
Mancipatio in Gaio*
Università di Sarajevo Est
Bosnia-Erzegovina, Repubblica Serba
* ANTUN MALENICA, Манципација у Гајевим Институцијама. (Mancipazione nelle Istituzioni di Gaio), Novi Sad, Pravni fakultet u Novom Sadu – Centar izdavačku delatnost Ed., 2023, 208 pp.
È difficile trovare un istituto giuridico più tipicamente romano di questo modo di trasferimento di proprietà, altamente rituale, caratterizzato dalla presenza di cinque testimoni e di un libripens. La mancipazione ha da sempre suscitato grande attenzione fra i romanisti. Come l’A. ammette (p. 8), la letteratura su questo istituto è oggi così abbondante che è praticamente impossibile presentarla in modo dettagliato in un libro. Comunque l’interesse per la mancipazione non è diminuito nella comunità scientifica e questo tema è ancora molto attuale.

Ecco, quindi, il nuovo libro del grande romanista serbo, questa volta dedicato al concetto di mancipazione nelle Istituzioni di Gaio. Il libro è frutto di un lavoro realizzato nell’arco di più di un quindicennio: secondo lo stesso A., la sua ricerca sulla mancipazione è cominciata nel 2008, anno al quale risale il suo interesse per l’istituto.
L’A. ha spiegato nella prefazione (p. 7) perché egli ha limitato la ricerca proprio alle Istituzioni di Gaio: esse sono la fonte principale sull’istituto della mancipazione nel diritto romano. Chiunque legge l’intero libro sarà convinto della correttezza di questo approccio. Non solo perché le descrizioni più famose e più dettagliate (pp. 11-27) del rito della mancipazione, che per i compilatori di Giustiniano non era più importante e come tale trascurato nel Corpus iuris civilis, derivano dalle Istituzioni di Gaio, l’unico della giurisprudenza classica conservato nella forma quasi integrale, ma anche perché l’opera gaiana, tramite la sua forma epitomata (Epitome Gai), ha avuto un certo influsso sulla Lex romana Visigothorum (pp. 165-176). Del resto, le Istituzioni di Gaio servono più come punto di partenza per la discussione su vari temi riguardo alla mancipazione che come limite della ricerca: l’A., oltre alle Istituzioni, usa numerosissime altre fonti giuridiche, letterarie e papirologiche, analizzandole con minuziosa attenzione ai dettagli.
Il libro ha inizio con una breve introduzione di carattere informativo su Gaio e sulla sua opera (pp. 8-11) per proseguire subito sull’argomento centrale: la descrizione gaiana del rito di mancipazione. L’A. sottopone il testo di Gaio a una attenta analisi linguistica comparando le traduzioni e interpretazioni di vari autori sulla nascita e sulla storia di questo istituto. L’A. ritiene importanti alcune sfumature relative alla traduzione per comprendere meglio l’intero processo di mancipazione; ad esempio, egli rifiuta la posizione di coloro che interpretano il termine libra come “peso” e lo traduce come “bilancia” e crede che non sia esistita una formula universale di nuncupazione applicabile a tutte le mancipazioni (pp. 11-20). Nel capitolo seguente (pp. 20-27) l’A. analizza la testimonianza gaiana sulla nascita del rito di mancipazione con grande attenzione ai dettagli, comparando il testo di Gaio a quelli dei filologi romani sullo stesso argomento e usando abbondantemente gli argomenti risalenti alla letteratura sulla storia monetaria di Roma nel periodo arcaico, specialmente sull’aes rude, aes formatum ed aes signatum.
Segue la seconda parte del libro, dedicata all’acquisto della proprietà tramite mancipazione. L’A. crede che la divisione delle cose all’interno della classificazione delle res mancipi e delle res nec mancipi, anche se frutto della elaborazione giurisprudenziale, abbia radici nella economia di Roma arcaica, nella quale le res mancipi erano considerate di valore economico maggiore rispetto alle nec mancipi, innanzitutto, ma non soltanto, per l’agricoltura (pp. 27-40). In mancanza dei testi giuridici del periodo classico relativi alla mancipatio, a causa della omissione dei testi relativi a questo istituto nel Digesto, l’A. analizza le fonti papirologiche per illuminare il problema dell’applicazione della mancipazione nella prassi del periodo classico, con particolare attenzione alla misteriosa figura di antestatus che troviamo nei documenti. Con sicura padronanza delle fonti l’A. difende in modo abbastanza convincente la sua ardua congettura, per la prima volta espressa in letteratura, secondo la quale l’antestatus sarebbe stato un ufficiale fiscale presente nel rito di mancipazione. Oltre a ciò, ancora più importante, egli crede che dovrebbe essere dato per certo che il termine mancipium, nelle fonti papirologiche dal periodo classico, significhi “proprietà” e che sia sinonimo di proprietas e dominium, e, dunque, dovrebbe essere chiaramente distinto dalla mancipazione come modo di trasferimento di proprietà.
La terza parte del libro è dedicata al ruolo della mancipazione nel diritto delle persone. Dopo i capitoli introduttivi di questa parte del libro sulla divisione gaiana dello status delle persone (pp. 54-56) e sulla patria potestas (pp. 56-61), sono analizzate varie situazioni in cui la mancipazione è usata come forma di mutamento dello status personale nelle Istituzioni di Gaio: coemptio per la sottoposizione della moglie alla manus, coemptio tutelae evitandae causa, coemptio testandi causa, emancipazione delle persone alieni iuris, adozione, scioglimento dell’adozione, liberazione della moglie dalla manus, poi in mancipium deditio, noxae deditio, conclusione di un nexum (pp. 61-115). È assai esteso l’ultimo capitolo, dedicato al nexum (pp. 95-115). Interessante, ma in qualche modo fuori del tema del libro, questo capitolo è dedicato a varie questioni riguardo a questo istituto arcaico, oscuro e non esistente ai tempi di Gaio.
Relativamente poca attenzione, però, è dedicata da parte dell’A. alla mancipazione nel diritto testamentario, a cui è destinata la quarta, abbastanza breve, parte del libro (pp. 116-123). Lo stesso vale per la successiva quinta parte del libro sulla mancipazione nel diritto delle obbligazioni, cioè la solutio per aes et libram (pp. 124-131). In questi brevi capitoli, l’A. si limita ad analizzare il testo gaiano senza proporre congetture radicali, accettando le opinioni prevalenti in dottrina.
Grande attenzione è dedicata, invece, alla mancipazione nelle tavolette di Alburnus Maior. L’A. esamina attentamente i documenti sulla compravendita delle res mancipi (pp. 131-165). Essi sono maggiormente contratti di compravendita di schiavi e, in una ipotesi, di una casa. Negli stessi documenti è indicato che il venditore ha ricevuto il prezzo e che il compratore ha ricevuto la cosa mancipio. L’A. nega, in un modo abbastanza eloquente e basato sulle fonti, l’opinione di coloro che credono che in questi casi si tratti del trasferimento di proprietà tramite mancipazione, proponendo che si tratti in effetti di trasferimento delle persone in mancipium, inteso in questo caso, come vedremo, come “proprietà” ed è così, sempre secondo l’A., il modo con cui dobbiamo interpretare la parola mancipium nelle tavolette (p. 164). Ma anche se consideriamo che la parte del libro dedicata alle tavolette di Alburnus Maior è coerente con il tema del libro, perché è stato necessario mostrare che in questo caso non si tratti affatto di mancipazione, è quasi senza qualsiasi collegamento, sia con la mancipazione sia con le Istituzioni di Gaio, la lunga e dettagliata spiegazione delle varie clausole sulla responsabilità del venditore nelle tavolette di Alburnus Maior alla luce delle fonti del diritto romano classico (pp. 143-161).
Particolarmente interessante ci sembra la settima parte del libro, dedicata a un istituto menzionato nel diritto visigotico, cioè nell’Epitome Gai, che portava ancora il nome della mancipazione, anche se era sostanzialmente diverso (pp. 165-176).
Alla fine, l’autore ci offre, in una parte apposita del libro, il riassunto dei risultati della ricerca (pp. 176-181), dopo la quale segue l’ultima, nona parte, sotto il titolo Osservazioni conclusive (Закључна разматрања). Questa ultima parte del libro (pp. 181-199) rappresenta in effetti un breve racconto della storia della organizzazione del governo e delle fonti del diritto romano, da Roma arcaica al periodo classico. L’unico legame con il resto del libro è l’analisi di un testo di Cicerone (Pro Caec. 25.70-72) con cui il libro finisce (pp. 196-199), testo che l’A. cita come argomento a favore della sua tesi secondo la quale il termine mancipium nelle fonti giuridiche classiche significhi “proprietà”. Questa strana digressione dal tema principale del libro, proprio come il testo soprammenzionato sulla responsabilità di venditore nel contratto di compravendita (pp. 143-161), sembra essere inserita a causa del desiderio dell’A., espresso nella prefazione (p. 7), che il libro sia utile non solo agli studiosi ma anche agli studenti.
Si può certo considerare il lavoro di Malenica un importante e serio contributo allo studio della mancipazione e a varie questioni connesse. Il libro si caratterizza per la sua altissima qualità, risultato del raffinato metodo esegetico, di una piena padronanza delle fonti, della conoscenza dell’ampia e rilevante letteratura e della originalità delle teorie proposte, spesso ardue ma fornite di serrate argomentazioni. Un libro di grandissima importanza per la romanistica slava, ma potenzialmente importante a livello europeo e mondiale. Possiamo sperare in una sua traduzione in una delle lingue mondiali o almeno nella pubblicazione di alcuni risultati della ricerca nella forma di un articolo perché essi diventino noti alla comunità romanistica internazionale.