oggettiva a base religiosa, che la plebe dichiarò l’inviolabilità dei tribuni derivata da cerimonie di consacrazione, riferite da Livius 3.55.6, e comminò la sacratio capitis per il contravventore; successivamente tale plebiscito acquisì “indirettamente” rilevanza giuridica per l’intera civitas tramite una legge comiziale sancente l’impunità per l’uccisore di coloro che attentavano alla sacrosanctitas dei magistrati plebei.
[96] In letteratura il tema della sacertà presenta plurime posizioni, a cui si accennerà, almeno in parte infra; tra le opere dell’ultimo decennio segnalo, oltre al volume collettaneo Sacertà e repressione criminale in Roma arcaica, a cura di L. Garofalo, Napoli 2013 (di cui vedi spec. L. GAROFALO, Opinioni recenti in tema di sacertà, 1 ss., e C. PELLOSO, Sacertà e garanzie processuali in età regia e proto-repubblicana, 57 ss.): R. ASTOLFI, Annotazioni storiche sulla figura di homo sacer, in Scritti per A. Corbino, I, a cura di I. Piro, Tricase 2016, 87 ss.; F. ZUCCOTTI, Vivagni XIX. Altre congetture sulla struttura arcaica della sacertà, in Rivista di Diritto Romano 19, 2019, 1 ss. (https://www.ledonline.it/rivistadirittoromano/allegati/dirittoromano19-Zuccotti-Vivagni-XIX.pdf); R. FIORI, La condizione di homo sacer e la struttura sociale di Roma arcaica, cit., 171 ss.; C. PELLOSO, Verberatio, ploratio e sacertà ai divi parentum, cit., 13 ss.
[97] L. MAGANZANI, La sanctio e i rapporti fra leggi, cit., 53 ss., individua nelle leggi sacrate plebee l’esordio della “storia della sanctio legis”: «La sacratio capitis del contravventore e lo iusiurandum plebis costituiscono i primi esempi di sanctio: con la prima, il trasgressore della norma viene consacrato a Giove e si statuisce nel contempo la non punibilità del suo uccisore; con la seconda, la plebe giura davanti agli dei l’osservanza perpetua della legge» (112).
[98] In merito, rinvio alla riflessione di R. ORESTANO, I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, Torino 1967, 267 s., per cui, sebbene la lex sacrata in esame formalmente impegnasse i soli autori, essa fu «rivolta a titolo di monito e di minaccia proprio ai patrizi, da cui la violazione dei tribuni poteva venire più facilmente, che non alla plebe»; in tal caso, la deliberazione della plebs iurata, con il suo «comportamento “attivo”», rappresentò uno dei primi casi in controtendenza rispetto «all’atteggiamento essenzialmente passivo delle assemblee popolari romane prima della formazione del comizio centuriato in funzione deliberante».
[99] In letteratura vi è chi individua il nucleo della sacratio capitis nella sola esclusione dalla civitas, come, ad es.: G. CRIFÒ, Exilica causa, quae adversus exulem agitur. Problemi dell’aqua et igni interdictio, in Du châtiment dans la cité. Supplices corporels et peine de mort dans le monde antique. Table ronde (Rome 9-11 novembre 1982), Rome 1984, 453 ss., per cui la questione non deve essere affrontata squisitamente sotto il profilo repressivo che presuppone il «limite estremo dell’autodifesa della collettività. I Romani non erano estremisti. Essi erano realisti, pragmatici, forti di una vita costituzionale saldamente ancorata ad alcuni valori dominanti […] Appartiene a questa visione delle cose anche il rispetto dell’esistenza fisica dell’individuo, il valore riconosciuto alla vita» (495 s.); B. SANTALUCIA, Alle origini del processo penale romano, in Iura 35, 1984 [ma 1987], 51; Dalla vendetta alla pena, in Storia di Roma. I. Roma in Italia, dir. A. Momigliano e A. Schiavone, Torino 1988, 430 s. (articoli ripub. in ID., Altri studi di diritto penale romano, Padova 2009, 118 e 12 s.); v. Processo penale (diritto romano), in Enciclopedia del diritto, 36, Milano 1987, 319; Il processo penale nelle XII tavole, in Società e diritto nell’epoca decemvirale. Atti del convegno di diritto romano. Copanello 3-7 giugno 1984, Napoli 1988, 242 s. (entrambi ora in ID., Studi di diritto penale romano, Roma 1994, 148 e 10 s.), per cui lo status dell’homo sacer è equivalente all’animale sfuggito al sacrificio; B. ALBANESE, ‘Sacer esto’, cit., 177 (= ID., Scritti giuridici, III, cit., 35), secondo il quale «la sacertà originaria si configurò probabilmente come una specie di scomunica»; F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum». Forme giuridiche e uso politico dalle origini a Cesare, Napoli 1990, spec. 16 ss., 23 ss., il quale specifica che l’eventuale morte del reo non era un sacrificio né era compiuta con cerimonie sacrificali, poiché «senza importanza tanto che è garantita l’impunità per chi uccide l’homo sacer» (26); E. CANTARELLA, La sacertà nel sistema originario delle pene. Considerazioni su una recente ipotesi, in Mélanges de droit romain et d’histoire ancienne. Hommage à A. Magdelain, a cura di M. Humbert e Y. Thomas, Paris 1998, 52 s. (ora in EAD., Diritto e società in Grecia e a Roma, a cura di A. Maffi e L. Gagliardi, Milano 2011, 596 s.). Vi sono, per converso, autori che parlano in merito di sacrificio: P. VOCI, Diritto sacro romano in età arcaica, in Studia et Documenta Historia et Iuris 19, 1953, 61 (ora in ID., Studi di diritto romano, I, Padova 1985, 237), il quale nega la mera esclusione dalla comunità, ritenendo l’uccisione del trasgressore finalizzata all’espiazione della colpa; D. SABBATUCCI, Sacer, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni 23, 1951-1952, 91 ss., per cui in origine la sacratio hominis consisteva in un sacrificio umano che, con il tempo, divenne una pena capitale, offrendo così «alla comunità un mezzo legale per uccidere un suo componente» (96); B. LIOU-GILLE, Les leges sacratae: esquisse historique, in Euphrosyne 25, 1997, 62 ss., secondo la quale, l’homo sacer, pari a una vittima sacrificale consacrata a una divinità, può essere ucciso impunemente poiché «son assassinat est en réalité une offrande sacrificielle qui ne ressortit pas à la justice humaine mais concerne strictement les dieux et eux seuls. Sa mise à mort n’est d ’ailleurs pas imposée à la communauté: on s’en remet à l’initiative privée et on laisse ainsi le hasard ou les dieux décider du sort de ce qui leur a été donné en toute propriété» (68). Si veda, inoltre, F. ZUCCOTTI (Vivagni XIX. Altre congetture sulla struttura arcaica della sacertà, cit., 1 ss., spec. 32 ss., Sacramentum civitatis. Diritto costituzionale e ius sacrum nell’arcaico ordinamento giuridico romano, Milano 2016, 44 ss., 65 ss., 99 ss.), che avverte del pericolo in cui incorre spesso la letteratura moderna di cedere a dogmatismi e dogmatizzazioni; secondo l’A., la disciplina della sacertas mutò con il tempo, da istituto religioso in età regia, in cui l’homo sacer, al pari dell’impius, era escluso dalla civitas poiché consacrato agli dèi, si trasformò, con l’avvento della Repubblica, in sacertà politica; un esempio in tal senso è dato dagli eventi del 494 a.C.: la norma sull’inviolabilità tribunizia non prevedeva la sacertà essendo una statuizione degli uomini, al contrario era il iusiurandum, con cui la plebe si impegnava, sotto un profilo giuridico-sacrale, con auto esecrazione al rispetto della lex sacrata, a giustificare il ricorso alla sacertà e la liceità dell’uccisione del colpevole, al fine di non provocare l’ira divina con lo spergiuro.
[100] F. SERRAO, Lotte per la terra e per la casa a Roma dal 485 al 441 a.C., in Legge e società nella repubblica romana, I, a cura di Id., Napoli 1981, 84, il quale rileva «che il sacer esto, comportava, per se stesso, non solo la possibilità di esecuzione da parte di chiunque, ma pure la possibilità di uccidere l’uomo sacer, salvo un accertamento successivo contro l’autore dell’esecuzione, che avrebbe potuto essere ritenuto responsabile di omicidio»; così, si veda, inoltre, R. PESARESI, Studi sul processo penale in età repubblicana. Dai tribunali rivoluzionari alla difesa della legalità democratica, Napoli 2005, 34, 59 ss.
[101] Così, ad es.: F. DE MARTINO, Storia della costituzione romana, I, cit., 343 s.; P. MAROTTOLI, Leges sacratae, cit., 124; B. ALBANESE, ‘Sacer esto’, cit., 175 (= ID., Scritti giuridici, III, cit., 33), per cui il contenuto della prima confluì sostanzialmente nella seconda norma che essendo comiziale non contemplò il giuramento. Si veda anche R.M. OGILVIE, A commentary on Livy. Books 1-5, Oxford 1965 [rist. 1998], 500, secondo cui la legge Valeria Orazia fu «a restatement of the oath taken at time of the First Succession». Contra, ad es.: B. LIOU-GILLE, Les leges sacratae: esquisse historique, cit., 81 s., la quale sostiene il duplice carattere, legale e religioso, della legge sulla inviolabilità tribunizia del 449 a.C.; R. PESARESI, Studi sul processo penale in età repubblicana, cit., 2 nt. 1, che evidenzia la natura comiziale della norma Valeria Orazia.
[102] Livius 3.55.7 (testo supra, nt. 74).
[103] Festus, De verb. sign., p. 422 L., utilizza invece l’espressione familia pecuniaque (Sacratae leges sunt, quibus sanctum est, qui[c]quid adversus eas fecerit, sacer alicui deorum †sicut† familia pecuniaque).
[104] Tra le innumerevoli teorie avanzate in letteratura, segnalo chi afferma una discrepanza temporale tra l’introduzione di consecratio e sacertà: A. MAGDELAIN, Le ius archaïque, in Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité 98, 1986, 278 s. (ora in ID., Jus imperium auctoritas. Etudes de droit romain, Rome 1990, 16 s.), il quale distingue la consecratio capitis, presente fin dalle origini di Roma, che consisteva nella consacrazione alle divinità del reo tramite l’esecuzione capitale, dalla sacertà, istituita dalle leggi regie attraverso la formula sacer esto, con cui si votava il colpevole agli dèi all’atto della commissione del crimine; alla sacertà ricorse la plebe attraverso un giuramento collettivo per porre in modo automatico nella condizione di sacertà colui che attentava alla inviolabilità tribunizia; R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, cit., 61 ss., per cui nelle fonti emerge la maggiore antichità della formula homo sacer, laddove la sacratio capitis et bonorum fu introdotta dalla giurisprudenza pontificale in età repubblicana, per via dell’emersione della nozione di caput quale «complesso dei diritti del civis e dell’homo liber» (64), che comportò una responsabilità personale.
[105] Così, ad es., F. SERRAO, Secessione e giuramento della plebe al Monte Sacro, cit., § 3.
[106] Vedi anche: Cicero, Pro Tull. 52: … legem antiquam de legibus sacratis, quae iubeat inpune occidi eum, qui tribunum plebi pulsaverit; Festus, De verb. sign., p. 424 L.: At homo sacer is est, quem populus iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit, parricidi non damnatur; nam lege tribunicia prima cavetur, “si quis eum, qui eo plebei scito sacer sit, occiderit, parricida ne sit”; in quest’ultimo brano, l’inciso ‘quem populus iudicavit ob maleficium’, spesso ha ingenerato l’idea della necessità di un procedimento giudiziario al fine della applicazione della sanzione di sacertà (ipotesi paventata, ad esempio, da J. MARQUARDT, Römische Staatsverwaltung, III. Das Sacralwesen, 2ª ed. a cura di G. Wissowa, Leipzig 1885, 266 s. = ID., Le culte chez les Romains, I, tr. fr. di M. Brissaud, Paris 1889, 332 s., per cui in origine, la pronuncia solenne di sacertà era effettuata dai pontefici in seguito a una inchiesta, laddove in età storica, era necessaria una sentenza formale dell’assemblea; TH. MOMMSEN, Römisches Strafrecth, Leipzig 1899, IV, 552, 565 s., 901 ss. = Le droit pénal romain, tr. fr. di J. Duquesne, Paris 1907, II, 250, 267; III, 233 ss.; S. TONDO, Profilo di storia costituzionale romana, I, Milano 1981, 290; B. SANTALUCIA, Alle origini del processo penale romano, cit., 119, e Dalla vendetta alla pena, cit., 433, anche se l’A., da ultimo Sacertà e processi rivoluzionari plebei: a proposito di un libro recente, in Studi per G. Nicosia, VII, Milano 2007, 255, specifica l’automatismo, in età predecemvirale, della consecratio capitis et bonorum che colpiva l’attentatore all’inviolabilità tribunizia = in ID., Altri studi di diritto penale romano, cit., rispett. a 51 s., 14 s., 139). Contra, ex multis: T. TRINCHERI, Le consacrazioni di uomini in Roma. Studio storico-giuridico, Roma 1899, 88 ss., il quale sostiene una esecrazione ipso iuris, a cui, tuttavia poteva seguire une eventuale e mera sentenza dichiarativa dello stato di sacer del reo, al fine dell’esercizio della vendetta; G. BASSANELLI SOMMARIVA, Proposta per un nuovo metodo di ricerca nel diritto criminale, cit., 369 s., che suppone una pronuncia di natura dichiarativa della sacertà; B. ALBANESE, ‘Sacer esto’, cit., 145 ss. (= ID., Scritti giuridici, III, cit., 3 ss.), che chiarisce l’antico automatismo dell’efficacia dell’istituto che si attuava all’atto della commissione dell’illecito, anche se poi l’A. ipotizza come, in riferimento alla prima legge sacrata sull’inviolabilità tribunizia «si potrebbe attribuire al cenno festino relativo ad un iudicare del populus il significato generico (e impreciso) d’una allusione alla necessità politica che l’assemblea plebea, di fronte ad un’azione suscettibile d’esser considerata come violazione dei tribuni, dichiarasse l’effettiva esistenza dell’offesa» (168 = 26), e per la legge Valeria Orazia l’attribuzione di un carattere differente, che richiedeva un intervento giudiziario (169 = 27); L. GAROFALO, Studi sulla sacertà, Padova 2005, 26 ss., il quale dimostra come, fin dalle origini, l’uccisione dell’homo sacer, condizione che si realizzava ipso iure con la commissione dell’illecito, era lasciata all’iniziativa spontanea del singolo a cui si garantiva l’impunità; l’A., inoltre, riconduce il passaggio di Festo al disposto delle XII Tavole sulla necessità della pronuncia del comitiatus maximus per la messa a morte di un cittadino (41 ss.).
[107] Dionysius Halicarnassensis 6.89.3: Ἐδόκει ταῦτα πᾶσι, καὶ γράφεται πρὸς αὐτοῦ καὶ τῶν συναρχόντων ὅδε ὁ νόμος· “Δήμαρχον ἄκοντα, ὥσπερ ἕνα τῶν πολλῶν, μηδεὶς μηδὲν ἀναγκαζέτω δρᾶν, μηδὲ μαστιγούτω μηδ’ ἐπιταττέτω μαστιγοῦν ἑτέρῳ μηδ’ ἀποκτιννύτω μηδ’ ἀποκτείνειν κελευέτω. ἐὰν δέ τις τῶν ἀπηγορευμένων τι ποιήσῃ, ἐξάγιστος ἔστω, καὶ τὰ χρήματα αὐτοῦ Δήμητρος ἱερά, καὶ ὁ κτείνας τινὰ τῶν ταῦτ’ εἰργασμένων φόνου καθαρὸς ἔστω” (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 121: «This was approved of by all, and a law was drawn up by him and his colleagues, as follows: “Let no one compel a tribune of the people, as if he were an ordinary person, to do anything against his will; let no one whip him or order another to whip him; and let no one kill him or order another to kill him. If anybody shall do any one of these things that are forbidden, let him be accursed and let his goods be consecrated to Ceres; and if anybody shall kill one who has done any of these things, let him be guiltless of murder”».
[108] Plutarchus, Rom. 22.3: Ἔθηκε δὲ καὶ νόμους τινάς [i.e. ὁ Ῥωμύλος], ὧν σφοδρὸς μέν ἐστιν ὁ γυναικὶ μὴ διδοὺς ἀπολείπειν ἄνδρα, γυναῖκα δὲ διδοὺς ἐκβάλλειν ἐπὶ φαρμακείᾳ τέκνων ἢ κλειδῶν ὑποβολῇ καὶ μοιχευθεῖσαν· εἰ δ’ ἄλλως τις ἀποπέμψαιτο, τῆς οὐσίας αὐτοῦ τὸ μὲν τῆς γυναικὸς εἶναι, τὸ δὲ τῆς Δήμητρος ἱερὸν κελεύων· τὸν δ’ ἀποδόμενον γυναῖκα θύεσθαι χθονίοις θεοῖς (= Fontes Iuris Romani Antejustiniani, I. Leges, ed. S. Riccobono, Florentiae 1968, 8, nr. 9: «Constituit quoque leges quasdam, inter quas illa dura est, quae uxori non permittit divertere a marito, at marito permittit uxorem repudiare propter veneficium circa prolem vel subectionem clavium vel adulterium commissum; si vero aliter quis a se dimitteret uxorem, bonorum eius partem uxoris fieri, partem Cereri sacram esse iussit; qui autem venderet uxorem, diis inferis immolari».
[109] H. LE BONNIEC, Le culte de Cérès à Rome. Des origines à la fin de la République, Paris 1958, 86, è dell’avviso che proprio la legge romulea avrebbe fatto da modello alla lex sacrata del 449 a.C.
[110] [G.] WISSOWA, v. Ceres, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, 3.2, Stuttgart 1899, col. 1975; R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, cit., 192 ss. Si veda anche B. PERRIN, La consécration à Cérès, in Studi in memoria di E. Albertario, II, Milano 1953, 385 ss., in part. 416, per cui la consacrazione a Cerere della persona o dei beni del colpevole ricordata dalle fonti sarebbe il risultato della sovrapposizione della dea alle divinità patrizie, e F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum», cit., 39 ss., che dichiara anacronistica la testimonianza plutarchiana.
[111] In tal senso: R.M. OGILVIE, A commentary on Livy. Books 1-5, cit., 313 s., il quale rinviene un carattere italico nella prima secessione; S. TONDO, Profilo di storia costituzionale romana, I, cit., 206, secondo cui la lex de tribunicia potestate nel 449 a.C. avrebbe trasferito la consacrazione del trasgressore da Cerere a Giove, in virtù «d’una politica unitaria, ch’era tesa a realizzare, rispetto al contesto delle strutture civiche, un più deciso inserimento delle istituzioni plebee»; C. PELLOSO, Verberatio, ploratio e sacertà ai divi parental, in Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto 12, 2022, 45 nt, 102.
[112] J. BAYET, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», cit., 153, seguito, ad es., da G. DUMÉZIL, La religion romaine archaïque, 2ª ed., Paris 1974, 204 s.; si veda anche G. BASSANELLI SOMMARIVA, Proposta per un nuovo metodo di ricerca nel diritto criminale (a proposito della sacertà), in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 89, 1986, 373: «la protezione dei tribuni è ricondotta all’intera civitas nel nome di Giove, divinità tutelare dell’intero populus».
[113] Così, ad esempio: P. DE FRANCISCI, Storia del diritto romano, cit., 232 s.; A. ALFÖLDI, Il santuario federale latino di Diana sull’Aventino e il tempio di Ceres, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni 32, 1961, 37 s.; R. ORESTANO, I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, cit., 262, per cui, prima del 494 a.C., la plebe consisteva in una comunità religiosa con propri culti, divinità e luoghi sacri; F. FABBRINI, v. «Tribuni plebis», cit., 783; F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum», cit., 41; R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, cit., 192, 307; J. CHAMPEAUX, La religione dei romani, tr.it. di N. Salomon, Bologna 2002 [ed. or. La religion romaine, Paris 1998], 58; R. TURCAN, Rome et ses dieux, Paris 1998, 159 s.; M. SORDI, Populus e plebs nella lotta patrizio-plebea, in Popolo e potere nel mondo antico. Atti del convegno internazionale Cividale del Friuli, 23-25 settembre 2004, a cura di G. Urso, Pisa 2005, 66. Si veda anche D. SABBATUCCI, Patrizi e plebei nello sviluppo della religione romana, in Studi e Materiali di storia delle Religioni 24-25, 1953-1954, 76 ss., il quale sostiene l’originalità della triade plebea che in seguito fu disgregata dall’azione demitificatrice patrizia in seno alla religione ufficiale.
[114] Dionysius Halicarnassensis 6.17.2-4: Ἀπὸ δὲ τῶν λαφύρων ἐξελόμενος τὰς δεκάτας ἀγῶνάς τε καὶ θυσίας τοῖς θεοῖς ἀπὸ τετταράκοντα ταλάντων ἐποίει καὶ ναῶν κατασκευὰς ἐξεμίσθωσε Δήμητρι καὶ Διονύσῳ καὶ Κόρῃ κατ’ εὐχήν. 3. Ἐσπάνισαν γὰρ αἱ τροφαὶ τοῦ πολέμου κατ’ ἀρχὰς καὶ πολὺν αὐτοῖς παρέσχον φόβον ὡς ἐπιλείψουσαι, τῆς τε γῆς ἀκάρπου γενομένης καὶ τῆς ἔξωθεν ἀγορᾶς οὐκέτι παρακομιζομένης διὰ τὸν πόλεμον. Διὰ τοῦτο τὸ δέος ἀνασκέψασθαι τὰ Σιβύλλεια τοὺς φύλακας αὐτῶν κελεύσας, ὡς ἔμαθεν ὅτι τούτους ἐξιλάσασθαι τοὺς θεοὺς οἱ χρησμοὶ κελεύουσιν, εὐχὰς αὐτοῖς ἐποιήσατο μέλλων ἐξάγειν τὸν στρατόν, ἐὰν εὐετηρία γένηται κατὰ τὴν πόλιν ἐπὶ τῆς ἰδίας ἀρχῆς οἵα πρότερον ἦν, ναούς τε αὐτοῖς καθιδρύσεσθαι καὶ θυσίας καταστήσεσθαι καθ’ ἕκαστον ἐνιαυτόν. 4. Οἱ δὲ ὑπακούσαντες τήν τε γῆν παρεσκεύασαν ἀνεῖναι πλουσίους καρπούς, οὐ μόνον τὴν σπόριμον, ἀλλὰ καὶ τὴν δενδροφόρον, καὶ τὰς ἐπεισάκτους ἀγορὰς ἁπάσας ἐπικλύσαι μᾶλλον ἢ πρότερον· ἅπερ ὁρῶν αὐτὸς ὁ Ποστόμιος ἐψηφίσατο τὰς τῶν ναῶν τούτων κατασκευάς. Ῥωμαῖοι μὲν δὴ τὸν τυραννικὸν ἀπωσάμενοι πόλεμον εὐνοίᾳ θεῶν ἐν ἑορταῖς τε καὶ θυσίαις ἦσαν (tr. ingl. di E. Cary, III, cit., 291: «And having set apart the tithes of the spoils, he spent forty talents in performing games and sacrifices to the gods, and let contracts for the building of temples to Ceres, Liber and Libera, in fulfilment of a vow he had made. It seems that provisions for the army had been scarce in the beginning, and had caused the Romans great fear that they would fail entirely, as the land had borne no crops and food from outside was no longer being imported because of the war. Because of this fear he had ordered the guardians of the Sibylline books to consult them, and finding that the oracles commanded that these gods should be propitiated, he made vows to them, when he was on the point of leading out his army, that if there should be the same abundance in the city during the time of his magistracy as before, he would build temples to them and also appoint sacrifices to be performed every year. These gods, hearing his prayer, caused the land to produce rich crops, not only of grain but also of fruits, and all imported provisions to be more plentiful than before; and when Postumius saw this, he himself caused a vote to be passed for the building of these temples. The Romans, therefore, having through the favour of the gods repelled the war brought upon them by the tyrant, were engaged in feasts and sacrifices»); Tacitus, Ann. 2.49.1: Isdem temporibus deum aedes vetustate aut igni abolitas coeptasque ab Augusto dedicavit, Libero Liberaeque et Cereri iuxta circum maximum, quam A. Postumius dictator voverat ...
[115] Dionysius Halicarnassensis 6.94.3: Κάσσιος δ’ ὁ ἕτερος τῶν ὑπάτων ὁ καταλειφθεὶς ἐν τῇ Ῥώμῃ τὸν νεὼν τῆς τε Δήμητρος καὶ Διονύσου καὶ Κόρης ἐν τῷ μεταξὺ χρόνῳ καθιέρωσεν, ὅς ἐστιν ἐπὶ τοῖς τέρμασι τοῦ μεγίστου τῶν ἱπποδρόμων ὑπὲρ αὐτὰς ἱδρυμένος τὰς ἀφέσεις, εὐξαμένου μὲν αὐτὸν Αὔλου Ποστουμίου τοῦ δικτάτορος ὑπὲρ τῆς πόλεως ἀναθήσειν τοῖς θεοῖς, καθ’ ὃν χρόνον ἔμελλεν ἀγωνίζεσθαι πρὸς τὴν Λατίνων στρατιάν, τῆς τε βουλῆς μετὰ τὸ νίκημα τὴν κατασκευὴν αὐτοῦ ψηφισαμένης ἐκ τῶν λαφύρων ποιήσασθαι πᾶσαν, τότε δὲ τοῦ ἔργου λαβόντος τὴν συντέλειαν (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 137: «Cassius, the other consul, who had been left at Rome, in the mean time consecrated the temple of Ceres, Liber and Libera, which stands at the end of the Circus Maximus, being erected directly above the starting-places. Aulus Postumius the dictator had made a vow, when he was on the point of engaging the army of the Latins, to dedicate it to the gods in the name of the commonwealth, and the senate after the victory having decreed that this temple should be built entirely out of the spoils, the work was now completed»).
[116] Sostengono l’originale carattere pubblico del santuario, ad es.: M. SORDI, Il santuario di Cerere, Libero e Libera e il tribunato della plebe, in Contributi dell’Istituto di storia antica, IX, 1983, 132 ss.; O. DE CAZANOVE, Le sanctuaire de Cérès jusqu’à la deuxième sécession de la plèbe. Remarques sur l’évolution d’un culte public, in Crise et transformation des sociétés archaïques de l’Italie antique au Ve siècle av. J.-C. Actes de la table ronde de Rome (19-21 novembre 1987), Rome 1990, 373 ss.; M. ALBANA, I luoghi della memoria a Roma in età repubblicana: templi e archivi, in Annali della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Catania 3, 2004, 38; G. PELLAM, Ceres, the Plebs, and Libertas in the Roman Republic, in Historia 63, 2014, 84 ss.; T. LANFRANCHI, Les tribuns de la plèbe et la formation de la République romaine, 494-287 avant J.-C., Rome 2015, 57 s. Contra: A. MOMIGLIANO, Due punti di storia romana arcaica, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 2, 1936, 386 (ora in Quarto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1969, 345), il quale nega veridicità alla notizia della fondazione del tempio per iniziativa consolare; P. DE FRANCISCI, Storia del diritto romano, cit., 232 s., per la originaria natura straniera e plebea del tempio; C. GIOFFREDI, Il fondamento della “tribunicia potestas” e i procedimenti normativi dell’ordine plebeo, cit., 43; G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. II, cit., 36; A. ALFÖLDI, Il santuario federale latino di Diana sull’Aventino e il tempio di Ceres, cit., 33 ss., il quale colloca la fondazione del tempio intorno al 400 a.C., quando il culto di origine straniera fu introdotto dalla plebe.
[117] Livius 2.41.11-12: Invenio apud quosdam, idque propius fidem est, a quaestoribus Caesone Fabio et L. Valerio diem dictam perduellionis, damnatumque populi iudicio, dirutas publice aedes. Ea est area ante Telluris aedem. 12. Ceterum, sive illud domesticum sive publicum fuit iudicium, damnatur Ser. Cornelio Q. Fabio consulibus; Valerius Maximus 6.3.1b: Par indignatio civitatis adversus Sp. Cassium erupit, cui plus suspicio concupitae dominationis nocuit quam tres magnifici consulatus ac duo speciosissimi triumphi profuerunt: senatus enim populusque Romanus non contentus capitali eum supplicio adficere interempto domum superiecit, ut penatium quoque strage puniretur: in solo autem aedem Telluris fecit. Si veda anche Dionysius Halicarnassensis 8.77-80, il quale descrive il processo comiziale e la condanna capitale per precipitazione dalla rupe Tarpea, rigettando la versione, avanzata da alcuni autori, per cui l’accusa dinnanzi al senato e l’esecuzione avvenne ad opera del padre di Spurio Cassio. Per l’episodio in esame, una parte della letteratura sostiene lo svolgimento di un giudizio domestico (ad esempio: [F.] MÜNZER, Cassius 91, in Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, III.2, Stuttgart 1899, coll. 1749 ss.; G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. II, cit., 11 nt. 31, pur con qualche perplessità; E. GABBA, Dionigi d’Alicarnasso sul processo di Spurio Cassio, in La storia del diritto nel quadro delle scienze storiche. Atti del I Congresso internazionale della Società italiana di storia del diritto, Firenze 1966, 143 ss., ora in Roma arcaica. Storia e storiografia, Roma 2000, 141 ss.; A.W. LINTOTT, The tradition of violence in the annals of the early Roman Republic, in Historia 19, 1970, 18 ss.; E. CANTARELLA, I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, Milano 2005, 121 ss.; M.F. PETRACCIA, Uomini e gentes nella prima metà del V secolo a.C.: Spurio Cassio, in Rivista storica dell’antichità 44, 2014, 39); un’altra parte accoglie la tradizione di un processo pubblico (ad esempio: H. SIBER, Die plebejischen Magistraturen bis zur lex Hortensia, cit., 23 ss.; D. CAPANELLI, Appunti sulla rogatio agraria di Spurio Cassio, in Legge e società nella repubblica romana, cit., 42 s.; B. SANTALUCIA, Osservazioni sui duumviri perduellionis e sul procedimento duumvirale, in Du châtiment dans la cité, cit., 451 (= ID., Studi di diritto penale romano, cit., 47); F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum», cit., 80 ss.; R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, cit., 384 ss.; 503; R. PESARESI, Studi sul processo penale in età repubblicana, cit., 32, 69, 75), e in seno a questo filone vi è anche chi ritiene che alla condanna comiziale fece seguito la messa a morte di Spurio Cassio ad opera del padre (C. RUSSO RUGGERI, Ancora in tema di iudicium domesticum, in Iuris Antiqui Historia 2, 2010, 69; A. RAMON, Repressione domestica e persecuzione cittadina degli illeciti commessi da donne e ‘filii familias’, in il giudice privato nel processo civile romano. Omaggio ad A. Burdese, a cura di L. Garofalo, III, Padova 2015, 626 ss.).
[118] Cicero, De re publ. 2.60: Quo in statu rei publicae Sp. Cassium de occupando regno molientem, summa apud populum gratia florentem, quaestor accusavit, eumque ut audistis cum pater in ea culpa esse conperisse se dixisset, cedente populo morte mactavit.
[119] Livius 2.41.10: Quem, ubi primum magistratu abiit, damnatum necatumque constat. Sunt, qui patrem auctorem eius supplicii ferant: eum cognita domi causa verberasse ac necasse peculiumque filii Cereri consecravisse; signum inde factum esse et inscriptum ‘ex Cassia familia datum’; Valerius Maximus 5.8.2: Huius aemulatus exemplum Cassius filium suum Sp. Cassium, qui tribunus pl. agrariam legem primus tulerat multisque aliis rebus populariter actis animos hominum amore sui devinctos tenebat, postquam illam potestatem deposuit, adhibito propinquorum et amicorum consilio adfectati regni crimine domi damnavit verberibusque adfectum necari iussit ac peculium eius Cereri consecravit.
[120] Livius 2.41.10 (testo supra, nt. prec.); Valerius Maximus 5.8.2 (testo supra, nt. prec.); Plinius maior, Nat. Hist. 34.15: Romae simulacrum ex aere factum Cereri primum reperio ex peculio Sp. Cassi, quem regnum adfectantem pater ipsius interemerit. Questa consecratio bonorum è intesa da F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum», cit., 83 s., quale mezzo a cui ricorse il patriziato, oltre al processo per adfectatio regni, al fine di rompere il sodalizio tra Spurio Cassio e la plebe. Si veda ancora M.F. PETRACCIA, Uomini e gentes nella prima metà del V secolo a.C., cit., 39, per cui questa tradizione si confuse o con l’episodio, riportato da Dionysius Halicarnassensis 6.94.3 (testo supra, nt. 115), della dedica del tempio a Cerere compiuta da Spurio Cassio, oppure con le vicende riferite da Piso apud Plinius maior, Nat. Hist. 34.30 (testo infra, nt. s.).
[121] Piso apud Plinius maior, Nat. Hist. 34.30: L. Piso prodidit M. Aemilio C. Popilio iterum cos. a censoribus P. Cornelio Scipione M. Popilio statuas circa forum eorum, qui magistratum gesserant, sublatas omnes praeter eas, quae populi aut senatus sententia statutae essent, eam vero, quam apud aedem Telluris statuisset sibi Sp. Cassius, qui regnum adfectaverat, etiam conflatam a censoribus. Nimirum in ea quoque re ambitionem providebant illi viri. Cfr., Valerius Maximus 6.3.1b (testo supra, nt. 117), per cui fu stabilita la demolizione della casa di Spurio Cassio e in quel suolo fu costruito il tempio di Tellure.
[122] Cicero, In Verr. II.5.187: Teque Ceres et Libera, quarum sacra, sicut opiniones hominum ac religiones ferunt, longe maximis atque occultissimis caerimoniis continentur, a quibus initia vitae atque victus, morum legum mansuetudinis humanitatis hominibus et civitatibus data ac dispertita esse dicuntur, quarum sacra populus Romanus a Graecis adscita et accepta tanta religione et publice et privatim tuetur, non ut ab illis huc allata, sed ut ceteris hinc tradita esse videantur …; Pro Balb. 55: Sacra Cereris iudices summa maiores nostri religione confici caerimoniaque voluerunt. Quae cum essent adsumpta de Graecia, et per Graecas curata sunt semper sacerdotes et Graece omnia nominata. Sed cum illam quae Graecum illud sacrum monstraret et faceret, ex Graecia deligerent, tamen sacra pro civibus civem facere voluerunt, ut deos inmortales scientia peregrina et externa, mente domestica et civili precaretur; Festus, De verb. sign., p. 268 L.: Peregrina sacra appellantur, quae aut evocatis dis in oppugnandosi urbibus Romam sunt † conata †, aut quae ob quasdam religiones per pacem sunt petita, ut ex Phrygia Matris Magnae, ex Graecia Cereris, Epidauro Aesculapi: quae coluntur eorum more, a quibus sunt accepta. H. LE BONNIEC, Le culte de Cérès à Rome, cit., è riuscito a dimostrare le origini italiche della dea, che, con l’ellenizzazione del culto, subì la sovrapposizione di Demetra.
[123] Cicero, De nat. Deor. 2.62: … hunc dico Liberum Semela natum, non eum quem nostri maiores auguste sancteque Liberum cum Cerere et Libera consecraverunt, quod quale sit ex mysteriis intellegi potest; sed quod ex nobis natos liberos appellamus, idcirco Cerere nati nominati sunt Liber et Libera, quod in Libera servant, in Libero non item …
[124] L’importanza dei sacra Cereris per la civitas è testimoniata specialmente da un decreto senatorio all’indomani della disfatta di Canne (Valerius Maximus 1.1.15: Quanto nostrae civitatis senatus venerabilior in deos! Qui post Cannensem cladem decrevit ne matronae ultra tricesimum diem luctus suos extenderent, uti ab his sacra Cereris peragi possent, quia maiore paene Romanarum virium parte in execrabili ac diro solo iacente nullius penates maeroris expertes erant).
[125] Livius 41.28.2: Et alterum diem supplicatio ad Cereris Liberi Liberaeque fuit, quod ex Sabinis terrae motus ingens cum multis aedificiorum ruinis nuntiatus erat. Contro la natura squisitamente plebea di queste tre divinità, collegate invece al concetto di libertas, G. PELLAM, Ceres, the Plebs, and Libertas in the Roman Republic, cit., 74 ss.
[126] Livius 36.37.4: Eorum prodigiorum causa libros Sibyllinos ex senatus consulto decemviri cum adissent, renuntiaverunt ieiunium instituendum Cereri esse, et id quinto quoque anno servandum.
[127] Come esempio di particolare dedizione alle tre divinità dell’Aventino è la notizia per cui, nel 197 a.C., gli edili della plebe Manio Acilio Glabrione e Caio Lelio, dopo la celebrazione dei ludi, de argento multaticio tria signa aenea, Cererem Liberumque et Liberam, posuerunt (Livius 33.25.3). Ulteriori offerte a Cerere da parte dei magistrati plebei sono testimoniate, ad es., da Livius 10.23.13, 27.6.19. Tra coloro che affermano un rapporto stretto tra edili e il tempio di Cerere, si veda J.-CL. RICHARD, Les origines de la plèbe romaine, cit., 580 ss., per cui «l’histoire de l’édilité plébéienne est inséparable de l’aedes Caereris» (582).
[128] Livius 3.55.13: Institutum etiam ab iisdem consulibus, ut senatus consulta in aedem Cereris ad aediles plebis deferrentur, quae antea arbitrio consulum supprimebantur vitiabanturque.
[129] Cicero, In Verr. II.5.36: Nunc sum designatus aedilis; habeo rationem quid a populo Romano acceperim; mihi ludos sanctissimos maxima cum cura et caerimonia Cereri Libero Liberaeque faciundos, mihi Floram matrem populo plebique Romanae ludorum celebritate placandam, mihi ludos antiquissimos qui primi Romani appellati sunt, cum dignitate maxima et religione Iovi Iunoni Minervaeque esse faciundos, mihi sacrarum aedium procurationem, mihi totam urbem tuendam esse commissam; ob earum rerum laborem et sollicitudinem fructus illos datos, antiquiorem in senatu sententiae dicendae locum, togam praetextam, sellam curulem, ius imaginis ad memoriam posteritatemque prodendae.
[130] In letteratura si discute se l’oratore fu edile curule (TH. MOMMSEN, Römisches Forschungen, I, Berlin 1864, 100; ID., Römisches Staatsrecht, II.1, cit., 518 nt. 1 = ID., Le droit public romain, IV, tr. fr. di P.F. Girard, Paris 1894, 215 nt. 2; L. LANGE, Römische Alterthümer, III, 2ª ed., Berlin 1876, 196; V. CUCHEVAL, Cicéron orateur. Analyse et critique des discours de Cicéron, I, 2ª ed., Paris 1902, 157; J. SEIDEL, Fasti aedilicii von der Einrichtung der plebejischen Ädilität bis zum Tode Caesar. Inaugural Dissertation, Breslau 1908, 55 s.; E. CIACERI, Cicerone e i suoi tempi. I. Dalla nascita al consolato (a. 106. 63 a. C.), 2ª ed., Milano-Genova-Roma-Napoli 1939, 72 s., 89; D. SABBATUCCI, L’edilità romana: magistratura e sacerdozio, in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie della Classe di scienze morali, storiche e filologiche 6, 1954, 262; P. GRIMAL, Cicéron, Paris 1986, 111; A. DAGUET-GAGEY, L’édilité de Cicéron, in Revue des Études Anciennes 115, 2013, 29 ss.), o della plebe (L.L. TAYLOR, Cicero’s Aedileship, in The American Journal of Philology 60, 1939, 194 ss.; T.R.S. BROUGHTON, The Magistrates of the Roman Republic, II. 99 B.C. – 31 B.C., New York 1952, 132, 136 nt. 5; K. KUMANIECKI, Cicerone e la crisi della repubblica romana, Roma 1972, 117, 135 s.; J.-CL. RICHARD, Les origines de la plèbe romaine. Essai sur la formation du dualisme patricio-plébéien, Paris 1978, 118; N. MARINONE, Cronologia ciceroniana, a cura di E. Malaspina, 2ª ed., Bologna 2004, 66).
[131] In assenza di esplicita testimonianza delle fonti, non mi pare sia da accogliere l’ipotesi di B. LIOU-GILLE, Les leges sacratae: esquisse historique, cit., 75, per cui le leggi sacrate sull’inviolabilità tribunizia «paraissent s’inspirer plus ou moins des serments militaires, ou même en dériver».
[132] R. PESARESI, Studi sul processo penale in età repubblicana, cit., 50, sostiene che i tribuni si avvalsero della consecratio bonorum alla dea in modo che le sostanze del trasgressore fossero acquisite «anziché all’aerarium populi Romani, al tesoro di un’istituzione cultuale strettamente legata all’organizzazione politica plebea».
[133] Afferma l’aggiunta, accanto a Cerere nel testo della lex Valeria Horatia de tribunicia potestate, di Libero e Libera, quali divinità destinatarie della consecratio bonorum del colpevole, R. FIORI, La condizione di homo sacer e la struttura sociale di Roma arcaica, in Autour de la notion de sacer, a cura di T. Lanfranchi, Rome 2018, 178 nt. 27.
[134] Per una approfondita analisi della legge rinvio per tutti a F. SERRAO, Lotte per la terra e per la casa a Roma dal 485 al 441 a.C., cit., 121 ss. Studi recenti hanno riflettuto intorno alla consueta immagine dell’Aventino quale colle squisitamente plebeo (descritta specialmente da A. MERLIN, L’Aventin dans l’antiquité, cit.), in particolare L.M. MIGNONE, The Republican Aventine and Rome’s Social Order, Ann Arbor 2016, 1 ss., parla in merito di un paradigma della storiografia moderna, e J. PRIM, Aventinus mons. Limites, fonctions urbaines et représentations politiques d’une colline de la Rome antique, Rome 2021, 199 ss., afferma che la raffigurazione del colle quale luogo privilegiato della plebe sia nata in un contesto antico a carattere retorico e politico, che, tuttavia, non corrispondeva alle realtà socio-urbane di età tardo repubblicana.
[135] Si deve concordare con O. DE CAZANOVE, Le sanctuaire de Cérès jusqu’à la deuxième sécession de la plèbe, cit., 386: «Il n’existe à Rome qu’une seule religion, celle de la cité. Certains rituels peuvent être propres à un groupe restreint: gens, collège par exemple. Ils n’en intéressent pas moins l’ensemble des citoyens qui gardent sur eux un certain contrôle. Au contraire, il n’existe pas, et ne peut exister de “religion plébéienne” qui se manifesterait à la fois par le développement autonome de dévotions spécifiques et par l’éloignement, voire le rejet, de la communauté des cultes».
[136] Livius 3.55.10.
[137] Dionysius Halicarnassensis 6.89.4.
[138] Ad es., Vergilius, Aen. 12.197-200: Haec eadem, Aenea, terram mare sidera iuro / Latonaeque genus duplex Ianumque bifrontem / vimque deum infernam et duri sacraria Ditis; / audiat haec genitor, qui foedera fulmine sancit. Sulla competenza di Iuppiter a protezione di giuramenti e di patti, ad es.: P. DE FRANCISCI, Primordia civitatis, Romae 1959, 317 ss.; R. FIORI, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, cit., 148 ss., spec. 155 ss., il quale riconosce nel ius iurandum il mezzo rituale per l’affermazione della fides; A. CALORE, “Per Iovem lapidem”. Alle origini del giuramento. Sulla presenza del ‘sacro’ nell’esperienza giuridica romana, Milano 2000, 96 s.; ID., Forme giuridiche del ‘bellum iustum’ (Corso di Diritto romano - Brescia - a.a. 2003-2004), Milano 2003,71; C. SANTI, Iuppiter nella religione civica di Roma arcaica, cit., 6; F. MARCATTILI, Libertas e Iuppiter Liber in Aventino. Schiavitù e integrazione negli anni della seconda Guerra Punica, in Ostraka 22-23, 2013-2014, 29 ss., ID., Schiavitù e integrazione tra Asylum e insula Tiberina. Su Veiove, Esculapio, Iuppiter, in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche. Rendiconti 25, 2014 [ma 2015], 201 ss., spec. 223 ss., per la funzione svolta in antico da Giove Feretrio a tutela dei giuramenti prestati dai nuovi cittadini in forza dell’Asylum capitolino.
[139] C.I.L. I.2.1.990, 2ª ed., p. 576 = VI.1.379, p. 71. In materia: A. VALVO, L’iscrizione a Iuppiter Iurarius dell’Isola Tiberina (C.I.L. I2, 990), in Rendiconti dell’Istituto Lombardo 123, 1989, 263 ss.; L. RICHARDSON, JR., v. Iuppiter Iurarius, cit., 221, incerto se si tratti di un tempio indipendente o parte di un complesso sacro; D. DEGRASSI, v. Iuppiter Iurarius, in Lexicon Topographicum Urbis Romae, III, a cura di E.M. Steinby, Roma 1996, 143 s., che ipotizza si trattasse di un sacello del II sec. a.C. collegato al simulacro di Semo Sancus Dius Fidius, sito sempre nell’isola Tiberina; Ö. H(ARMANŞAH), v. Iuppiter Iurarius, in Mapping Augustan Rome [supplemento al Journal of Roman Archaeology 50], dir. di L. Haselberger in coll. con D.G. Romano, a cura di E.A. Dumser, Portsmouth, Rodhe Island 2002, 155.
[140] Dionysius Halicarnassensis 6.89.1.
[141] Varro, De ling. Lat. 5.86: Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant …
[142] Per Iuppiter-Diespiter, Gellius, Noct. Att. 5.12.5: Nam quod est elisis aut inmutatis quibusdam litteris ‘Iupiter’, id plenum atque integrum est ‘Iovispater’. … Iovis ‘Diespiter’ appellatus, id est diei et lucis pater; Varro, De ling. Lat. 5.10.66: Hoc idem magis ostendit antiquius Iovis nomen: nam olim Diovis et Di<e>spiter dictus, id est dies pater; a quo dei dicti qui inde, et dius et divum, unde sub divo, Dius Fidius; Macrobius, Sat. 1.15.14: … ipsi quoque Romani Diespitrem appellant, ut diei patrem; Servius Danielis, Verg. Aen. 9.567: Ipse est nostra lingua Diespiter, id est diei pater: Horatius namque Diespiter plerumque per purum; Pseudacronis scholia in Horatium, Exp. in Carm. 1.34.5: DIESPITER Diei pater, Iuppiter; 3.2.29: Diespiter Iuppiter dicitur velut diei pater; Priscianus, Ad Aen. 12.1: Dicitur … Diespiter, hoc est diei pater, Iuppiter. Cfr. Lactantius, Div. inst. 1.14.5: Pluto Latine est Dispater …
[143] Livius 1.24.7 s.: Legibus deinde recitatis ‘Audi’ inquit, ‘Iuppiter, audi, pater patrate populi Albani, audi tu, populus Albanus: ut illa palam prima postrema ex illis tabulis cerave recitata sunt sine dolo malo utique ea hic hodie rectissime intellecta sunt, illis legibus populus Romanus prior non deficiet. 8. Si prior defexit publico consilio dolo malo, tum illo die, Diespiter, populum Romanum sic ferito, ut ego hunc porcum hic hodie feriam; tantoque magis ferito, quanto magis potes pollesque’; si veda, in generale, 9.5.3: Quid enim aut sponsoribus in foedere opus esset aut obsidibus, ubi precatione res transigitur, per quem populum fiat, quo minus legibus dictis stetur, ut eum ita Iuppiter feriat, quem ad modum a fetialibus porcus feriatur?
[144] Servius Danielis, Verg. Aen. 8.641: nam cum ante gladiis configeretur, a fetialibus inventum ut silice feriretur ea causa, quod antiqui Iovis signum lapidem silicem putaverunt esse. Per il giuramento a Giove per mezzo della pietra, si veda: A. CALORE, “Per Iovem lapidem”. Alle origini del giuramento. Sulla presenza del ‘sacro’ nell’esperienza giuridica romana, cit., 35 ss.
[145] Festus, De verb. sign., pp. 422 e 424 L.: Sacer mons appellatur trans Anienem, paullo ultra tertium miliarium; quod eum plebes, cum secessisset a patribus, creatis tribunis plebis, qui sibi essent auxilio, discedentes Iovi consecraverunt. Vedi anche: Cicero apud Asconius, In Cornel. p. 67 ed. Kiessling - Schoell: Tanta igitur in illis virtus fuit, ut anno XVI post reges exactos propter nimiam dominationem potentium secederent, leges sacratas ipsi sibi restituerent, duos tribunos crearent, montem illum trans Anienem, qui hodie Mons Sacer nominatur, in quo armati consederant, aeternae memoriae causa consecrarent; Diomedes, Ars gramm. 2: Et apud Sallustium ‘montem sacrum atque Aventinum insedit’; qui mons ab hoc, quia illum plebs insederat, postea sacer dictus est; Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 423 L.: Sacer mons trans Anienem fluvium ultra tertium miliarum appellatur, quia Iovi fuerat consecratus.
[146] Per una analisi della tradizione sul Monte Sacro, M. DE SOUZA, Interrogations autour d’un mont Sacré sur le parcours des deux premières sécessions de la plèbe, cit., 61 ss., evidenzia i profili politici e religiosi legati al ricordo del luogo: «Le mont Sacré signifie la capacité de la plèbe de produire du sacré, de représenter la cité dans sa relation avec les dieux, la justesse et le caractère bénéfique de son existence. La dédicace à Jupiter souligne l’unité qu’a toujours voulu préserver la plèbe, et son attachement aux règles de la cité. Jupiter Capitolin préside aux destinées de Rome, et Jupiter Terrible garantit l’existence politique de la plèbe. Le mont Sacré est une conquête mais aussi une menace, brandie, parfois moquée, qui comporte une force d’évocation historique mais également une dimension symbolique et pratique» (80).
[147] Dionysius Halicarnassensis 6.90.1: Ἐπειδὴ ταῦτ´ ἐψηφίσαντο, βωμὸν κατεσκεύασαν ἐπὶ τῆς ἀκρωρείας, ἐν ᾗ κατεστρατοπέδευσαν, ὃν ἐπὶ τοῦ κατασχόντος αὐτοὺς τότε δείματος ὠνόμασαν, ὡς ἡ πάτριος αὐτῶν σημαίνει γλῶσσα, Διὸς Δειματίου· ᾧ θυσίας ἐπιτελέσαντες καὶ τὸν ὑποδεξάμενον αὐτοὺς τόπον ἱερὸν ἀνέντες, κατῄεσαν εἰς τὴν πόλιν ἅμα τοῖς πρέσβεσιν (tr. ingl. di E. Cary, IV, cit., 123: «After they had passed this vote they erected an altar upon the summit of the mount where they had encamped, which they named in their own language the altar of Jupiter the Terrifier, from the terror which had possessed them at that time; and when they had perforated sacrifices to this god and had consecrated the place which had received them, they returned to the city with the envoys»).
[148] Testimonia l’epiteto l’epigrafe rinvenuta a Tibur in un’ara marmorea C.I.L. XIV.3559, p. 378: SANCTO IOVI TERRITORI SACRUM.
[149] F. VALLOCCHIA, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, cit., § 6, si chiede se in Festo il verbo consecrare sia utilizzato in senso tecnico, poiché la consacrazione, atto di competenza pontificale, doveva compiersi in un luogo inaugurato; le fonti ricordano l’invio sul monte, quali legati senatori, dell’augur Manio Valerio e del curio maximo Servio Sulpicio Camerino, ma non di un pontifex. Secondo R. DEL PONTE, La secessione dei plebei tra Iuppiter e Ceres, cit., 92 s., tra uno dei dieci garanti inviati dal senato doveva essere presente almeno un pontefice, probabilmente, Menenio Agrippa, le cui competenze giuridiche sono testimoniate da Dionysius Halicarnassensis 6.88.4 (testo supra, nt. 66).
[150] L’intervento sacerdotale è sintetizzato da Servius Dan., In Verg. Aen. 1.446: antiqui enim aedes sacras ita templa faciebant, ut prius per augures locus liberaretur effareturque, tum demum a pontificibus consecraretur, ac post ibidem sacra edicerentur.
[151] Si veda specialmente Gaius, Inst. 2.5: Sed sacrum quidem hoc solum existimatur quod ex auctoritate populi Romani consecratum est, veluti lege de ea re lata aut senatusconsulto facto; e ancora, ad es.: Cicero, De dom. 127: Video enim esse legem veterem tribuniciam quae vetet iniussu plebis aedis, terram, aram consecrari; 136: Cum Licinia, virgo Vestalis summo loco nata, sanctissimo sacerdotio praedita, T. Flaminino Q. Metello consulibus aram et aediculam et pulvinar sub Saxo dedicasset, nonne eam rem ex auctoritate senatus ad hoc collegium Sex. Iulius praetor rettulit? cum P. Scaevola pontifex maximus pro collegio respondit, ‘quod in loco publico Licinia Gai filia iniussu populi dedicasset, sacrum non viderier’; Ad Attic. 4.2.3: Cum pontifices decressent ita, ‘si neque populi iussu neque plebis scitu is qui se dedicasse diceret nominatim ei rei praefectus esset neque populi iussu aut plebis scitu id facere iussus esset’, videri posse sine religione eam partem areae mihi restitui; D. 1.8.6.3 (Marcianus libro tertio inst.): Sacrae autem res sunt hae, quae publice consecratae sunt, non privatae: si quis ergo privatim sibi sacrum constituerit, sacrum non est, sed profanum.
[152] D. SABBATUCCI, Sacer, cit., 91, considera l’accezione giuridica di sacer “un caso-limite” da cui estrapolare il significato originale del termine: «Un primo passo al riguardo potrebbe essere la separazione dei due fatti concomitanti nella ‘sacratio’ interpretata dai giuristi: la ‘donazione’ di qualcosa ad un dio e l’‘intervento’ dell’autorità statale. Ora, derivando proprio da tale ‘intervento’ la ‘legalità’ della ‘sacratio’, sembrerebbe sufficiente accontonare questa particolare circostanza, per giungere ad un più vasto significato di ‘sacer’ esulante dalle restrizioni del ‘jus’: quello di ‘offerto ad una divinità’».
[153] G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. II, cit., 4, ritiene che il monte Sacro, identificato dalla tradizione recenziore quale luogo della prima secessione (fonti supra, nt. 41), fosse stato connesso agli eventi del 494 a.C. «solo al fine di poter spiegare il suo nome per mezzo delle leggi sacrate».
[154] R. TURCAN, rec. a H. Fugier, Recherches sur l’expression du sacré dans la langue latine, Paris 1963, in Revue des Études Anciennes 66, 1964, 425. M. DE SOUZA, Interrogations autour d’un mont Sacré sur le parcours des deux premières sécessions de la plèbe, cit., 66 nt. 13: «il ne semble pas y avoir eu d’autres lieux méritant cette qualification sur l’ancien territoire de Rome et la hauteur du Sacer mons n’est pas très remarquable».
[155] In merito: C. KOCH, Der römische Juppiter, 2ª ed., Frankfurt am Main 1937 [rist., Darmstadt 1968, ora in tr. it. di L. Arcella, Giove Romano, Roma 1986]; G. DUMÉZIL, La religion romaine archaïque, cit., 201; J.R. FEARS, The Cult of Jupiter and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II.17.1, Berlin-New York 1981, 3 ss.; R. DEL PONTE, La religione dei Romani. La religione e il sacro in Roma antica, Milano 1992, 135; C.M.A. RINOLFI, Plebe, pontefice massimo, tribuni della plebe: a proposito di Liv. 3.54.5-14, in Diritto @ Storia 5, 2006, § 3 c (https://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Rinolfi-Plebe-pontefice-massimo-tribuni-della-plebe.htm); EAD., «Rex, quia potentissimus». Il re romano tra diritto e religione, in Diritto @ Storia 17, 2019, § 1 (https://www.dirittoestoria.it/17/tradizione/Rinolfi-Rex-quia-potentissimus.htm); C. SANTI, Iuppiter nella religione civica di Roma arcaica, cit., 1 ss.
[156] P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale, I, Torino 1960, 155; «il Dio degli auguria e degli auspicia».
[157] Vedi spec.: Cicero, In Cat. 1.33: Tu, Iuppiter, qui isdem quibus haec urbs auspiciis a Romulo es constitutus, quem Statorem huius urbis atque imperi vere nominamus ...; Livius 1.12.4: Romulus et ipse turba fugientium actus arma ad caelum tollens ‘Iuppiter, tuis’ inquit ‘iussus avibus hic in Palatio prima urbi fundamenta ieci ...’; 28.28.11: Ne istuc Iuppiter optimus maximus sirit, urbem auspicato dis auctoribus in aeternum conditam huic fragili et mortali corpori aequalem esse. In argomento rimando a: P. CATALANO, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II.16.1, Berlin-New York 1978, 442 ss.; R. DEL PONTE, Giove Capitolino nello spazio romano, in Diritto @ Storia 5, 2006, https://www.dirittoestoria.it/5/D-&-Innovazione/Del-Ponte-Iuppiter-spazio-romano.htm; F. SINI, Fondazione della urbs Roma, in Diritto @ Storia 15, 2017, https://www.dirittoestoria.it/15/memorie/Sini-Fondazione-urbs-Roma.htm.
[158] Tacitus, Hist. 3.72.1.
[159] G. RADKE, Iuppiter Optimus Maximus: dieu libre de toute servitude, in Revue Historique de Droit français et étranger 64, 1986, 1 ss.
[160] Cicero, De dom. 144.
[161] Livius 3.57.7: Inter haec ab Latinis et Hernicis legati gratulatum de concordia patrum ac plebis Romam venerunt donumque ob eam Iovi optumo maximo coronam auream in Capitolium tulere parvi ponderis, prout res haud opulentae erant colebanturque religiones pie magis quam magnifice.
[162] Dionysius Halicarnassensis 8.87.6: Οὐδενὸς γάρ εἰσι τῶν ἔξω τῆς πόλεως οἱ τὴν δημαρχικὴν ἔχοντες ἐξουσίαν κύριοι· περιγέγραπται γὰρ αὐτῶν τὸ κράτος τοῖς τείχεσι, καὶ οὐδὲ ἀπαυλισθῆναι τῆς πόλεως αὐτοῖς θέμις, ὅτι μὴ πρὸς ἕνα καιρόν, ἐν ᾧ πᾶσαι θύουσιν αἱ τῆς πόλεως ἀρχαὶ κοινὴν ὑπὲρ τοῦ Λατίνων ἔθνους τῷ Διὶ θυσίαν ἐπὶ τὸ Ἀλβανῶν ὄρος ἀναβαίνουσαι (tr. ingl. di E. Cary, V, Cambridge, Mass.-London 1945, 269 e 271: «For those who are invested with the tribuneship possess no authority over anything outside the city, since their jurisdiction is limited by the city walls, and it is not lawful for them even to pass a night away from the city, save on a single occasion, when all the magistrates of the commonwealth ascend the Alban Mount and offer up a common sacrifice to Jupiter in behalf of the Latin nation»).
[163] Livius 23.30.17: Plebei ludi aedilium M. Aureli Cottae et M. Claudi Marcelli ter instaurati. Tra coloro che collocano la celebrazione dei giochi plebei in un tempo precedente rispetto alla dato tradizionale: L.L. TAYLOR, Cicero’s Aedileship, cit., 195 ss.; H. LE BONNIEC, Le culte de Cérès à Rome, cit., 347, 351 ss.
[164] Ad es.: Livius 25.2.10: Ludi plebei per biduum instaurati et Iovis epulum fuit ludorum causa; 30.39.8: P. Aelius Tubero et L. Laetorius aediles plebis vitio creati magistratu se abdicaverunt, cum ludos ludorumque causa epulum Iovi fecissent et signa tria ex multaticio argento facta in Capitolio posuissent; 31.4.7: et plebeii ludi ter toti instaurati ab aedilibus plebi L. Apustio Fullone et Q. Minucio Rufo, qui ex aedilitate praetor creatus erat; et Iovis epulum fuit ludorum causa; 32.7.13: Ab iis ludi plebeii --- instaurati; et epulum Iovis fuit ludorum causa; 33.42.11: Ludi plebeii per biduum instaurati, et epulum fuit ludorum causa.
[165] Q. Asconius Pedianus (pseudo), in Act. I, enarr. 31, p. 217 ed. Stangl: Plebei ludi, quos exactis regibus pro libertate plebis fecerunt. An pro reconciliatione plebis post secessionem in Aventinum? Dubita della tradizione riportata da Pseudo Asconio, H.W. BENARIO, Asconiana, in Historia 22, 1973, 69: «It is hardly likely that nothing more than tradition passed through many centuries and was finally recorded by Pseudo-Asconius. The fact that he gives two alternative occasions for the institution of the ludi plebei makes this seem even more implausible. There seems to be no more realistic assumption than that Asconius had checked the public records and had there found some indication of the early institution of the games».
[166] Tra coloro che affermano l’autonomia della comunità plebea, si veda specialmente: L. LANGE, Römische Alterthümer. I. Einleitung und der Staatsalterthümer, 1ª ed., Berlin 1856, 438, che parla di «Die Plebs als Staat im Staate»; TH. MOMMSEN, Römisches Staatsrecht, III.1, 3ª ed., Leipzig 1887, 145, il quale apostrofa la plebe quale «Gemeinde in der Gemeinde»; F. STELLA MARANCA, Il tribunato della plebe dalla “lex Hortensia” alla “lex Cornelia”, Lanciano 1901, 1 s., per cui, fino all’exaequatio legibus dei plebisciti, la plebe era costituita «come ente a sé, distinto dal popolo e contrapposto ad esso»; P. BONFANTE, Storia del diritto romano. I, cit., 103 ss., per cui nucleo originario della plebs «è il comune autonomo dell’Aventino assoggettato dalla civitas» (104). Contro questo “solito pregiudizio statualista”, si vedano le illuminanti considerazioni in termini di “pluralità di ordinamenti giuridici” di R. ORESTANO, I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, cit., 255 ss.
[167] Seguo, al riguardo, G. DUMÉZIL, La religion romaine archaïque, cit., 205: «si les patrices ont volontiers, ostentatoirement, annexé Jupiter, il semble certain que les plébéiens ne l’ont jamais considéré comme un dieu ennemi, mais plutôt comme un arbitre qu’il fallait convaincre, gagner à leur cause: puisque la plébe avait raison, comment le dieu du droit lui aurait-il donne tort?»; del resto, come sostiene H. LE BONNIEC, Le culte de Cérès à Rome, cit., 347: «les plébéiens devaient eux aussi, dès l’origine, adorer Jupiter».
[168] Ad es.: Livius 4.6.1-2: Cum in contionem consules processissent et res a perpetuis orationibus in altercationem vertisset, interroganti tribuno, cur plebeium consulem fieri non oporteret, 2. ut fortasse vere, sic parum utiliter in praesens certamen respondit, ‘quod nemo plebeius auspicia haberet, ideoque decemviros conubium diremisse, ne incerta prole auspicia turbarentur’; 10.8.9: Semper ista audita sunt eadem, penes vos auspicia esse, vos solos gentem habere, vos solos iustum imperium et auspicium domi militiaeque: aeque adhuc prosperum plebeium et patricium fuit porroque erit.
[169] Secondo Y. BERTHELET, Domination patricienne et lutte plébéienne pour le pouvoir (Ve-IVe siècles av. J.-C.). Sur trois mises en scène discursives des auspices, du pouvoir et de l’autorité, in Siècles 35-36, 2012, http://journals.openedition.org/siecles/1528, nel riferimento di Appio Claudio Crasso alle origini della città si rinviene la giustificazione patrizia del loro monopolio auspicale in chiave di “légitimation de type nobiliaire”, espressione del binomio concettuale potestas-auctoritas; con l’avvento della nobilitas patrizio-plebea si ricorse a una nuova legittimazione del potere, quale “charisme de fonction”, in cui gli auspicia magistratuali «ne jouaient plus qu’un rôle de légitimation secondaire, aux côtés de la potestas».
[170] Cicero, De nat. deor. 3.5: Cumque omnis populi Romani religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit si quid praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita persuasi, Romulum auspiciis Numam sacris constitutis fundamenta iecisse nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum immortalium tanta esse potuisset.
[171] Così F. SINI, Initia Urbis. La fondazione di Roma tra teologia e diritto nei poeti dell’epoca di Augusto (Virgilio e Ovidio), in Diritto @ Storia 1, 2002, § 2 (https://www.dirittoestoria.it/lavori/Contributi/Sini%20Initia%20Urbis.htm), il quale evidenzia la “visione provvidenziale e universalistica dell’imperium populi Romani”; vedi, ID., Urbs: concetto e implicazioni normative nella giurisprudenza, in Diritto @ Storia 10, 2011-2012 (https://www.dirittoestoria.it/10/Tradizione-Romana/Sini-Urbs-concetto-norme-giurisprudenza.htm), per le realtà giuridico-religiose dell’Urbs.
[172] Ovidius, Fast. 4.827-832: Vox fuit haec regis: ‘condenti, Iuppiter, urbem, / et genitor Mavors Vestaque mater, ades, / quosque pium est adhibere deos, advertite cuncti: / auspicibus vobis hoc mihi surgat opus. / Longa sit huic aetas dominaeque potentia terrae, / sitque sub hac oriens occiduusque dies’.
[173] Vedi, spec., le parole di Canuleio in Livius 4.3.14 s.: Claudiam certe gentem post reges exactos ex Sabinis non in civitatem modo accepimus, sed etiam in patriciorum numerum. 15. Ex peregrino ne patricius, deinde consul fiat, civis Romanus si sit ex plebe, praecisa consulatus spes erit?
[174] Livius 6.40.4: Quorum alterum neque nego neque infitias eo, nos, ex quo adsciti sumus simul in civitatem et patres, enixe operam dedisse, ut per nos aucta potius quam inminuta maiestas earum gentium, inter quas nos esse voluistis, dici vere posset.
[175] P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 195 ss., 450, dimostra come, in generale, il potere di auspicare fosse attribuito «a ciascuno relativamente a quella sfera di atti che può validamente compiere, di cui ha competenza» (198), quindi, «il generale concetto di auspicio [...] non poteva non esprimersi anche per quegli atti giuridici che i plebei potevano validamente compiere» (200).
[176] Varro, De ling. Lat. 5.143: Oppida condebant in Latio Etrusco ritu multi, id est iunctis bobus, tauro et vacca interiore, aratro circumagebant sulcum (hoc faciebant religionis causa die auspicato), ut fossa et muro essent muniti. Terram unde exculpserant, fossam vocabant et introrsum iactam murum. Post ea qui fiebat orbis, urbis principium; qui quod erat post murum, postmoerium dictum, eo usque auspicia urbana finiuntur; Gellius, Noct. Att. 13.14.1: “Pomerium” quid esset, augures populi Romani, qui libros de auspiciis scripserunt, istiusmodi sententia definierunt: «Pomerium est locus intra agrum effatum per totius urbis circuitum pone muros regionibus certeis determinatus, qui facit finem urbani auspicii» (P. REGELL, Fragmenta auguralia, Hirschberg 1882, 19). In materia mi sia permesso di rinviare a C.M.A. RINOLFI, Testamentorum autem genera initio duo fuerunt: nam aut calatis comitiis testamentum faciebant … aut in procintu. Testamenti, diritto e religione in Roma antica, Torino 2020, 199 ss.
[177] Sullo stretto rapporto tra potere auspicale e potere magistratuale, P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., spec. 448 ss.
[178] Cicero, De dom. 38: … auspiciaque populi Romani, si magistratus patricii creati non sint, intereant necesse est, cum interrex nullus sit, quod et ipsum patricium esse et a patriciis prodi necesse est; Epist. ad Brut. 1.5.4: Dum enim unus erit patricius magistratus, auspicia ad patres redire non possunt (maggio 43 a.C.).
[179] Intorno all’autore del De auspiciis, P.E. HUSCHKE, Iurisprudentiae anteiustinianae quae supersunt, 5ª ed., Lipsiae 1886, 103, fr. 1, e F.J. VERVAET, The lex curiata and the patrician auspices, in Cahiers du Centre Gustave Glotz 26, 2015, 201, attribuiscono il frammento a M. Valerio Messalla Corvino, mentre altri studiosi lo rapportano a M. Valerio Messalla Rufo (cos. 53 a.C.): F.P. BREMER, Iurisprudentiae quae supersunt. I. Liberae rei publicae iuris consulti, Lipsiae 1896, 263 s. fr. 1; H. PETER, Historicorum Romanorum Reliquiae, II, Lipsiae 1906, LXXVIII; H. FUNAIOLI, Grammaticae Romanae fragmenta, I, Lipsiae 1907, 427 ss.; R. HANSLIK, v. “Valerius 268”, in Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, VIII A.1, Stuttgart 1955, coll. 166 ss.; G.J. SZEMLER, The Priest of the Roman Republic. A Study of Interactions Between Priesthoods and Magistracies, Bruxelles 1972, 154; J.-CL. RICHARD, Praetor collega consulis est: contribution à l’histoire de la préture, in Revue de philologie, de littérature et d’histoire anciennes 56, 1982, 19 ss.; ID., Praetor collega consulis est. II La lex Licinia de sodaliciis et l’exil de M. Valerius Messalla Rufus, in Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité 95, 1983, 651 ss.; R. FIORI, La convocazione dei comizi centuriati: diritto costituzionale e diritto augurale, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fur Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 131, 2014, 107 nt. 200.
[180] Gellius, Noct. Att. 13.15.3 s.: Super hac re meis verbis nil opus fuit, quoniam liber M. Messalae auguris de auspiciis primus, cum hoc scriberemus, forte adfuit. 4. Propterea ex eo libro verba ipsius Messalae subscripsimus: Patriciorum auspicia in duas sunt divisa potestates.
[181] J. LINDERSKI, The Auspices and the Struggle of the Orders, in Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik, Akten Eines Symposiums 12. – 15. Juli 1988 Freie Universität Berlin, a cura di W. Eder, Stuttgart 1990, 40 (ora in ID., Roman Questions. Selected Papers, Stuttgart 1995, 566), secondo l’A., questa terminologia augurale «lies in the fact that the auspicia publica populi Romani were the patrician auspicies. The public auspices on the plebeians did not exist», nemmeno dopo l’accesso alle magistrature frutto di “a strange compromise”: «the plebeians in their capacity as magistratus populi Romani used the auspices, but they did not own them. […] only the patrician magistrates were endowed with iustum imperium et auspicium domi militiaeque. If we regard the political situation of the middle or the late Republic, this appears a specious technicality» (41= 567).
[182] Vedi supra, nt. 178. È il caso del De domo pronunciato nel 57 a.C., al tempo in cui Cicerone non era ancora entrato a far parte del collegio augurale, ovvero, secondo T.R.S. BROUGHTON, The Magistrates of the Roman Republic, II, cit., 233, nel 53 a.C., laddove per J. LINDERSKI, The Aedileship of Favonius, Curio the Younger and Cicero’s Election to the Augurate, in Harvard Studies in Classical Philology 76, 1972, 181 ss. (ora in ID., Roman Questions, cit., 231 ss.), l’elezione all’augurato si sarebbe svolta nel marzo del 52 a.C.
[183] Sull’argomento, rinvio per tutti a F. SINI: Bellum nefandum. Virgilio e il problema del “diritto internazionale antico”, Sassari 1991, 95 ss.; Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, cit., 227 ss.; Bellum, fas, nefas: aspetti religiosi e giuridici della guerra (e della pace) in Roma antica, in Diritto @ Storia 4, 2005, § 4 (https://www.dirittoestoria.it/4/Memorie/Sini-Guerra-pace-Roma-antica.htm).
[184] Per alcuni esempi in tal senso, mi sia permesso di segnalare C.M.A. RINOLFI, Interpretationes sacerdotali tra ius publicum e ius sacrum: le procedure di nomina dei magistrati repubblicani, cit., 160 ss.
[185] In generale, C.M.A. RINOLFI, Tradizione e innovazione nelle ‘esternazioni’ dei sacerdotes populi Romani, cit.
[186] Si veda T. LANFRANCHI, Les tribuns de la plèbe et la formation de la République romaine, cit., 275 ss., il quale evidenzia il carattere giuridico-politico del giuramento, che non creò il tribunato, ma gli garantì «une puissance potentielle qui ne pouvait être évacuée d’un revers de main. Le serment, accompagné de la menace de sacratio, inscrivit les tribuns dans l’espace juridico‑politique romain à partir duquel ils purent agir» (275).
[187] G. LOBRANO, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 125. Vedi anche ID., Plebei magistratus, patricii magistratus, magistratus populi Romani, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 41, 1975, 245 ss.
[188] Cicero, De prov. 46: … si patricius tribunus plebis fuerit, contra leges sacratas, si plebeius, contra auspicia fuisse …
[189] F. STELLA MARANCA, Il tribunato della plebe dalla “lex Hortensia” alla “lex Cornelia”, cit., 13 s.
[190] Cicero, De inv. 2.52.
[191] Livius 2.1.9: Omnium primum avidum novae libertatis populum, ne postmodum flecti precibus aut donis regiis posset, iure iurando adegit neminem Romae passuros regnare.
[192] A. MASTROCINQUE, Il giuramento sul Monte Sacro, in Diritto @ Storia 6, 2007, https://www.dirittoestoria.it/6/Memorie/Tribunato_della_Plebe/Mastrocinque-Giuramento-Monte-Sacro.htm; si veda anche ID., Il Giuramento sul Monte Sacro. Nel “Bicentenario del Giuramento di Simón Bolívar a Montesacro”, cit., § 2.
[193] Nel cippus vetustissimus del Foro romano, ad esempio, si legge sakros esed (C.I.L. I.2.1.1, 2ª ed., pp. 367 ss.), seppure “indizio tenue” dell’antico ricorso alla sacertà: F. SALERNO, Dalla «consecratio» alla «publicatio bonorum», cit., 32, (si vedano le pp. ss., per gli altri casi di età regia).
[194] Livius 3.54.11: Ibi extemplo pontifice maximo comitia habente tribunos plebis creaverunt … Sull’argomento, C.M.A. RINOLFI, Plebe, pontefice massimo, tribuni della plebe, cit.; EAD., Interpretationes sacerdotali tra ius publicum e ius sacrum: le procedure di nomina dei magistrati repubblicani, cit., 163 ss.