AUTONOMIA,
RINASCITA, LAVORO E SVILUPPO NEI DIBATTITI DEL CONSIGLIO
REGIONALE SARDO.
IL CONFRONTO POLITICO NEL PRIMO DECENNIO AUTONOMISTICO (1949-1959) *
Università di Cagliari
SOMMARIO: I. Una Regione sotto tutela. – 1. La Sardegna degli anni Cinquanta: persistenze e dinamismi. – 2. La ricostruzione: un processo arduo e problematico. – 3. Regione e Governo: la natura politica del contrasto– 4. La mobilitazione del Congresso del popolo sardo– 5. Per l’agricoltura una riforma regionale sine die– 6. Carbonia e la crisi dell’industria carbonifera– 7. La prospettiva del Piano di rinascita– 8. Si conclude la prima legislatura – II. La seconda legislatura regionale: crisi, instabilità, nuovi scenari politici– 1. Dalle zone interne alle miniere, irrompono le irrisolte questioni sociali ed economiche– 2. Dalla prospettiva di una Giunta di unità autonomistica alla “Giunta d’affari”– 3. La legge “stralcio” ad Arborea: istanze di riscatto per la terra e il lavoro– 4. La “sdegnata protesta” del presidente Alfredo Corrias– 5. Istituti di credito: consorterie, localismi, marginalità decisionali– 6. La dialettica istituzionale sui piani particolari e il Piano di rinascita– 7. Bilanci e prospettive di rinnovamento– 8. L’approssimarsi dell’attesa rinascita– Abstract.
«Il nostro più geloso e sensibile compito è l'attuazione e la difesa dello Statuto, caposaldo della costituzione della Sardegna e delle sue isole in Regione Autonoma, fornita di personalità giuridica entro l'unità politica della Repubblica Italiana … Sulle solide fondamenta apprestate, accingiamoci con lena, con intelligenza, con cuore, alla costruzione del grande organismo dell'autonomia»[1].
Il 28 maggio 1949 con il saluto dalla forte ispirazione retorica pronunciato da Angelo Amicarelli (DC), presidente provvisorio del Consiglio regionale, l’assemblea entrava nel vivo dell’attività. La costruzione dell’autonomia sarda avrebbe compiuto i primi passi in un’isola ancora duramente provata dai disastri del conflitto mondiale, segnata da una miseria che, già intollerabile alla vigilia delle ostilità, si era fatta più dura in seguito alle privazioni originate dalla guerra, dalle requisizioni, dai bombardamenti e dai pesanti effetti dell’isolamento[2].
Separata dal resto del paese, a lungo priva dei più essenziali rifornimenti, ripiegata verso i centri dell’interno – rifugio per le istituzioni e per i 70.000 cagliaritani scampati ai raid aerei, tra il febbraio e il maggio 1943 [3] –, la Sardegna non aveva vissuto il riscatto della guerra di Liberazione e il fascismo, perduta l’organizzazione politica di partito dominante, vi teneva ancora salde le proprie radici. Se da un lato a persistere erano le continuità con il passato, dall’altro si facevano strada le speranze intorno ai ricostituiti partiti democratici, ai sindacati, alla libera stampa e alla giovane istituzione dell’Alto Commissario che il Governo aveva nominato nel gennaio 1944 per dirigere le amministrazioni statali, civili e militari, ed esercitare, se necessario, le attribuzioni dello stesso esecutivo[4].
L’azione dell’Alto Commissario aveva consentito ai sardi di ritrovare la vena dell’autonomia sin da quando, con il DLLGT n. 417 del 28 dicembre 1944, era stata istituita la Consulta regionale sarda, chiamata ad affiancare il primo nella formulazione di interventi atti alla ricostruzione dell’isola[5]; erano state destinate importanti risorse finanziarie per la sua ricostruzione ed era stato fondato il Banco di Sardegna, un istituto di credito che incontrò molti impedimenti a esercitare in pieno la propria attività tanto che, ancora nel 1949, avrebbe contato solo su una sezione speciale di credito industriale. A questo scarso risultato contribuirono tanto le divisioni esistenti tra i consultori, tra coloro che erano espressione degli interessi prevalentemente agrari del Nord Sardegna i quali, decisi a mantenere il controllo della politica agraria attraverso l’ICAS (Istituto di Credito Agrario della Sardegna, nato nel 1927 con sede a Sassari), temevano che la nascita del Banco avrebbe determinato la “scomparsa” di questo istituto, e quanti, invece, operavano nel meridione dell’isola, maggiormente interessati alla crescita dei settori industriale e commerciale, e quindi più favorevoli a rendere il Banco pienamente operativo. Non di meno incise sullo stallo dell’istituto di credito l’orientamento degli organi centrali, riluttanti in prima battuta a riconoscere la sua autonomia, in sintonia con le preoccupazioni emerse a livello locale, e indirizzati in seguito, con la Banca d’Italia, a fondere l’ICAS con il Banco, soluzione osteggiata da importanti gruppi politici ed economici sardi e nazionali, tra i quali emergeva Antonio Segni, ministro dell’Agricoltura. Sulla questione la Consulta regionale sarda si era confrontata più volte senza riuscire a trovare una soluzione che, alla fine del suo mandato, sarebbe stata rinviata al Consiglio regionale, eletto nel maggio 1949 [6].
Come si rileva dalle questioni sull’istituzione della banca sarda, l’autonomia – un risarcimento politico fondato su precise ragioni storiche, un obiettivo prioritario per le istituzioni democratiche – nel primo decennio di vita della Regione avrebbe faticato non poco a esprimere le proprie potenzialità nel rapporto con il Governo di Roma, fautore invece di un forte centralismo. Non di meno le tensioni interne alla classe dirigente regionale e al partito di maggioranza relativa in specie, il quale, nell’orientare la propria azione politica, a lungo avrebbe concepito la Regione come un organo dello Stato, il governo dell’isola subordinato all’esecutivo nazionale e l’autonomia uno strumento per attuare una forma di decentramento amministrativo[7].
Dopo l’elaborazione dello Statuto e la battaglia elettorale della primavera 1949 [8], sembrava fossero stati superati i momenti più critici del secondo conflitto mondiale e dell’immediato dopoguerra, quelli che, tra il 1944 e il 1948, dalle campagne ai centri urbani avevano spinto le comunità sarde a manifestare il proprio malcontento in un’ansia crescente di giustizia e di democrazia[9].
In quel medesimo periodo, Cagliari conosceva una rapida, seppure disordinata, rinascita sulla spinta della ricostruzione seguita ai drammatici bombardamenti del 1943 e alla dolorosa evacuazione dei suoi abitanti[10]. L’emergenza abitativa non si sarebbe risolta rapidamente, avrebbe invece segnato a lungo la condizione dei ceti popolari, non solo nel capoluogo, dove gli sfollati, ricoverati in strutture di fortuna, avrebbero trovato alloggio solo una volta divenuto operativo il piano INA-Casa voluto dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani (1948-1963)[11], ma più in generale in tutto il territorio regionale, per la significativa percentuale di case prive delle più elementari condizioni igieniche, sprovviste della fornitura di acqua, energia elettrica e reti fognarie, assenti pressoché totalmente le relative infrastrutture[12].
Nel 1949 stava per completarsi la campagna di eradicazione della malaria, un’opera di grande portata sociale oltreché sanitaria, avviata nel 1946 e conclusa nel 1950, grazie agli interventi realizzati da imprenditori locali e dall’ERLAAS (Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna) con personale e risorse americane (dell’UNRRA e della Rockefeller Foundation) e italiane, ma i gravi problemi sanitari, l’incidenza delle malattie infettive e sociali (tubercolosi, tracoma, tifo ecc.), di cui era afflitta la popolazione sarda avrebbero continuato a gravare sulla condizione dei ceti popolari, interessando le campagne quanto le aree urbane[13].
In tutta l’isola restavano numerosi i problemi di una regione che, tra l’età giolittiana e il fascismo, avrebbe dovuto trasformare il proprio territorio e modernizzare la propria economia grazie al varo della legislazione speciale (1897-1907), in seguito all’attuazione del progetto elettro-irriguo e all’approvazione della legge del miliardo (1924)[14]. Soprattutto per la svolta autoritaria del fascismo i processi di rinnovamento avevano subito una stretta significativa, frenati dagli effetti della rivalutazione della lira sull’economia italiana, e soprattutto dalla necessità di essere subordinati al controllo autoritario del regime[15]. La Sardegna, politicamente depressa dalla dittatura, era uscita da quella stagione modificata solo a tratti; le trasformazioni erano state «parziali, disseminate a placche sul corpo dell’isola» — avrebbe osservato il geografo francese Maurice Le Lannou —, incapaci di produrre «gli effetti diffusivi dello sviluppo»[16]. Mancavano soprattutto i radicali cambiamenti che avrebbero dovuto perfezionarsi con la bonifica integrale e completarsi con il diffuso sviluppo industriale[17].
Caratterizzavano l’economia sarda un’agricoltura legata all’alternanza fra la cerealicoltura e il riposo a pascolo, e l’allevamento brado, innanzitutto ovino. Nel primo dopoguerra, in Sardegna non si era registrato un aumento consistente della piccola proprietà coltivatrice, come nel resto della penisola[18], e il limitato incremento delle superfici destinate alle colture intensive specializzate era stato interrotto dagli esiti combinati di “quota 90”, decisa dal fascismo, e della grande crisi mondiale scoppiata alla fine degli anni Venti[19]. I danni maggiori furono subiti dai piccoli contadini e soprattutto dai braccianti, costretti a infoltire il numero di disoccupati e sottoccupati in attesa del sollievo offerto dai lavori pubblici. La popolazione attiva nell’isola come nel Mezzogiorno disponeva di scarse capacità professionali: era carente la diffusione di mezzi e cognizioni tecnico-scientifiche e anche per questo motivo i volumi medi di produzione erano modesti[20].
La stabilizzazione monetaria e, in seguito, la caduta internazionale dei prezzi agricoli, e del pecorino romano in specie, avevano sconvolto anche la pastorizia e l’industria casearia, assai florida negli anni Venti[21]. L’industria mineraria ottenne più sicuri margini all’ombra dell’autarchia energetica con lo sfruttamento del carbone Sulcis e la nascita nel 1938 di Carbonia, una “città nuova” fondata dall’ACaI – l'Azienda Carboni Italiani istituita nel 1935 e controllata dallo Stato – allo scopo di estrarre grandi quantità di lignite, un carbone di bassa qualità, ma di grande “riuscita” nell’ottica della modernizzazione propagandata dal fascismo[22]. Alla costruzione della prima città industriale dell’isola avevano contribuito migliaia di lavoratori, in gran parte contadini e braccianti venuti dalle campagne ed esclusi dai lavori intrapresi nella piana di Terralba (presso Oristano) e nella Nurra (presso Alghero), dove la SBS (Società Bonifiche Sarde, nata nel 1918 e passata all’IRI nel 1933) e l’EFC (Ente Ferrarese di Colonizzazione che nel 1942 fu trasformato in ESC Ente Sardo di Colonizzazione) fondarono, tra il 1928 e il 1936, Mussolinia – oggi Arborea – e Fertilia. In queste aree, in ossequio alla politica fascista di sbracciantizzazione e di colonizzazione, a quelle sarde erano state preferite le famiglie di braccianti e salariati provenienti dal Nord-Est, esperte nell’agricoltura intensiva e nell’allevamento stabulare[23].
Nella produzione agricola prevaleva il grano su 250.000 ettari; tra le colture specializzate, la viticoltura si estendeva su 34.000 ettari; l’olivicoltura su 17.250 ettari in coltura specializzata e su 28.400 in coltura promiscua. I sughereti erano diffusi soprattutto in Barbagia e in Gallura, con una produzione di 50.000 quintali di cortecce, i due terzi di quella nazionale[24].
La politica economica fascista aveva aggravato la situazione delle campagne. La battaglia del grano non aveva assicurato né diffusa occupazione, né autosufficienza alimentare, né stabilità sociale; aveva invece immiserito il mondo contadino, tra sottoccupazione e generale precarietà, e accresciute le diseguaglianze economiche e sociali a vantaggio dei grandi proprietari. Le colture specializzate si erano ridotte, calati i salari, ristretti i consumi, mentre per effetto del blocco dei movimenti migratori era cresciuta la pressione demografica su alcune aree e su un esiguo ambito di attività produttive e di risorse[25].
Alla fine della guerra l’agricoltura sarda continuava ad avere un carattere estensivo: dominava la cerealicoltura, alternata al pascolo naturale; erbai e prati artificiali erano pressoché sconosciuti; l’orticoltura e le colture arboree specializzate avevano un’estensione circoscritta; il ricorso alla meccanizzazione, era ancora basso; scarso l’uso di concimi chimici e di antiparassitari[26]. Come avrebbe segnalato nel 1953 la Commissione parlamentare sulla disoccupazione in Italia, se le zone di pianura coprivano il 18 per cento della superficie complessiva dell’isola, mentre sul 15 e sul 67 per cento si estendevano quelle di montagna e di collina, neppure la metà della superficie regionale era occupata dalla somma dei terreni seminativi e delle colture legnose specializzate, rispettivamente il 30 e il 13 per cento del totale[27].
Quanto alla struttura agraria e al regime fondiario, nelle terre a seminativo dominava la piccola proprietà diretto-coltivatrice, caratterizzata da frazionamento e dispersione; la media proprietà era costituita in gran parte dai pascoli migliori; le proprietà più estese erano demaniali o comunali (il 23,1 per cento della superficie censita, in cui prevalevano boschi e pascoli e su cui gravavano ancora diritti di uso collettivo), mentre le grandi proprietà private erano un numero esiguo[28]. Le colture specializzate si estendevano su terreni appartenenti a proprietari coltivatori; un quarto della superficie lavorabile era data in affitto, così come i terreni comunali e i pascoli delle zone pianeggianti. A livello contrattuale prevalevano varie forme di compartecipazione rispetto alla colonìa parziaria; era frequente l’opera di lavoratori fissi o avventizi cointeressati alle imprese, mentre nell’allevamento prevaleva il contratto di soccida[29]. Una quota significativa di lavoratori, in possesso di terreni insufficienti ad assicurare un reddito adeguato, viveva in condizioni non dissimili a quelle dei braccianti; molti facevano capo alle cosiddette figure miste, quelle che, a seconda delle congiunture economiche – o più semplicemente in relazione all’andamento delle annate agrarie –, assumevano i connotati prevalenti di salariati o di coltivatori; altri rientravano in quest’ultima categoria integrando la proprietà con l’affittanza, differenziandosi dalle figure miste e dai quasi braccianti.
Nel settore industriale nel 1951 prevalevano le aziende estrattive, che quell’anno avrebbero qualificato la Sardegna come la regione più industrializzata tra le meridionali[30]. L’estrazione del carbone Sulcis nel dopoguerra conosceva una profonda crisi rispetto alla quale la SMCS (Società Mineraria Carbonifera Sarda, affiliata della ACaI) puntava a diminuire i costi di produzione, a inasprire le condizioni di lavoro e di vita dei minatori, a renderne sempre più incerte l’occupazione e la permanenza a Carbonia, dove tutto, per le migliaia di residenti (oltre 45 mila nel 1951), dalle abitazioni alla gestione dei servizi e dei viveri, era nelle mani dell’ACaI. Tra le miniere metallifere, in quelle di piombo e di zinco si concentrava la maggior parte degli addetti del settore, ma anche in queste realtà la produzione sarebbe stata ridimensionata, provocando l’uscita dal mercato del lavoro di folte maestranze. Un buon numero di lavoratori operava nelle industrie alimentari, nei laboratori per la confezione dei tessuti, nelle aziende edili, incrementate dalla ripresa delle opere pubbliche e delle costruzioni, e ancora nella lavorazione del legno e del sughero, ma la maggior parte degli addetti all’industria si concentrava nelle miniere metallifere[31].
Secondo il censimento del 1936, il 55,4 per cento della popolazione presente nell’isola (1.024.686 abitanti) operava nel settore primario[32]. Nel 1951 lo stesso settore assorbiva il 51 per cento degli occupati (221.341 unità su 433.796), su una popolazione complessiva di 1.276.023 abitanti[33]. I lavoratori addetti al settore secondario nel medesimo anno erano 65.249, di questi ben il 36,5 per cento operava nelle miniere[34]. Al censimento del 1961 gli abitanti dell’isola sarebbero risultati 1.419.000; la popolazione attiva avrebbe mutato la propria composizione e struttura: tra il 1951 e il 1961 si registrava una riduzione di 54.000 addetti nel settore primario, che assorbiva ancora il 40 per cento dell’occupazione totale; nel secondario operava ora il 27,5 per cento degli addetti, 26.000 unità in più rispetto al 1951 [35]. Nel medesimo arco temporale, nel settore estrattivo il totale degli occupati diminuì del 54 per cento e in quello dei minerali non metalliferi di ben il 66 per cento[36]. Nel terziario e in altre attività confluiva il 32,5 per cento degli addetti, 17.000 più che nel 1951. Il reddito nell’isola, come nel Sud Italia, era aumentato, ma a un tasso inferiore rispetto al resto della penisola: in Sardegna ammontava al 3,9 per cento, nel Meridione al 4,5 e nel Centro-Nord al 6,3 [37].
In generale, nel decennio 1951-61, i processi di sviluppo industriale vennero frenati dall’alto costo sia dell’energia elettrica, prodotta in regime di monopolio dalla SES (Società Elettrica Sarda), sia dei trasporti, dalla scarsità delle reti ferroviaria e stradale e dalle difficoltà dei collegamenti marittimi e aerei. Su quest’ultimo fronte s’inserì l’iniziativa di due compagnie private sarde, la Sardamare e l’Airone, i cui successi iniziali tramontarono rapidamente, lasciando posto a servizi gestiti in regime di monopolio dalla LAI (la futura Alitalia) e dalla Tirrenia, senza che si registrassero dei rilevanti miglioramenti. Rispetto agli ultimi anni Trenta, nei primi anni Cinquanta sarebbero cresciuti di appena il 30 per cento gli arrivi dei viaggiatori registrati nei porti sardi (350 mila), mentre a 600 mila tonnellate avrebbero ammontato le merci ingressate[38]. Del limitato sviluppo delle infrastrutture avrebbe risentito anche il turismo che, tuttavia, conosceva una prima espansione[39].
A livello demografico, alla fine degli anni Quaranta lo spopolamento caratterizzava vaste zone dell’isola e, se i sistemi di produzione agricola erano generalmente arretrati, scarsa l’espansione produttiva e deficiente l’organizzazione della vita civile, le condizioni sociali erano anche più sconfortanti, avrebbe denunciato Renzo Laconi, costituente e deputato comunista, nel maggio 1950 [40]: basso il livello di vita della popolazione; bassi se non irrisori i salari degli operai e dei braccianti; esigui i redditi dei contadini e dei pastori; estesa l’incidenza di malattie come il tracoma, la tisi, il tifo, e persino la lebbra; diffuso l’analfabetismo (gli analfabeti nel 1951 erano due su dieci, e un sardo su cinque non aveva conseguito la licenza elementare, solo il 2,1 per cento dei giovani aveva accesso alla scuola superiore). Come segnalava una statistica dell’Alto Commissariato 60 comuni erano sprovvisti di acquedotti e 130 lo avevano incompleto, gli altri 120, compresi i capoluoghi di provincia, non potevano assicurare il rifornimento idrico nel periodo estivo; il 31 per cento delle abitazioni era sfornito dei servizi primari e le fognature erano assenti in 215 comuni, incomplete in 38; in 77 centri mancavano i cimiteri, in 48 erano insufficienti; i mattatoi erano assenti in 222 comuni e 215 di questi erano sprovvisti di mercati; la distribuzione dell’energia elettrica era assai carente, tanto che 40 comuni ne erano del tutto privi[41].
In un quadro segnato da ampie sacche di miseria e arretratezza, i cambiamenti avvenuti durante gli anni Cinquanta avrebbero riguardato principalmente i capoluoghi di provincia dove, tra il 1951 e il 1961, si registrò un incremento medio della popolazione pari a più del 30 per cento[42]. Si sarebbe radicata una forte polarizzazione tra il rapido sviluppo delle città più importanti e il declino delle zone agricole[43], un fenomeno di cui si sarebbe apprezzata la gravità osservando l’incedere di crescenti flussi migratori, indirizzati soprattutto verso le aree della penisola più industrializzate: un esodo che, più accentuato rispetto al resto del Mezzogiorno, investì e coinvolse circa un terzo della popolazione sarda[44], caratterizzandosi in principio come risposta alla crisi mineraria del Sulcis-Iglesiente, connotandosi poi come un fenomeno diffuso di spopolamento che avrebbe coinvolto braccianti, manovali, artigiani, contadini, piccoli proprietari agricoli e, tra quest’ultimi, i più giovani tra gli assegnatari dei poderi distribuiti con la legge “stralcio” di riforma agraria (L. 21 ottobre 1950, n. 841), delusi dalle scarse prospettive di sviluppo[45].
Se nell’isola a prevalere erano ancora l’agricoltura – in parte interessata dalle trasformazioni introdotte dalla legge “stralcio” – e la pastorizia; le attività industriali, escluse le miniere, e il terziario avrebbero registrato moderati segnali di crescita; l’artigianato restava più funzionale all’autoconsumo e al commercio locale che allo sviluppo occupazionale e alla crescita dei redditi; tra tutte erano le aree interne della regione ad apparire ancorate a un tenace immobilismo. In queste zone tra il 1945 e il 1954 il banditismo tornava a manifestarsi con una drammatica serie di violenze all’apice nel 1953 [46]. Dopo la cerimonia della cosiddetta “pacificazione”, celebrata a Nuoro nel gennaio di quell’anno, e il processo di Orgosolo, concluso con tredici ergastoli, nel novembre 1953 a colpire l’opinione pubblica sarebbe stata la morte dell’ingegnere Davide Capra, ucciso insieme a un bandito durante un conflitto a fuoco tra le forze dell’ordine e i sequestratori. L’episodio convinse il Parlamento a intraprendere il primo grande dibattito sul banditismo; il confronto divise quanti ridimensionavano il fenomeno ad aree circoscritte, quanti chiedevano radicali interventi repressivi e quanti, invece, come il senatore Velio Spano (PCI), sottolineata la complessità della situazione materiale da cui il banditismo prendeva impulso (economia arretrata, rapporti sociali primitivi, isolamento del pastore, contrade abbandonate e isolate, costante oppressione sociale), sollecitò l’attuazione di un programma di riforme, completate dal Piano di rinascita sociale ed economica dell’isola, previsto dall’art. 13 dello Statuto sardo[47]. Evidenziate le connessioni tra il banditismo e l’ambiente culturale, economico e sociale barbaricino, il dibattito si concluse con la concorde richiesta del Piano di rinascita. La questione riproposta alla Camera da Ignazio Pirastu (PCI), sarebbe tornata all’ordine del giorno il 20 maggio 1954. Nulla di concreto era stato fatto, si denunciò: dopo il delitto Capra, giornali e riviste avevano “scoperto” la Sardegna, Orgosolo e i banditi; il ministro Fanfani aveva inviato nell’isola una Commissione di studio, ma poi il Governo Scelba aveva operato con la sola repressione, che i diciannove omicidi compiuti da Orgosolo fino alle porte di Cagliari avevano dimostrato del tutto inefficace[48]. Intervenne anche Renzo Laconi per chiedere una riforma strutturale capace d’incidere sull’assetto agro-pastorale, sulla proprietà fondiaria e sul rinnovamento dei contratti agrari, ma soprattutto per rivendicare la realizzazione del Piano di rinascita, richiesta di riscatto politico dell’isola, prima che provvedimento di carattere economico-finanziario, con la quale si sarebbe pienamente attuata la conquistata autonomia, rispetto al quadro di sostanziale arretratezza e precarietà che ancora pesava sulla società e l’economia sarda[49].
Dopo le elezioni del maggio 1949, DC e PSd’A costituirono la prima Giunta sarda, un esecutivo maggiormente spostato a sinistra rispetto al Governo nazionale, per la presenza dei sardisti Giangiorgio Casu, Piero Soggiu, Alberto Mario Stangoni, assessori rispettivamente all’Agricoltura, all’Industria e Commercio, ai Trasporti e Comunicazioni. Nelle dichiarazioni programmatiche pronunciate all’avvio dei lavori consiliari, per Anselmo Contu (PSd’A) l’attività legislativa si sarebbe indirizzata verso precisi ambiti sociali ed economici: modernizzazione delle zone interne, riforma agraria, lotta ai monopoli, accesso al credito, sviluppo degli investimenti e dell’occupazione, equa fiscalità, realizzazione del Piano di Rinascita. L’azione della Giunta che per il presidente Luigi Crespellani (DC) si sarebbe indirizzata a modernizzare l’agricoltura, incrementare i lavori pubblici, sviluppare le relazioni commerciali, migliorare le condizioni igienico-sanitarie, sostenere l’edilizia scolastica, potenziare l’assistenza, la previdenza, l’istruzione e la formazione professionale e favorire l’accesso al credito, intendeva tuttavia qualificarsi come «attività di amministrazione», incanalarsi nell’alveo della collaborazione con lo Stato e declinarsi secondo il modello della burocrazia statale, riproposto dalla struttura della Giunta in otto assessorati[50].
Sin dalle prime battute, si palesava l’indirizzo di un governo regionale per il quale l’autonomia sarebbe stata uno strumento per attuare una forma di decentramento amministrativo, piuttosto che una conquista dal forte impatto innovativo, capace di assicurare alla Sardegna la rinascita e il superamento del gap sociale ed economico che distanziava l’isola dal resto del paese.
Nel dibattito seguito alle dichiarazioni dei due leader, monarchici e missini si ponevano in posizione d’attesa[51], mentre le opposizioni di sinistra negavano la fiducia a forze politiche ritenute responsabili di avere impedito la nascita di una larga coalizione governativa. Nelle repliche Crespellani avrebbe evidenziato i caratteri tutt’altro che autonomisti del neo governo sardo e la posizione subalterna che esso avrebbe assunto rispetto all’esecutivo nazionale. Quanto alla mancata costituzione dell’ampia Giunta auspicata dalle sinistre, il neo presidente avrebbe ribadito che a dividere le forze era stata la diversa concezione dell’istituto autonomistico: se per le sinistre la Regione doveva contrapporsi allo Stato – era un «antistato» –, per la maggioranza era «un organo dello Stato al quale questo ha ceduto parte delle sue attribuzioni, […] un organo che doveva sorreggere e potenziare l’azione dello Stato»[52].
La Giunta Crespellani ottenne la fiducia il 25 giugno 1949, sostenuta dal voto di 29 consiglieri, mentre i contrari furono 18 (comunisti, socialisti e sardisti socialisti), e 9 le schede bianche (missini, monarchici)[53].
L’attività consiliare si dipanò tra i provvedimenti concernenti l’organizzazione interna e quelli disposti per fronteggiare i problemi dell’isola, gli uni e gli altri orchestrati dal continuo confronto con la politica e l’amministrazione statale. A emergere sin dalle prime battute fu una complessiva adesione della Regione alla struttura burocratica dello Stato, a partire dall’inserimento di dipendenti pubblici negli uffici e negli organismi istituzionali, assunto come modello una struttura organizzativa aderente «piuttosto meccanicamente» a quella statale gerarchica e centralizzata[54].
Durante i dibattiti su questi temi le forze politiche espressero difformità di vedute. Il confronto riguardò le disposizioni che prevedevano l’assunzione di personale proveniente dai ruoli dell’amministrazione pubblica, la formazione degli uffici «sul modello di quelli dei ministeri o di altri uffici statali» e la riproposizione di «forme burocratiche come quelle dell’amministrazione statale». Rispetto alla cosiddetta “ministerializzazione” dell’apparato regionale, le opposizioni non arrivarono a formulare proposte alternative veramente capaci di distanziare nel modus operandi il neo istituto autonomistico dallo Stato[55]. Come a livello nazionale, la sottovalutazione del problema contribuì a creare quella sostanziale continuità con l’operatività e la condotta amministrativa del passato regime che certo venne favorita dal fallimento dell’epurazione e dal mancato rinnovamento dell’amministrazione statale[56].
La priorità attribuita all’esigenza di disporre di una struttura operativa fece sì che, entro i primi sei mesi di attività, su dieci leggi approvate dal Consiglio, solo tre riguardassero le gravi questioni sociali ed economiche che travagliavano l’isola: L. R. n. 1 del 27 giugno 1949 per la Costituzione di un fondo permanente regionale per la lotta contro le malattie sociali; L. R. n. 3 del 5 ottobre 1949 per la Proroga di concessione di terre incolte; L. R. n. 4 dell’11 novembre 1949 per la Costituzione di un fondo per le cooperative.
Per quanto fosse riconosciuta la preminenza del settore primario e nonostante l’assessore Casu puntasse alla sua trasformazione[57], le proposte e i disegni di legge concernenti l’agricoltura spesso non ottennero l’approvazione del Consiglio e, quando questa arrivò, il più delle volte i provvedimenti incapparono poi nei rilievi provenienti da Roma. A questi risultati concorsero non solo il centralismo governativo, ma anche l’orientamento di una parte della maggioranza che, accanto alle forze della destra, si oppose alle istanze di riscatto sociale rivendicate nell’isola dalle rappresentanze che avevano recepito le istanze di quanti, tra il 1944 e il 1948, coagulati in un movimento organizzato di braccianti, piccoli contadini, disoccupati e minatori avevano chiesto migliori condizioni di vita e di lavoro[58].
Nei primi mesi di attività consiliare furono quattro i progetti di legge presentati dalle sinistre, due dei quali furono respinti[59]; tra questi le Disposizioni in materia di affitto dei fondi rustici per il pascolo, che, proposte nell’agosto 1949 per venire incontro ai pastori in agitazione per avere subito i contraccolpi di un’annata negativa, andavano a intaccare gli interessi della rendita fondiaria, con il riconoscimento del diritto dei primi alla revisione dei contratti e alla riduzione degli stessi. Fu invece sospeso, in quanto un analogo provvedimento era discusso in Parlamento, l’esame delle Norme per la ripartizione dei prodotti nei contratti di colonia parziaria, mezzadria impropria e compartecipazione, con le quali si doveva realizzare una più equa ripartizione del reddito e una valorizzazione dell’elemento lavoro, garantendo ad esso una migliore retribuzione[60]. L’11 novembre 1949 fu invece approvata la L. R. n. 4 Costituzione di un fondo per le cooperative, che inizialmente era destinata allo sviluppo delle sole cooperative agricole, ma in ultimo riguardò tutto il movimento associativo[61].
Le questioni agrarie assorbirono le attenzioni anche delle opposizioni di destra, ma le proposte che formularono non furono approvate per la sopravvenuta chiusura della legislatura: la prima del 10 agosto 1949 di Felice Medda (PLI) intendeva arginare il fenomeno della polverizzazione della proprietà; la seconda del 2 novembre 1949 formulata da Antonio Luigi Senes (missino) si proponeva di sostenere gli interessi della proprietà fondiaria con la costituzione dell’Ente autonomo per la riorganizzazione e la trasformazione fondiaria della Sardegna[62].
Anche all’interno della maggioranza fu difficile raggiungere un accordo sulla questione degli affitti dei fondi rustici destinati al pascolo, terreno sul quale si contrapponevano gli opposti interessi della proprietà fondiaria e dei pastori. La bocciatura colpì i Provvedimenti in materia di affitto di fondi rustici in Sardegna, formulati il 28 agosto 1949 da Giuseppe Masia (DC)[63]. Guardata con favore dal PCI e dal PSd’AS, ma osteggiata da parte della maggioranza e dalle destre, la proposta intendeva tutelare i pastori stabilendo un freno al dilagare delle speculazioni dei proprietari terrieri[64]. L’insuccesso riguardò anche il disegno di legge Riduzione del canone di affitto dei pascoli presentato dall’assessore Casu allo scopo di tamponare le difficoltà dei pastori, riducendo i canoni di affitto-pascoli stabiliti in latte per l’annata agraria 1948-49. Il provvedimento incontrò l’interesse delle sinistre, ma la Commissione competente, a maggioranza, propose al Consiglio di non approvarla. Uno smacco per Casu e i sardisti che da sempre sostenevano le istanze del mondo pastorale[65].
L’1 e il 2 dicembre 1949 la maggioranza fu latrice di altre due proposte sulla medesima materia. La prima di Giuseppe Puligheddu (PSd’A), Disposizioni in materia di fitto di fondi rustici per il pascolo, fu approvata dall’assemblea e trasformata in legge il 24 febbraio 1950, ma in marzo venne rinviata dal Governo. L’assemblea riapprovò il provvedimento nel novembre 1950, affermando la potestà normativa sui patti agrari, mentre il Governo avrebbe ricorso alla Corte costituzionale (attiva dal 1956), chiedendo la dichiarazione di illegittimità della legge[66].
Il 2 dicembre Gervasio Costa (DC) presentò una soluzione con la proposta di legge sulla Perequazione dei fitti e riduzione motivata da perdite fortuite. In Commissione si limitò la riduzione alla sola annata agraria 1948-49 e la seconda parte del progetto, quella riguardante le perdite fortuite, venne fusa con la proposta di Puligheddu. Il provvedimento intitolato ora Riduzione dei canoni di affitto per l’annata agraria 1948-1949, criticato dalle sinistre, fu approvato dal Consiglio il 6 marzo 1950; rinviato dal Governo fu riapprovato integralmente, ma venne impugnato dall’esecutivo nel dicembre 1950 con un ricorso alla Corte costituzionale, respinto, però, nel 1956 [67].
L’accordo tra la parte più progressista della maggioranza e le sinistre consentì invece di approvare i progetti di legge sulla proroga della concessione delle terre incolte e sul sostegno alle cooperative con le LL. RR. nn. 3 e 4 che Casu riteneva centrali per la modernizzazione agricola[68]. La prima interveniva per sciogliere uno dei nodi più complessi emersi nel dopoguerra: per la spinta rivendicativa espressa dalle popolazioni contadine per l’applicazione dei decreti varati da Fausto Gullo, ministro dell'Agricoltura e Foreste nel secondo ministero Badoglio (22 aprile 1944)[69], riformulati da Segni, ministro dell’Agricoltura (1946-1951)[70], e per la resistenza esercitata dalla proprietà fondiaria[71].
Nell’estate 1949 fu la situazione del Sassarese a presentare elementi di particolare criticità, per le difficoltà incontrate dalle cooperative agricole nell’ottenere il riconoscimento come soggetti economici, la concessione degli incolti – su 20.000 ettari richiesti ne erano stati concessi solo 500 – e la proroga dei 5.000 ettari ottenuti dopo il 1° aprile 1947 che, in base alla L. 353 del giugno 1949, non potevano essere riassegnati, consentendo la coltivazione di solo 8.000 ettari già sfruttati da tempo[72]. Sul finire del mese di settembre per mediare tra le parti fu indetta una riunione presso la Prefettura sassarese che coinvolse i delegati degli agricoltori e della Federterra, l’assessore Casu e i consiglieri regionali Nino Costa (DC), Giuseppe Sotgiu (PCI) e Sergio Morgana (PSI). Fu proprio Casu a informare il 1° ottobre il Consiglio sugli accordi maturati per fronteggiare l’agitazione dei lavoratori agricoli che minacciava di risolversi nell’ennesima occupazione[73]. La questione fu discussa sotto la pressione dei gravi avvenimenti che si svolsero tra il 2 e l’8 ottobre nelle campagne di Ozieri, Chilivani, Bonorva, Perfugas, Berchidda, Padria, Mara, Nulvi, Pozzomaggiore e Ittiri, quando, alla decisione di 15 mila contadini di occupare le terre, intervenne la forza pubblica con 56 arresti e 36 denunce a piede libero che aprirono la strada a processi e condanne per direttissima e al divieto di tenere pubblici comizi[74].
Emerse le perplessità, se non la sostanziale contrarietà di una parte della maggioranza a emanare un provvedimento che si prospettava come un’interpretazione della legge nazionale, il dibattito si concluse il 2 ottobre con la presentazione della proposta di legge per la proroga della concessione di terre incolte a firma di Elio Azzena e Giuseppe Masia, esponenti dell’area sassarese della DC, che nel secondo consigliere aveva una delle personalità più sensibili alle problematiche sociali[75]. Il 5 ottobre questa proposta divenne la L. R. n. 3, ma il dibattito registrò il ripiegamento della maggioranza rispetto alle posizioni di Casu di aperto favore alla concessione delle terre[76]. Il Governo rimandò la legge al Consiglio per un riesame, giacché era in corso di elaborazione un disegno di legge per disciplinare la materia a livello nazionale. L’assemblea, considerato che il rinvio non si inquadrava nei casi contemplati dall’art. 33 dello Statuto, riapprovava la legge, mentre l’esecutivo si riservava di impugnare la stessa presso la Corte costituzionale.
I complessi rapporti tra il Consiglio, il governo di Roma e la burocrazia statale incisero a lungo sull’andamento dell’attività legislativa sarda; in più di una occasione i provvedimenti approvati furono rinviati alla Regione che li riapprovò nella maggioranza dei casi, ritenute le motivazioni addotte espressione di indebite ingerenze rispetto alle disposizioni statutarie e alla volontà politica dell’assemblea.
Le contestazioni erano emerse già all’inizio della legislatura in seguito all’approvazione della L. R. n. 1 del 27 giugno 1949 che, costituito un fondo per la lotta alle malattie sociali (soprattutto tubercolosi) pressoché endemiche nell’isola, fu rinviata nell’agosto 1949 al pari della legge n. 2 sulle indennità di trasferta per gli amministratori della Regione, perché non era stato ancora approvato il bilancio e quindi incerta la copertura della spesa. Le due leggi furono riapprovate dal Consiglio alla fine di quel mese.
Evidente la natura politica del contrasto, l’assemblea ritenne l’azione governativa lesiva dell’autonomia regionale, giacché, in base allo Statuto, le leggi regionali potevano essere sospese o respinte quando si fosse incorsi nell’eccesso di competenze o si fosse operato in palese contrasto con gli interessi nazionali, mentre le due leggi, si sottolineava, erano state varate nel rispetto delle prerogative dell’istituto[77].
Si era aperta così la prima falla nei rapporti fra Governo e Regione, rapporti che il presidente Crespellani riteneva si inquadrassero in «qualche cosa di armonico, tendente al fine comune del bene inseparabile del Paese tutto, nella sua inattaccabile unità, e della nostra Regione»[78].
L’assenza del bilancio regionale rendeva arduo tradurre in atti concreti l’autonomia conquistata, e le conseguenze politiche suscitate dalla mancata approvazione rendevano palese la subordinazione della Giunta all’indirizzo di Roma, giustificato dalle disposizioni contenute nelle norme di attuazione dello Statuto, ed evidenziava in sostanza la volontà del Governo di svuotare l’autonomia sancita dallo Statuto stesso e dalla Costituzione. Una rapida elaborazione del bilancio e una sollecita azione della Giunta per impugnare gli artt. 53 e 61 delle norme di attuazione, che avevano l’effetto di «sabotare l'autonomia sarda», furono richieste dalle sinistre con una mozione presentata il 2 settembre 1949 [79]. La maggioranza difese il proprio operato evidenziando le difficoltà di agire in presenza di norme di attuazione contro le quali la Giunta, secondo l’assessore alle Finanze Efisio Corrias (DC), non aveva «mai assunto l'impegno» di intraprendere un’impugnativa[80]. La maggioranza non accettava «l'impostazione politica» data dalle sinistre alla discussione sui contrasti con Roma, le cui ragioni andavano piuttosto ricondotte – sosteneva l’assessore – a «problemi di carattere tecnico, finanziario e giuridico relativi ai rapporti tra Stato e Regione, così come previsti dallo Statuto e dalle norme di attuazione». La Regione fino al 31 dicembre 1949 non poteva esplicare le funzioni amministrative demandate all’Alto Commissario e al Rappresentante del Governo e le entrate spettanti ad essa per Statuto sarebbero state devolute soltanto a partire dal gennaio 1950. Precisato che le trattative languivano, Corrias ammetteva lo stallo; l’attività della Regione, riconosceva, era limitata «all’organizzazione di un apparato burocratico sufficiente alle prime necessità della vita regionale»[81]. La maggioranza non approvò la mozione, ma l’ordine del giorno che, con l’appoggio delle destre, impegnava la Giunta a presentare entro dicembre il bilancio di previsione per il 1950.
La discussione sul documento contabile, le cui previsioni di entrata e di spesa ammontavano a 6 miliardi e 833 milioni, si svolse tra il 27 e il 30 dicembre. L’opposizione con Sebastiano Dessanay (PCI), dissentiva soprattutto in quanto riteneva che si trattasse del bilancio di una Regione alla quale sarebbe stata concessa solo una autonomia amministrativa. Proponeva l’inserimento di maggiori entrate, capitoli di spesa articolati, per rendere più chiari gli impegni, e maggiori fondi per la modernizzazione dell’agricoltura. Gli esponenti della maggioranza insistevano invece sulla coerenza del piano rispetto alle dichiarazioni programmatiche della Giunta[82], e il presidente Crespellani ribadiva la distanza esistente con le sinistre in ordine al concetto di autonomia: poiché per la maggioranza essa era strumentale al «potenziamento dell’ordinamento statale» anche il bilancio avrebbe preso forma in linea con le indicazioni del Governo e in stretto rapporto con esso[83].
Il bilancio fu approvato il 30 dicembre 1949 (L. R. n. 10), ma il Governo lo rinviava in quanto veniva indicata come quota di partecipazione della Regione sull’IGE una cifra pari al 90 per cento della stessa quota, che non era stata concordata prima con il ministero delle Finanze, come stabilivano le Norme di attuazione. Le obbiezioni provenivano dalla burocrazia governativa che entrava nel merito della spesa della Regione, in quanto la quota dell’IGE poteva essere riscossa dalla stessa solo per adempiere alle funzioni “normali”, non a quelle “straordinarie” (art. 8 dello Statuto) e come tali si ritenevano quelle destinate a materie come lavoro, scuola e sanità. Addebitate le responsabilità politiche della situazione alla Giunta, le sinistre chiedevano un’azione più decisa in difesa dell’autonomia e delle esigenze dello sviluppo dell’isola, anche avviando la progettazione dei piani straordinari previsti dall’art. 8 dello Statuto. La Giunta e la maggioranza, respingendo gli addebiti in merito alla subalternità rispetto al Governo, evidenziarono le ragioni della quota iscritta in bilancio, ma, al tempo stesso, ritenevano necessario mediare con il Governo e ridurre al 70 per cento la stessa quota[84]. Per ottenere la revoca del rinvio, la Giunta dovette infine piegarsi alle indicazioni dell’esecutivo e quindi assicurare che quella cifra sarebbe stata considerata come indicativa e che ad essa non si sarebbe attenuta per esigerne la completa riscossione.
Nel delineare i difficili rapporti tra la Regione e lo Stato e la sostanziale subalternità della Giunta rispetto a Roma, fu altrettanto significativa la vicenda relativa alla nomina del componente che avrebbe rappresentato la Sardegna nel consiglio di amministrazione della CASMEZ, l’ente di diritto pubblico istituto con la L. n. 646 del 10 agosto 1950 per predisporre programmi, finanziamenti ed eseguire opere straordinarie dirette al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale[85]. Nelle fasi che precedettero la nascita dell’ente, la Giunta aveva chiesto che alla Regione spettasse il controllo, la supervisione e la direzione delle opere realizzate dalla Cassa nell’isola, e perché fosse assicurata al presidente della Giunta la partecipazione alle discussioni durante le riunioni del Governo dedicate ai programmi d’intervento concernenti la Sardegna, e perché la realizzazione degli interventi della Cassa non pregiudicasse quanto stabilito dagli artt. 8 e 13 dello Statuto sardo.
Il contrasto s’inasprì quando, in rappresentanza della Regione, venne inserito nel consiglio di amministrazione della CASMEZ Antonio Monni, esponente della DC nuorese, senza che gli organi regionali fossero stati coinvolti, mentre, come stabilito dall’art. 47 dello Statuto era prevista la presenza del presidente della Giunta alle sedute del Consiglio dei ministri concernenti l’isola. Lo scontro si sviluppò con la prospettiva di una crisi della Giunta democristiano-sardista. All’interno di quest’ultima gli esponenti del PSd’A reagirono alla notizia della nomina di Monni prospettando le dimissioni, se non fosse intervenuta la revoca dell’atto. In Consiglio Crespellani, illustrati i termini della vicenda, chiese ai sardisti che soprassedessero al loro proposito e al Consiglio perché si rinviasse la normale attività in attesa di risolvere la crisi[86].
La questione fu meglio chiarita dal presidente della Giunta nella risposta alle interpellanze presentate da Asquer (PSI) e Borghero (PCI): c’erano stati degli abboccamenti tra la Giunta e il ministro dell’Industria e Commercio Pietro Campilli[87], ma per la nomina del rappresentante sardo i politici regionali non erano stati convocati. Monni nel frattempo aveva precisato che si sarebbe attenuto alle decisioni della Giunta. La discussione portò alla presentazione di due ordini del giorno: nel primo le sinistre criticarono l’azione antiautonomistica del Governo, ma sostenevano altresì che la Giunta, anche in questa occasione, si fosse dimostrata incapace di «tutelare i diritti ed il prestigio dell’Istituto autonomistico contro i soprusi del Governo»; nel secondo il consigliere Antonio Luigi Senes (MSI) si limitava a disapprovare le dichiarazioni di Crespellani[88]. Il dibattito, trattati gli aspetti politici e giuridici sottesi alla questione, fu completato da un nuovo intervento di Crespellani e dalla lettura del comunicato di vivace protesta inviato a Roma, nel quale si minacciava il ricorso alla Corte costituzionale contro le decisioni del Governo. La minaccia per le sinistre appariva totalmente priva di incisività, giacché la Corte non aveva avviato la propria attività, mentre la maggioranza la riteneva funzionale a risolvere la questione. Una volta raggiunta la distensione con l’esecutivo, la Giunta considerò il risultato frutto della propria capacità di mediazione, avvalorata dalla favorevole distribuzione di fondi ottenuti dalla Cassa. Quanto alla designazione di Monni, che aveva evidenziato «di voler condurre la sua attività nel Consiglio di amministrazione […] in perfetta intesa con l'Amministrazione regionale», la Giunta aveva deliberato «di pregarlo di mantenere l’incarico». Il voto favorevole dell’aula andò in ultimo all’ordine del giorno firmato dagli esponenti della maggioranza che approvava le dichiarazioni di Crespellani[89].
La vicenda risolta dagli accordi personali curati a livello nazionale dal presidente della Giunta, piuttosto che dal minacciato ricorso alla Corte costituzionale, mostrava con evidenza quanto l’orientamento centralistico del Governo condizionasse continuamente e profondamente l’attività della Regione, e d’altra parte manifestava, in modo altrettanto netto, la subalternità della maggioranza rispetto alle indicazioni e alle decisioni provenienti da Roma. La questione Monni, in merito alla quale il presidente Crespellani dovette intervenire personalmente per cancellare l’affronto ricevuto, non sarebbe stata l’ultima a caratterizzare i difficili rapporti con un Governo; in seguito sarebbero state infatti numerose le circostanze per le quali la Regione sarebbe stata chiamata a salvaguardare l’operatività politica dell’istituto e l’esercizio dell’autonomia sancita dallo Statuto.
Il profondo disagio sociale e le aggravate condizioni economiche alla base delle proteste avvenute in Sardegna sin dalla fine del conflitto, si erano coagulati in un movimento popolare di braccianti e contadini, disoccupati e minatori che, guidati dalle organizzazioni sindacali e politiche, occupavano le terre, organizzavano “scioperi a rovescio”, manifestavano per l’applicazione dell’imponibile di manodopera, per l’apertura di cantieri di lavoro, per l’abbandono di processi produttivi caratterizzati dal forte sfruttamento e per la sospensione dei licenziamenti attuati nelle miniere.
Il dilagare delle proteste costrinse anche le frange più conservatrici della classe dirigente nazionale a prendere in esame il problema degli squilibri economici e sociali presenti nel paese. Furono i grandi partiti popolari come la DC e il PCI a confrontarsi più animatamente sulle questioni relative alle campagne, per il “peso” dell’economia agraria e del lavoro agricolo nell’economia e nella realtà sociale nazionale. Il partito dei cattolici, preoccupato per la ripresa produttiva del Mezzogiorno, a cui attribuiva una vocazione agraria, era passato da una «linea ruralista economicamente arretrata ed ideologicamente conservatrice ad una ipotesi di sviluppo economico avanzata»[90]. La parola d’ordine «avanti ai piccoli proprietari» orientò una parte della DC di cui si fece portavoce il ministro dell’Agricoltura Antonio Segni che, allo scopo di porre fine al latifondo assenteista e redistribuire le terre alla piccola proprietà contadina, avrebbe promosso la legge Sila per la riforma fondiaria in Calabria (L. 21 maggio 1950, n. 230) e la legge “stralcio” per la riforma fondiaria nell’Italia centro-meridionale (L. 21 ottobre 1950, n. 841) che avrebbe comportato l’istituzione di specifici enti pubblici, dipendenti dal ministero dell’Agricoltura, incaricati di dare adempimento alla riforma nei relativi comprensori: in Sardegna con il DPR n. 265 del 27 aprile 1951 venne istituito l’ETFAS (Ente per la Trasformazione Fondiaria e Agraria della Sardegna)[91].
Nel dibattito interno al PCI il problema agrario non assunse inizialmente un peso rilevante[92]; il varo dei decreti Gullo e le sollevazioni contadine per la loro applicazione spinsero i comunisti verso iniziative di lotta, nell’ambito di un più largo processo di crescita politica e sociale[93], ma si dovette attendere il V Congresso nazionale (Roma, dicembre 1945 - gennaio 1946) perché nel partito si affermasse la necessità di costituire un nuovo blocco storico tra masse contadine e proletariato industriale[94]. Contestualmente la CGIL in occasione del II Congresso nazionale (ottobre 1949) definiva il Piano del lavoro per la ricostruzione e lo sviluppo dell’occupazione, presto rivendicato dalle organizzazioni operaie e contadine in risposta all’assenza di interventi governativi risolutivi rispetto al persistere delle gravi condizioni di vita e di lavoro[95]. La recrudescenza delle lotte contadine, ma anche la pressione delle autorità americane, preoccupate per l’aggravarsi della tensione sociale, convinsero la DC ad accelerare l’approvazione delle leggi per la riforma agraria, con la legge Sila e legge “stralcio”, e per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno con la nascita della CASMEZ (L. n. 646 del 10 agosto 1950)[96].
Sollecitato dalle istanze sollevate dalle proteste popolari, nel 1950, per iniziativa delle Camere del lavoro dell’isola, si apriva un articolato confronto pubblico sulla situazione sociale sarda e sull’indirizzo economico assunto dalle autorità statali e regionali, che si proponeva di arrivare a definire le linee generali del Piano di rinascita, previsto dall’art. 13 dello Statuto con il contributo attivo delle forze democratiche.
A sostegno dell’iniziativa, si animarono nuove proteste contro le quali gli atti repressivi della forza pubblica portarono, a Bosa, all’arresto del consigliere regionale Luigi Ledda (PCI), e in seguito all’occupazione delle terre oristanesi di Sa Zeppara, al fermo di centinaia di manifestanti, compresi i consiglieri regionali Alfredo Torrente e Sebastiano Dessanay (PCI), insieme a Anton Francesco Branca della Camera del lavoro di Cagliari[97].
Le denunce della piazza risuonarono nell’aula del Consiglio regionale. Il 7 marzo 1950 venne presentata, ma non approvata, la mozione urgente sull’arresto di Luigi Ledda, con la quale alla denuncia dell’azione attuata dal prefetto di Nuoro contro il consigliere comunista, seguiva la richiesta che il Consiglio si adoperasse in difesa della dignità dei propri componenti[98]. La mozione non fu approvata, ma rese palesi le difficoltà della maggioranza che rifiutava l’esistenza di un “caso sardo” evidenziato dalle proteste, giacché analoghe manifestazioni erano scoppiate anche nella penisola, tutte, sosteneva, strumentalmente orchestrate dal PCI[99].
L’iniziativa avviata a gennaio dalle Camere del lavoro si concluse a Cagliari, il 7 e l’8 maggio 1950, con il Congresso del popolo sardo che intese affrontare i nodi della questione sarda e progettare il riscatto dell’isola nell’alveo dell’autonomia democraticamente conquistata[100]. La manifestazione presieduta da Emilio Lussu (PSd’AS), promossa da comunisti e socialisti, ma aperta a tutte le forze politiche, portò alla ribalta criticità e proposte in un progetto di Piano di rinascita che, stilato e presentato da Renzo Laconi (PCI), rappresentò una risposta concreta alle istanze espresse dalla mobilitazione popolare: solo attraverso un programma di intervento generale ed unitario dello Stato e della Regione sarebbe stato possibile risolvere i problemi nodali dell’isola, tanto quelli che travagliavano il mondo delle campagne, quanto quelli relativi al mercato del lavoro, all’economia industriale, ai trasporti, alla sanità, all’assistenza, all’istruzione e alla cultura, tutti indifferibili nella lotta contro la miseria e la precarietà[101]. Il Piano avrebbe dovuto intervenire per liquidare il latifondo, immettere nelle terre espropriate le cooperative contadine, consorziare i piccoli e medi proprietari, trasformare la pastorizia brada in allevamento zootecnico razionale, eliminare i monopoli chimico ed elettrico (esercitati dalla Montecatini e dalla SES) ritenuti responsabili del mancato sviluppo industriale, e risolvere la crisi delle miniere, soprattutto della SMCS di Carbonia, dando attuazione al Piano Levi. Presentato nel gennaio 1948 dall’ingegnere Giacomo Mario Levi, presidente dell’ACaI[102], il Piano avrebbe incrementato la produzione, reso disponibili risorse energetiche libere dal monopolio privato, ma anche favorito le attività agricole alle quali, piuttosto che alla produzione di energia elettrica, si sarebbero destinate le acque dei bacini artificiali e la produzione di azotati, ottenuti dalle lavorazioni degli scarti della miniera[103]. Si era fatta strada la convinzione che l’industria del carbone avrebbe dovuto essere parte di un progetto di più vaste proporzioni, funzionale allo sviluppo economico e sociale della Sardegna, in grado di liberare l’isola dai condizionamenti della grande industria privata, elettrica e chimica, salvaguardando, nel contempo, l’esistenza delle comunità minerarie.
Se salvare Carbonia significava attribuire una rilevanza nazionale ai problemi dell’industria carbonifera e riconoscere che per risolverli occorreva inquadrarli nel più vasto contesto delle rivendicazioni per la realizzazione del Piano di rinascita, concluso il Congresso nel luglio 1950 Laconi avrebbe presentato alla Camera una mozione per ottenere una presa di posizione del Parlamento sull’attuazione dell’art. 13 dello Statuto che, invece, restò del tutto inascoltata[104].
Il Congresso del popolo sardo era stato disertato dalla DC sarda che ne aveva criticato l’indirizzo antigovernativo e la scarsa visione politica, orientata a trattare «problemi già noti che sono stati studiati e impostati […] dagli organi di governo centrali e regionali e dai gruppi parlamentari democristiani»[105]. Proprio questo comunicato evidenziava, invece, la pressione politica esercitata sulla DC dall’iniziativa popolare conclusasi nella grande adunanza di maggio, e per quanto il partito dei cattolici sentisse la necessità di segnalare come definiti gli studi e le proposte sui temi dibattuti nel Congresso cagliaritano, in realtà, ad esempio nello strategico settore agrario, a livello nazionale le riforme proposte da Segni dovevano scontare l’opposizione interna delle frange più conservatrici del partito[106].
Anche in seno alla maggioranza regionale maturavano forti tensioni e difficoltà nel processo che le forze maggiormente riformiste cercavano di sostenere a vantaggio della modernizzazione delle campagne. La conflittualità interna si rivelò in seguito alla presentazione di tre disegni di legge con i quali l’assessore Casu intendeva soddisfare le richieste dei lavoratori, la crescita della produzione agraria e la riorganizzazione del settore agricolo. La mancata approvazione del Consiglio e/o il mancato riesame degli stessi, per evitare una netta contrapposizione con il Governo che li aveva rinviati, finì per provocare una spaccatura interna alla maggioranza e finanche la sconfessione dell’esponente sardista.
Il primo disegno di legge, approvato il 6 luglio 1950, Disciplina della concessione delle terre incolte nella regione sarda, poiché modificava la normativa nazionale sulla materia venne rimandato dal Governo all’assemblea sarda, che finì per non riesaminarlo. Il secondo, Imponibile delle colture foraggere, determinò la sconfessione dell’assessore Casu da parte del suo partito. Allo scopo di incrementare la produzione dei foraggi, con il provvedimento si intendeva obbligare ogni impresa pastorale a coltivare in tal senso una parte della superficie destinata a pascolo. Il 27 luglio 1950 il Consiglio, a scrutinio segreto, respinse il provvedimento in quanto conteneva disposizioni che finivano per vincolare e urtare la proprietà fondiaria. Il 28 giugno 1950 i Provvedimenti per combattere la disoccupazione in agricoltura e per favorire l’incremento della produzione agricola, che intendevano declinare un’analoga legge nazionale secondo le esigenze dell’isola, furono invece approvati dal Consiglio con il sostegno anche delle sinistre, favorevoli ad avvantaggiare le cooperative con i contributi previsti. Il Governo rinviò anche questo provvedimento al Consiglio con alcuni rilievi che, accolti, questa volta portarono alla sua riapprovazione con la L. R. n. 44 del 9 agosto 1950.
Sempre su proposta dell’assessore Casu, il 26 ottobre fu varata la L. R. n. 46 per la concessione di Contributi per opere di miglioramento fondiario[107]. Nella prospettiva di intervenire a vantaggio della trasformazione fondiaria, il provvedimento si rifaceva alla normativa statale di serpieriana memoria concernente i comprensori di bonifica (R. D. L. n. 215 del 13 febbraio 1933). La norma avrebbe costretto i proprietari ad attuare delle migliorie e l’amministrazione regionale a espropriare i terreni dei proprietari inadempienti. Per superare l’opposizione interna e ottenere l’approvazione del provvedimento Casu dovette apportare alcuni significativi cambiamenti al testo originale. L’abbandono di un approccio maggiormente autonomistico da parte dell’assessore suscitò le critiche delle sinistre che, di conseguenza, non sostennero la proposta[108].
Nella linea politica sardista emergeva un certo cedimento rispetto alle posizioni più autonomiste, così come erano altrettanto evidenti le difficoltà di attuazione incontrate dalle leggi già approvate per la riforma delle attività agricole. Era quanto si segnalava durante il dibattito sulle Provvidenze a favore delle cooperative ed altre associazioni di produttori agricoli, una norma, presentata da Casu, con la quale si accordavano dei contributi per la diffusione di moderni stabilimenti vitivinicoli e caseari e si incentivava la costituzione e l’attività di cooperative di pastori[109].
Neppure un mese prima, il 21 ottobre 1950, era stata approvata la legge “stralcio” di riforma agraria che secondo una parte significativa della maggioranza avrebbe risolto i problemi dell’agricoltura sarda, nonostante i dubbi espressi da diversi punti di vista, a livello politico e tecnico, per il sussistere nell’isola di forme di polverizzazione e frammentazione della proprietà, e per l’utilizzo del criterio del reddito imponibile per individuare le terre da espropriare e assegnare a contadini e braccianti[110].
A partire dal 7 febbraio 1951 il Consiglio dovette esprimersi in merito alle zone di applicabilità della legge “stralcio”, dopo che la Commissione agricoltura aveva ritenuto che fosse applicabile in tutta l’isola[111]. In assemblea, mentre Armando Zucca (PSI) rappresentò il parere favorevole del PSI sulla legge[112], Sebastiano Dessanay (PCI) insisteva sulla necessità che il Consiglio, riaffermata la competenza primaria della Regione nell’ambito dell’agricoltura, predisponesse al più presto una riforma agraria regionale[113]. Il presidente Crespellani concordava sulla competenza primaria della Regione, ai sensi dell’art. 3 dello Statuto, e riteneva che il parere favorevole sull’applicazione della “stralcio” non avrebbe pesato sui provvedimenti che il Consiglio avrebbe adottato in futuro sulla stessa materia[114]. L’intervento di Luigi Serra (DC), focalizzato sull’interpretazione dell’art. 3 e sulla competenza primaria della Regione, fu rivelatrice dell’orientamento di una parte della DC e pose una seria ipoteca sulla possibilità che il Consiglio varasse una riforma agraria regionale: «la Regione – sostenne – non può non attenersi alle norme fondamentali che lo Stato emana su tale materia. Pertanto, una competenza primaria assoluta, esclusiva, non sussiste in materia di riforme, ma soltanto in materia tecnico-economica»[115]. La seduta si concludeva con l’approvazione del testo della Commissione, senza dare spazio a ulteriori precisazioni sulla competenza primaria della Regione.
Dinanzi agli evidenti contrasti presenti nella maggioranza in merito ai provvedimenti che intendessero incidere sulla trasformazione del settore agrario, e tanto più sulla possibilità di varare una riforma agraria regionale, i partiti socialista e comunista, il 22 giugno 1951, con Giovanni Lay (PCI), Giuseppe Asquer (PSI), Sebastiano Dessanay (PCI), Armando Zucca (PSI) e Alfredo Torrente (PCI) presentavano una proposta di legge sulla riforma fondiaria, un provvedimento alternativo a quello di Segni che riprendeva i nodi affrontati dal Congresso del popolo sardo, ma che, trascorso un anno, non poteva contare sulla spinta rivendicativa espressa allora dalla mobilitazione popolare. Si puntava a limitare la proprietà terriera a un massimo di 200 ettari, un limite che, per singole zone, a seconda delle loro capacità produttive, avrebbe potuto essere ridotto fino a 50 ettari; le terre eccedenti sarebbero state affidate in enfiteusi a contadini e pastori senza terra o con poca terra, singoli o associati; si sarebbe istituito un ente regionale che avrebbe provveduto all’attuazione della riforma, all’assistenza nella progettazione ed esecuzione della trasformazione fondiaria e agraria e nell’esercizio dell’agricoltura, a promuovere la nascita di consorzi di bonifica e di irrigazione, a istituire e gestire aziende sperimentali e modello, e centri di meccanizzazione agraria[116].
Il Consiglio si confrontò sulla proposta dopo ben diciotto mesi. Nel frattempo il quadro politico era alquanto modificato. Nell’agosto 1951 Crespellani aveva presentato le dimissioni, aprendo la prima crisi politica alla Regione, e il 3 settembre veniva rieletto alla guida di una nuova Giunta formata ora da esponenti della DC e da tre tecnici – rispettivamente Mario Carta, ingegnere minerario e docente presso l’Università di Cagliari, Mario Azzena, avvocato sassarese, e Domenico Pais –, con l’appoggio esterno dei monarchici. Il PSd’A, critico sull’esperienza maturata nella prima Giunta, non aveva accettato di far parte del nuovo governo regionale.
Durante il dibattito sulla proposta di riforma agraria, PSd’A e DC tornarono a convergere sugli obbiettivi del provvedimento: la riforma avrebbe dovuto vertere unicamente sugli aspetti produttivistici e redistributivi, senza affrontare le questioni relative ai contratti agrari. La discussione si apriva dopo che la Commissione agricoltura si era espressa negativamente sul progetto delle sinistre, considerate le questioni cardine relative al limite della proprietà, all’indennizzo e all’espropriazione dei beni degli enti pubblici[117].
Il dibattito in aula si sarebbe orientato verso posizioni di netta opposizione alla riforma in sé[118]. Il 13 dicembre furono presentati tre ordini del giorno. Il primo firmato da esponenti del PSI e del PCI ai quali si unì anche il sardista Pietro Melis. Ribadito il diritto della Regione a predisporre una propria riforma agraria, si impegnava la Giunta a svolgere la necessaria azione politica verso il Governo per ottenere il controllo sugli enti attuatori della legge “stralcio”. Il secondo, proposto dai sardisti Piero Soggiu, Giangiorgio Casu, Alberto Mario Stangoni, Anselmo Contu e ancora Pietro Melis, invitava la Giunta a presentare un progetto di legge di riforma fondiaria che rispondesse ai seguenti criteri: a) obbligatorietà delle trasformazioni ritenute utilmente realizzabili; b) espropriazione, con indennizzo, della proprietà inattiva; c) riduzione delle proprietà eccessivamente estese in rapporto alla funzione sociale della proprietà, mediante espropriazione, con indennizzo da impiegarsi obbligatoriamente nei lavori di miglioramento e trasformazione della terra residua; d) adozione di provvedimenti per impedire gli eccessivi frazionamenti e la dispersione della proprietà e per provvedere al suo riordinamento; e) assegnazione della terra risultante disponibile a contadini, preferibilmente associati in cooperative, tenuti al vincolo della inalienabilità, della irripartibilità e della trasformazione; f) inclusione nella riforma dei beni degli enti pubblici, utilmente trasformabili; g) attuazione della riforma nel quadro del Piano della rinascita di cui all’art. 13 dello Statuto speciale per la Sardegna, indipendentemente dal completamento del Piano stesso.
Per Venturino Castaldi (DC), firmatario del terzo ordine del giorno, la proposta delle sinistre non assicurava l’effettivo incremento produttivo e occupazionale, mentre sarebbe stato più opportuno coordinare la riforma agraria regionale con la legge “stralcio”, ritenuta un non trascurabile contributo alla soluzione del problema della riforma fondiaria. L’indicazione nasceva dalla necessità di mediare tra quanti nel suo partito, soprattutto sassaresi, preferivano fare assegnamento solo sulla legge “stralcio”, e quanti, invece, erano orientati a varare un provvedimento più aderente alle esigenze locali[119].
Il 16 dicembre l’ordine del giorno delle sinistre fu approvato e, mentre Alfredo Torrente (PCI) evidenziava nel terzo ordine del giorno incertezze, confusione e una scarsa volontà riformista, Castaldi e Soggiu si dichiaravano interessati ad accorpare i due ordini del giorno di cui erano primi firmatari[120]. L’accordo fu raggiunto: il gruppo DC avrebbe votato l’ordine del giorno sardista, mentre quello di cui era firmatario Castaldi venne ridotto al solo ultimo comma e la parte restante fu considerata integrativa dell’ordine del giorno Soggiu ed altri. Il Consiglio dava mandato alla Giunta di presentare un progetto di legge di riforma fondiaria, secondo le direttive principali indicate dai sardisti, e deliberava inoltre di dare esecuzione allo studio dei piani generali di bonifica previsti dagli artt. 3 e 4 della L. R. 26 ottobre 1950, n. 46 [121].
L’accordo non coinvolgeva solo DC e PSd’A, ma anche le destre che lo sostennero con il loro voto. Per la maggioranza e per i sardisti la riforma doveva indirizzarsi secondo gli obbiettivi rimarcati nelle dichiarazioni programmatiche della prima e seconda Giunta Crespellani. Solo nella proposta delle sinistre si ricercava invece un approccio che contemperasse esigenze economiche e sociali, rispettivamente riconducibili alla riforma fondiaria e a quella agraria: per dare attuazione a interventi rapportabili alla prima si sarebbe agito con le limitazioni poste all’estensione delle proprietà e alla redistribuzione delle stesse; con il ricorso all’istituto dell’enfiteusi si sarebbe operato nel campo specifico della riforma agraria che, per definizione, riguarda le relazioni contrattuali poste in essere ai fini della produzione. Le proposte democristiana e sardista non affrontavano la materia dei contratti agrari; si limitavano a stabilire che le terre resesi disponibili sarebbero state assegnate preferibilmente a cooperative di contadini, senza indicare attraverso quale tipo di contratto, per quanto si disponesse che non avrebbero potuto essere alienate e ripartite, ma trasformate.
Il dibattitto sulla riforma sarebbe terminato nel dicembre 1952, nel pieno dello scontro sulla legge elettorale Scelba, nota come “legge truffa”, che avrebbe segnato la campagna elettorale per le elezioni politiche regionali e nazionali della primavera 1953, senza assicurare ai partiti di centro il successo sperato[122]. Proprio considerate queste circostanze e la priorità attribuita alla battaglia elettorale che doveva segnare la ripresa della DC, rispetto alle perdite (più di 3 milioni di voti) conseguite nelle elezioni amministrative del 1951-52, la maggioranza e i sardisti avrebbero chiuso l’ordine del giorno con il rinvio della riforma a tempi migliori, al momento in cui si sarebbe attuato il Piano di rinascita, considerato che gli interventi a favore dell’agricoltura vi avrebbero dovuto avere un peso prevalente.
Tra i provvedimenti varati dal Consiglio tra il 1949 e il 1950, i disegni di legge proposti dall’assessore Casu si distinsero per un’esplicita volontà modernizzatrice[123], nel quadro di un biennio caratterizzato da un’attività legislativa continuamente segnata dal contenzioso con il Governo centrale che, per Manlio Brigaglia, andrebbe distinto rispetto al quinquennio successivo delle Giunte centriste «sdraiate a destra»[124].
In altri settori, non mancarono di spunti interessanti le iniziative inerenti alla sanità, all’istruzione e alla disoccupazione, ma i provvedimenti varati non furono espressione di indirizzi altrettanto complessivi, mirati a trasformare le condizioni di una popolazione afflitta da gravi problematiche per l’incidenza delle malattie sociali, dell’analfabetismo e della precarietà lavorativa. Anche a livello industriale mancò una complessiva progettualità modernizzatrice e furono del tutto assenti le iniziative capaci di controbilanciare la crisi dell’industria estrattiva, un comparto strategico nel contesto sociale ed economico dell’isola. Il Consiglio affrontò le questioni del settore secondario in seguito ai disegni di legge presentati dagli assessori Francesco Deriu e Piero Soggiu. Se fu significativa l’approvazione della L. R. n. 62 del 22 novembre 1950, proposta dall’assessore agli Interni e Turismo Salvatore Stara (DC), con la quale fu istituito l’ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche), a testimoniare l’interesse crescente per la giovane industria turistica e la volontà di intervenire nell’economia attraverso l’azione di enti ad hoc, tra la fine del 1950 e la primavera 1951 furono decisi provvedimenti di modesta entità a favore dell’industria alberghiera (L.R. n. 63 del 23 novembre), della cantieristica e peschereccia (L.R. n. 65 del 28 novembre), della sugheriera (L.R. n. 66 del 5 dicembre), della vinicola e casearia (L.R. n. 74 del 29 dicembre), delle imprese di navigazione (L. R. n. 20 del 15 maggio 1951). Provvedimenti per i quali la maggioranza, nonostante la pressione dell’opposizione, non ritenne praticabili proposte alternative, tenuto conto dell’interpretazione restrittiva dell’art. 5 dello Statuto e considerata la scarsità delle somme stanziate in bilancio[125].
Per il rilancio e l’uscita dalla crisi che aveva coinvolto la produzione del carbone Sulcis, le indicazioni più significative trovarono espressione al di fuori delle istituzioni regionali, nel Congresso del popolo sardo voluto dai sindacati e dai partiti di opposizione, attenti a recepire il portato del Piano Levi, un’iniziativa in grado di rispondere in modo organico tanto alle esigenze di tipo prettamente industriale, quanto alle richieste dei minatori le cui proteste, suscitate dalle difficili condizioni di lavoro e di vita, iniziate durante la guerra, si erano acuite nel 1946-47, quando si incominciava a prospettare l’abbandono delle coltivazioni, surclassate dall’afflusso di carbone estero, favorito dalla liberalizzazione del mercato e dagli accordi governativi[126]. Nel 1948 le rimostranze, intensificate in seguito ai licenziamenti effettuati dalla SMCS, avevano conosciuto un’inedita svolta con il ricorso alla “non collaborazione”, alla rinuncia al cottimo, e assunto connotati marcatamente politici[127], intensificandosi con l’occupazione dei pozzi, protratta per ben 72 giorni e conclusa con un accordo che, tuttavia, sarebbe rimasto lettera morta. Nel febbraio 1949 la lotta era ripresa con uno sciopero generale che, coinvolto tutto il mondo del lavoro sardo, si concluse con l’umiliante sconfitta dei minatori delle metallifere, costretti al firmare la rinuncia alla “non collaborazione” dopo 49 giorni di sciopero[128].
Nel giugno 1949, la Commissione per l’utilizzazione chimica del carbone Sulcis si espresse a favore del Piano Levi, ma si dovette attendere il novembre 1950, quando il ministro del Lavoro Giuseppe Togni[129] propose le Provvidenze finanziarie per il riassetto dell’industria mineraria, carbonifera e zolfifera (L. n. 748 del 12 agosto 1951) che concessero all’ACaI un’anticipazione di 8 miliardi per riorganizzare il ciclo produttivo e costruire a Portovesme la centrale termoelettrica prevista dal Piano Levi.
Nello stesso mese il Consiglio regionale sardo approvò le Norme per incrementare la produzione di energia elettrica e favorire la utilizzazione del carbone Sulcis (L. R. n. 61 del 17 novembre 1950), che avrebbero comportato la nascita dell’Ente Sardo di Elettricità e posto le basi per aumentare la produzione di energia con la creazione della prima centrale termoelettrica, capace di utilizzare gli scarti della lavorazione del carbone Sulcis. Il disegno di legge proposto da Piero Soggiu (PSd’A) – espressione di un orientamento maggiormente autonomistico nella gestione delle risorse energetiche –, giudicato con interesse dai consiglieri Venturino Castaldi (DC) e Pietro Cocco (PCI), incontrò tuttavia le perplessità di quest’ultimo per il quale la Regione con questo progetto non assumeva una chiara politica antimonopolistica nei confronti della SES, e soprattutto tentava di nascondere uno degli aspetti più fallimentari della politica governativa che, rispetto ai diversi e organicamente interrelati interventi previsti dal Piano Levi, si limitava a prospettare la costruzione della centrale termoelettrica[130].
Nel 1951, sembrò avviarsi una fase positiva con l’istituzione del Comitato dei tecnici per lo studio del Piano di rinascita, denominato in seguito Commissione economica di studio per il Piano di rinascita. Le opposizioni guardavano con fiducia a questo passo, ritenendo che nel Piano dovesse acquisire un ruolo centrale l’industria carbonifera, soprattutto nel quadro della lotta contro i monopoli chimico ed elettrico e per il sostegno all’industrializzazione dell’isola. Nel contempo, invece, la produzione carbonifera si indirizzava verso una più significativa contrazione, alla luce delle perplessità espresse dal Governo sull’efficacia degli investimenti sul carbone Sulcis, considerata la maggiore convenienza dei carboni esteri, del metano e dell’olio combustibile, alla quale faceva riferimento lo stesso ingegnere Levi convinto, anch’egli, della necessità di ridimensionare il proprio Piano[131].
In seguito al successo ottenuto con il Congresso del popolo sardo, nel luglio 1950 le sinistre si adoperarono per spingere il Consiglio regionale a considerarne i risultati, affrontando un dibattito sui gravi problemi economici e sociali che affliggevano l’isola e attendevano interventi decisivi dalle istituzioni regionali. Di contro all’orientamento attendista e subordinato alle direttive romane che pareva contraddistinguere la Giunta, le sinistre presentarono in Consiglio la mozione Sanna e più per l’attuazione del Piano di rinascita. Dopo numerosi rinvii, il 14 ottobre 1950 la discussione venne aperta da Luigi Pirastu (PCI) che evidenziò i punti cardine della mozione: concorso dello Stato e della Regione nella formulazione di un Piano organico di provvedimenti, affidandone lo studio e l’elaborazione a tecnici sardi; finanziamento del Piano a carico dello Stato; costituzione di una Commissione consiliare speciale, con il compito di coordinare il lavoro, in contatto con la Giunta e con gli organi tecnici; istituzione di un assessorato alla Rinascita[132]. Nel dibattito emersero forti distanze tra le forze politiche, riguardo al finanziamento del Piano, ai rapporti tra l’istituto autonomistico e il Governo, alla scelta dei settori economici da privilegiare, al ruolo dell’iniziativa pubblica e privata, e non in ultimo agli organismi politici e tecnici deputati allo studio e all’elaborazione dello stesso[133]. Concludeva il dibattito il presidente Crespellani che, in difesa dell’operato della Giunta, ricostruiva i passi compiuti a decorrere dall’ordine del giorno votato dal Consiglio regionale il 28 dicembre 1949, con il quale si era chiesto alla presidenza del Consiglio dei Ministri che nel bilancio 1950-51 fosse stanziato un fondo destinato alle spese per lo studio del Piano e per il funzionamento delle Commissioni incaricate ad hoc. Poiché l’iniziativa del Piano era riservata allo Stato, la presidenza del Consiglio aveva invitato la Giunta a prendere contatti con il ministro dell’Industria e commercio Campilli. La Giunta e il Governo avevano concordato di ricorrere ai mezzi finanziari dell’ECA (Economic Cooperation Administration) e di formare un Comitato tecnico composto da esperti nominati d’intesa. Contrario all’istituzione dell’assessorato alla Rinascita, di un ente specifico e di una Commissione consiliare, Crespellani proponeva invece una Commissione le cui proposte trasmesse alla Giunta sarebbero state presentate agli organi di studio. Non confidava infine sulla CASMEZ per la realizzazione del Piano[134]. Il dibattito si concludeva il 20 ottobre 1950 con l’approvazione dell’ordine del giorno con il quale si stabilì di nominare una Commissione consiliare speciale – che si sarebbe insediata nel gennaio 1951 – incaricata di riferire sullo svolgimento degli studi, di esaminare il Piano una volta definito e proposto e di darne conto al Consiglio per l’approvazione[135].
Nel giugno 1951 si tornò a discutere degli incontri interlocutori concernenti il Piano che avevano coinvolto il Governo e la Giunta. Crespellani ne riferì in Consiglio dopo che, in marzo, si era diffusa la notizia che il Governo aveva rifiutato 170 miliardi messi a disposizione dagli americani per la rinascita dell’isola. Smentite le notizie, il presidente precisò che la Giunta aveva respinto l’ipotesi di includere il Piano nel programma d’intervento della CASMEZ, secondo quanto formulato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, e che il 21 settembre 1950 aveva concordato di affidare la direzione dello studio del Piano al Governo e alla Regione, con l’eventuale concorso e assistenza tecnica della Fondazione Rockefeller e dell’ECA. La Giunta, per quanto favorevole alla collaborazione con i tecnici USA, in primavera aveva rivendicato l’autonomia del Piano sardo, venuta a conoscenza degli accordi tra il ministro Campilli e l’ECA per lo studio di un programma che doveva riguardare tutto il Mezzogiorno[136].
Il 15 marzo 1951 il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno aveva deliberato la costituzione del Comitato dei tecnici per lo studio del Piano di rinascita, chiamata poi Commissione economica di studio per il Piano di rinascita[137]. La Giunta aveva aderito all’invito di concordare i nomi dei tecnici da inserirvi, ferma restando l’esigenza di chiarire le posizioni con la missione ECA[138]. La collaborazione della Rockefeller, che durante il 1950 aveva progettato un piano d’intervento nell’isola, dopo quello attuato contro la malaria, era tramontata e di conseguenza l’organizzazione unitaria fissata il 21 settembre 1950. Tuttavia, precisava Crespellani nel giugno 1951, una nuova impostazione avrebbe assicurato la collaborazione tecnica e finanziaria degli americani, nel quadro della assistenza ERP. Il Comitato prevedeva di avviare la propria attività alla fine di giugno[139].
Il Consiglio approvò l’operato della Giunta. Le sinistre considerarono positiva la nomina del Comitato, ma chiesero di chiarire i propositi degli organismi americani e deplorarono l’inserimento nel Comitato di rappresentanti dei gruppi monopolistici, ritenuti responsabili dell’arretratezza economica e sociale della Sardegna. La destra, critica per il mancato affidamento dello studio del Piano alla Rockefeller, votava anch’essa favorevolmente, rassicurata da Crespellani sulla collaborazione degli americani[140].
Pareva finalmente aperta la strada verso la realizzazione dell’art. 13 dello Statuto, invece il quadro politico regionale entrò in crisi nell’agosto 1951, quando la Giunta Crespellani fu battuta sul disegno di legge che prevedeva di contrarre un mutuo di due miliardi per l’attuazione di opere pubbliche non procrastinabili, come previsto dall’art. 7 del bilancio[141]. La proposta incontrò l’opposizione delle sinistre[142] e le perplessità di una parte della maggioranza per il ricorso a più mutui, giacché in marzo il Consiglio aveva approvato la legge di bilancio, prevedendo l’accensione di un mutuo di 4 miliardi per finanziare alcune opere di importanza strategica, e la richiesta di un contributo statale di 1 miliardo per il completamento della rete idrica. Il 2 agosto il Consiglio bocciò la proposta e di conseguenza la Giunta dovette prendere atto che «lo stato di avanzamento del bilancio le impediva di continuare a lavorare»[143]. Gli assessori sardisti presentarono le loro dimissioni preceduti dalla presa di posizione del PSd’A di estraneità alle cause della crisi, addebitate piuttosto al dissenso interno alla DC.
Il 10 agosto 1951 finiva l’esperienza della prima Giunta regionale.
La crisi politica scoppiata nell’agosto 1951 si concluse con la formazione di una nuova Giunta, un monocolore DC guidato ancora da Crespellani, appoggiato dai monarchici (PNM) e integrato dai tre tecnici alla guida degli assessorati all’Industria, ai Trasporti e all’Agricoltura, Mario Carta, Mario Azzena e Domenico Pais. Presidente del Consiglio sarebbe stato Alfredo Corrias (DC) affiancato da Antonio Era (PNM) in qualità di vice presidente. Mentre le sinistre e i sardisti espressero la propria opposizione, soprattutto in merito alla composizione di una Giunta che avrebbe operato con l’appoggio di forze antiautonomiste, Crespellani nelle dichiarazioni si impegnava a «sviluppare e a portare a concreta risoluzione» i problemi che erano stati impostati dalla prima Giunta «o avevano formato oggetto di particolari studi preparatori». Auspicata la nascita della Corte costituzionale, per Crespellani occorreva rivedere il sistema dei rapporti tra Stato e Regione e superare «l’inclinazione degli organi consultivi a restringere o quanto meno a delimitare le competenze attribuite alla Regione dallo Statuto»[144].
L’attività legislativa procedette in sostanziale continuità e se, in prima battuta, fu necessario intervenire a favore dei comuni colpiti dalla siccità (L. R. n. 15 del 16 ottobre 1951) e delle zone travolte dal tragico nubifragio che investì anche il Nord Italia (L. R. n. 17 del 27 ottobre 1951), si proseguì con i provvedimenti che avrebbero consentito alle industrie alberghiera, cantieristica, peschereccia, sugheriera, vinicola e casearia, di godere delle disposizioni varate nel 1950, anche per le iniziative successive al dicembre 1949 (LL. RR. n. 12 e n. 14 dell’11 giugno 1952, n. 13 e n. 15 del 10 giugno 1952). Anche la lotta alla disoccupazione procedette in sintonia con il precedente indirizzo: la L. R. n. 2 del 14 febbraio 1952 finanziò i cantieri di lavoro, aumentate però le retribuzioni operaie. Nel settore dei trasporti con la L. R. n. 8 del 1° febbraio 1952, l’amministrazione regionale venne autorizzata a eseguire la costruzione di porti di quarta classe, con l’intento di rafforzare la rete degli scali marittimi e incrementare la circolazione delle merci e la ricettività turistica. La cooperazione ottenne il sostegno della nuova Giunta con la costituzione di un fondo per anticipazioni destinate per l’acquisto, il rinnovamento e il perfezionamento di impianti, la costruzione e l’ampliamento di stabilimenti e il finanziamento della produzione (L. R. n. 36 del 16 luglio 1952). Rinviata dal Governo la legge fu riapprovata senza modifiche dal Consiglio il 21 ottobre 1952; in novembre l’impugnativa del Governo fu inoltrata alla Corte costituzionale e revocata nell’agosto 1953.
Nell’ambito dell’istruzione e della formazione, la L. R. n. 18 del 9 luglio 1952, andò a integrare la L. R. n. 42 del 1950, varata per migliorare e potenziare l'istruzione tecnica e professionale. L’11 luglio 1952, furono approvate la L. R. n. 22 per l’istituzione e il funzionamento di una Scuola di magistero professionale per la donna, e la L. R. n. 23 che concedeva un contributo annuale per l’attività della Scuola tecnica industriale per tecnici meccanici di Sassari. A proporre un contributo annuale per il Liceo civico musicale Luigi Canepa di Sassari furono invece i consiglieri Morgana, Girolamo Sotgiu, e Bussalay (L. R. n. 7 del 25 marzo 1953). Per proseguire nella lotta contro l’analfabetismo e a vantaggio della scuola primaria, si costituivano i Centri di lettura, mentre Centri didattici provinciali e corsi di perfezionamento furono istituiti per gli insegnanti degli istituti magistrali: provvedimenti proposti dall’assessore Brotzu, rinviati dal Governo, riapprovati una volta accolti i rilievi e apportate le modifiche (LL. RR. nn. 25 e 26 del 3 ottobre 1952). Nell’ambito delle iniziative a favore della formazione universitaria si stabilì di concedere importanti contributi all’istituenda Facoltà di economia e commercio dell’ateneo di Cagliari (L. R. n. 29 del 23 ottobre 1952), e per la prima attivazione della nuova Clinica medica dell’università cagliaritana (L. R. n. 3 del 25 marzo 1952).
La battaglia contro la malaria, avviata dalla Fondazione Rockefeller, procedette con l’istituzione del Centro regionale antimalarico e anti-insetti (CRAAI), tra le iniziative più rilevanti attuate dalla nuova Giunta (L. R. n. 6 del 17 marzo 1953).
La prospettiva di investire nella sperimentazione agraria avrebbe potuto rappresentare una svolta nell’approccio ai problemi dell’agricoltura sarda. Il tema, di rilevante impatto, divise le opinioni tanto da determinare la bocciatura del provvedimento giunto in Consiglio in seguito all’illustrazione di due proposte: la prima, presentata il 10 dicembre 1952, sostenuta da consiglieri DC, PSd’A, PNM e MSI, per la nascita dell’Istituto sardo per la sperimentazione agraria; la seconda avanzata dal consigliere D’Angelo (PNM) il 13 febbraio 1953 per la costituzione del Centro regionale di sperimentazione agraria che avrebbe dovuto coordinare l’attività svolta dagli Istituti universitari di agraria (Sassari) e di scienze (Cagliari), dall’Osservatorio fitopatologico, dall’Istituto zootecnico, dall’Istituto di genetica e dalla Stazione sperimentale del sughero, con l’attività degli Ispettorati agrari e forestali. Dopo l’esame dei due progetti, la Commissione competente, relatore Giangiorgio Casu (PSd’A), portava in Consiglio un testo che riuniva entrambe le proposte. Durante il dibattito D’Angelo sostenne che «per attuare la sperimentazione era necessario creare dei campi di esperimento, provvedere l'Istituto di attrezzature scientifiche, di personale altamente specializzato e di tutta una organizzazione che avrebbero potuto fornire la Facoltà di agraria dell’Università di Sassari e gli Istituti già attrezzati a questo scopo». Di contro, precisava Casu, la Commissione si era pronunciata per non legare l’Istituto all’Università, ritenuto che quest’ultima avesse «un compito più che altro didattico-sperimentale che prescinde anche dal concetto specificatamente regionale». Sebastiano Dessanay (PCI) ribadiva che il Gruppo comunista, come la maggioranza della Commissione, non appoggiava la tesi di D'Angelo, convinto che per la sperimentazione agraria occorresse «uno strumento nuovo, che raccolga energie caratteristicamente regionali», capace di modificare i criteri tecnici che fino ad allora avevano guidato gli organismi attivi nel settore. Sebbene si concordasse sull’opportunità di ricorrere alla Facoltà di Agraria o ad altre facoltà, a seconda delle necessità, le distanze si accentuarono quando i comunisti Dessanay e Alfredo Torrente sostennero che l’Istituto dovesse utilizzarsi come «strumento per l'attuazione della politica agraria regionale e come elemento funzionale del Piano di rinascita»[145]. Il 1° aprile 1953, il Consiglio non approvò il testo unificato, pur avendo discusso tutti gli articoli dello stesso, un esito che, al pari della mancata riforma agraria regionale, pregiudicava l’azione della Regione in ambito agrario, privata prima di un progetto di trasformazione fondiaria e ora di un organismo che si intendeva indirizzare alla sperimentazione secondo le esigenze peculiari delle campagne sarde. Si sarebbe atteso il novembre 1955 quando, Giangiorgio Casu (PSd’A), Felice Medda (PLI), Enrico Pernis (PNM) e i democristiani Angelo Amicarelli, Giovanni Cadeddu, Giacomo Covacivich, Nicolino Sassu, presentarono di nuovo la proposta illustrata il 10 dicembre 1952 per l’istituzione del Centro regionale agrario sperimentale che, approvato il 19 giugno 1956 (L. R. n. 22), avrebbe assunto un indirizzo spiccatamente tecnico in campo agricolo, compreso quello relativo alla repressione delle frodi nella preparazione e nel commercio di prodotti agrari e delle sostanze di uso agrario, ma dotato di scarse risorse finanziarie, insufficienti rispetto alle ambiziose attività stabilite per statuto[146].
Nel settore industriale, Mario Carta, ingegnere minerario e docente presso l’Università di Cagliari, a capo dell’assessorato all’Industria cercò di introdurre alcune significative novità con la proposta di istituire due Stazioni sperimentali, la prima per incrementare e migliorare la produzione e l’utilizzazione della sughera, la seconda per realizzare ricerche e studi sui minerali e sui loro giacimenti, sulle rocce, e sulle energie naturali del sottosuolo, sulla coltivazione e l’utilizzazione industriale dei minerali, ma anche sulla sicurezza e sull’igiene del lavoro nelle miniere. Mentre la prima si stabilì a Tempio (L.R. n. 5 del 6 febbraio 1952), la seconda ricevette il parere positivo delle Commissioni, ma non l’approvazione del Consiglio, sopravvenuta la chiusura della legislatura[147].
Proprio per la presenza di Carta furono più volte all’ordine del giorno le questioni riguardanti il comparto minerario. Nel luglio 1952 fu approvata la L. R. n. 19 concernente le ricerche minerarie. Sulle questioni riguardanti le condizioni di vita e di lavoro dei minatori l’assenso del Consiglio andò alla proposta che riunì maggioranza e opposizione con Carlo Meloni (PSd’A), Giuseppe Colia (PSI), Giacomo Covacivich e Giuseppe Masia (DC), Gavino Corda (PNM), Pio Pazzaglia (MSI) e Giuseppe Borghero (PCI) per l’istituzione di una Commissione consiliare di studio che avrebbe indagato sulla sicurezza nelle miniere, sullo stato delle abitazioni operaie e sulle condizioni igienico-sanitarie dei centri minerari (L. R. n. 10, 27 aprile 1953).
Uno scontro piuttosto marcato tra maggioranza e opposizione suscitò invece l’approvazione della L. R. n. 22 del 7 maggio 1953 Provvidenze dirette a promuovere e favorire lo sviluppo delle attività industriali e commerciali in Sardegna, tra gli ultimi atti della prima legislatura. Il PCI con Luigi Marras, denunciato lo stato di perdurante crisi che coinvolgeva le attività industriali e soprattutto le miniere, dove i licenziamenti si susseguivano senza tregua[148], avversava il testo giunto in Consiglio che avrebbe favorito i gruppi monopolistici e dato mano libera agli industriali nella scelta delle iniziative da allogare nelle aree ritenute più opportune, mentre sarebbe occorso puntare sull’industrializzazione in zone omogenee per caratteristiche d’ambiente e strutturali, sulla valorizzazione delle materie prime locali e sulla partecipazione della Regione a iniziative industriali attraverso l’acquisizione di azioni[149]. L’assessore Carta, evidenziate le criticità del mercato del lavoro e i ritardi dello sviluppo industriale, non riteneva che la soluzione a questi problemi potesse giungere dall’industria estrattiva, impegnata piuttosto a “sopravvivere”[150], ma, in coordinamento con l’azione dello Stato, attraverso un’«industrializzazione in forma massiccia» – come era emerso nel Convegno di studi sull’industrializzazione tenuto a Cagliari, nei giorni 10-14 aprile 1953 [151] –, con il coinvolgimento di imprenditori e capitali anche non sardi, e in zone non precostituite, ma individuate dagli industriali in presenza di indispensabili presupposti economici[152].
Il provvedimento avrebbe dovuto trasformare il panorama industriale sardo con il coinvolgimento attivo della Regione che si sarebbe limitata a rimuovere gli ostacoli al sorgere di nuove industrie e allo sviluppo delle esistenti, e non avrebbe provveduto all’individuazione delle zone industriali, in attesa, piuttosto, delle iniziative maturate nel mondo imprenditoriale. La Regione rinunciava da un lato ad assumere un ruolo propulsore nel timore di essere accusata di «dirigismo o vincolismo, di sovrapposizione o interferenza nell’iniziativa privata»[153], in ossequio all’orientamento liberista che guidava il Governo nazionale, e dall’altro, proprio con Carta, evidenziava la volontà di mettere da parte la centralità del comparto minerario che, per un secolo, aveva segnato la storia economica dell’isola, grazie allo sviluppo di una cultura industriale di prima levatura e alla crescita di soggettività collettive, tecniche e operaie, protagoniste nella lotta per i diritti dei lavoratori sardi.
In quegli stessi giorni si chiudeva la prima legislatura. Nel bilancio, il presidente Crespellani espresse molta soddisfazione per i risultati ottenuti, pur sottolineate le difficoltà incontrate. Le spese effettuate ammontavano a 32 miliardi, 510 milioni dei quali per il funzionamento del Consiglio; 532 milioni per il sostegno alle industrie cantieristica e pescareccia, sugheriera, alberghiera, vinicola, casearia e della navigazione; una quota significativa, 3 miliardi e 200 milioni, per 1047 opere pubbliche che avevano dato sostegno all’occupazione; alle infrastrutture si erano destinati 840 milioni per la rete elettrica di 68 Comuni; la fetta più consistente aveva interessato l’agricoltura: 2 miliardi e 103 milioni erano stati destinati a opere di miglioramento fondiario; 1 miliardo e 675 milioni all’incremento della produzione agricola; 100 milioni alla ricostituzione dei patrimoni in grano delle Casse comunali di credito agrario e 1 miliardo e 200 milioni al prestito dei piccoli agricoltori. In ambito sanitario gli ospedali avevano ottenuto assegnazioni per 139 milioni, 500 milioni avevano riguardato i nuovi nosocomi e l’ammodernamento degli esistenti, e 555 milioni la campagna antianofelica. Per i cantieri di lavoro erano stati spesi 1 miliardo e 393 milioni, 160 milioni per i corsi professionali. I prestiti agli artigiani erano ammontati a 266 milioni. Per sussidi a provincie e comuni erano stati destinati 300 milioni, per istituzioni pubbliche di beneficenza altri 225 milioni[154].
Il settore primario – in realtà la borghesia agraria – era stato al centro delle attenzioni della maggioranza, ma le campagne sarde non avevano ottenuto dal Consiglio il varo di una riforma fondiaria e agraria, capace di incidere in profondità sulla proprietà assenteista, sulla modernizzazione delle attività zootecniche e di rinnovare la complessa materia dei contratti agrari. L’impegno per la scuola non era stato all’altezza del diffuso analfabetismo. Nessun provvedimento aveva riguardato l’industria mineraria e metallurgica, la cui grave crisi incideva sulla produttività del comparto e sulla sussistenza di numerose comunità, né si era investito per una trasformazione complessiva del settore industriale prima della L. R. n. 22, approvata, tuttavia, allo scadere della legislatura. Infine, ma non in ultimo, era mancato il varo del Piano di rinascita la cui attuazione, con il contributo finanziario dello Stato, avrebbe superato i limiti dei bilanci regionali e consentito l’attesa rinascita dell’isola. In conclusione, nonostante sul finire della legislatura anche il partito di maggioranza relativa si fosse indirizzato a incardinare le relazioni tra Stato e Regione nel rispetto del dettato statutario e costituzionale, erano state proprio le difficoltà incontrate nel risolvere questi rapporti istituzionali ad incidere sulla possibilità di declinare pienamente il portato autonomistico dello Statuto.
Superato lo scontro provocato dal varo della legge elettorale maggioritaria, nota come “legge truffa”, le elezioni regionali del 14 giugno 1953 si svolsero poco prima delle politiche del 7 giugno. Le urne non assicurarono alla DC il successo sperato e per quanto il partito di De Gasperi risultasse il più votato, il suo consenso si affievolì soprattutto a Sud, a vantaggio delle destre[155]. In Sardegna, in occasione di entrambe le tornate la DC si confermava come prima forza politica: nelle politiche perdeva, tuttavia, il 9,5 per cento, rispetto all’aprile 1948, ma alle regionali aumentava i consensi del 7 per cento, passando, rispetto al 1949, dal 34 al 41,7 per cento. Il PCI si collocava sempre al secondo posto con il 21,2 per cento dei voti alle politiche e il 22,3 alle regionali. Il distacco tra comunisti e democristiani avrebbe portato la DC ad aumentare di 8 seggi la propria rappresentanza in Consiglio regionale, disponendo di quasi la metà dei consiglieri (30 su 65), mentre il PCI cresceva di 2 seggi, raggiungendo quota 17. Il PSI ottenne l’8,8 per cento dei consensi, il PNM l’8,6, il MSI 7,7, il PLI, e il PSDI 1,8. In Consiglio il PSI ebbe 7 seggi (2 in più rispetto al 1949), il MSI 5 (1 in più), mentre segnava perdite consistenti il PSd’A, che riduceva i propri seggi da 7 a 4 e il PNM che passava da 7 a 5 seggi. In maggioranza furono confermati i consiglieri uscenti (il 65 per cento) e il successo della DC accreditava il partito dei cattolici alla guida della nuova legislatura, mentre la perdita dei consensi da parte del PSd’A evidenziava le difficoltà incontrate nell’attuare una chiara politica autonomistica conseguente alle istanze dell’elettorato sardista.
Fu ancora Crespellani, candidato unico DC, a presentare le dichiarazioni programmatiche di un nuovo monocolore democristiano, una Giunta di minoranza che, nata in seguito a un complesso accordo tra le correnti interne alla DC, si proponeva di operare in continuità rispetto alla linea politica disegnata in precedenza[156]. Giustificato il monocolore per l’impossibilità di trovare un accordo con le altre forze politiche, Crespellani ottenne la fiducia di stretta misura il 25 luglio 1953 [157], ma entrò in crisi dopo appena cinque mesi, nel dicembre 1953.
Nella seconda parte dell’anno, si sarebbero proposti con rinnovata durezza problemi economici e sociali che, rimasti irrisolti, avrebbero investito le zone interne dell’isola, nelle forme cruente del banditismo, e i bacini minerari dove le contestazioni si alimentavano con l’inasprirsi della condizione operaia logorata da anni di perdurante precarietà e dalle crescenti difficoltà incontrate nella tutela dell’occupazione e dei diritti, dopo la crisi del sindacato colpito specialmente nell’Iglesiente dalle intimidazioni del padronato e dalla politica discriminatoria a danno delle rappresentanze operaie e dei partiti di opposizione.
Le tre mozioni sul banditismo presentate rispettivamente da consiglieri dei gruppi misto, socialista e comunista, pur animate da preoccupazioni diverse[158], sollecitarono tutte una presa di posizione della Regione nel momento in cui il tema veniva dibattuto anche in Senato, dopo la morte dell’ingegnere Capra sequestrato dai banditi. Il Consiglio votò all’unanimità un ordine del giorno che, messe in luce le relazioni tra il fenomeno delinquenziale e l’immobilismo della realtà economica e sociale, più evidente nelle zone interne dell’isola, sottolineava la necessità di intraprendere interventi capaci non solo di tutelare le popolazioni delle zone coinvolte, ma di assicurare migliori condizioni di vita e di lavoro e di curare la crescita culturale e formativa delle nuove generazioni, «senza di che gli interventi repressivi dello Stato non costituirebbero, se non episodi intermittenti rispetto ad un fenomeno che ha remote radici». Poiché il problema sardo andava «esaminato e risolto, nell’ambito del principio etico e costituzionale della solidarietà nazionale, come problema di fondamentale importanza, strettamente connesso allo sviluppo civile, economico e sociale» del paese, la Giunta avrebbe rappresentato al Governo l’urgenza di varare il Piano di rinascita[159].
In sostanza, le istituzioni regionali avrebbero atteso l’iniziativa dell’esecutivo nazionale per risolvere i problemi più scottanti che travagliavano le zone interne, ma in modo analogo si sarebbero orientate in relazione al Sulcis devastato dall’aggravata crisi delle miniere carbonifere, e, nel momento in cui le scelte governative si sarebbero indirizzate a ridimensionare l’industria del carbone, il Consiglio avrebbero finito per accettare il prevalere delle argomentazioni e degli accordi maturati in tal senso a livello nazionale e definiti sul piano internazionale dalla CECA, alla quale l’Italia aderì il 18 aprile 1953.
La “questione Carbonia” e il dramma dell’occupazione nel Sulcis avrebbero interessato il Consiglio regionale per tutti gli anni Cinquanta, in un confronto tra il Governo, indirizzato a ridurre il proprio impegno nell’industria carbonifera dell’isola, e le Giunte sarde subordinate alle sue decisioni, rafforzate dalle titubanze emerse sul tema, nella convinzione che la Regione dovesse occuparsi dei problemi di questo ramo industriale solo per i risvolti «umani e sociali» sottesi alla progressiva dismissione della SMCS, non avendo capitolo sulle sorti di un’impresa controllata dallo Stato. In realtà i problemi del bacino carbonifero coinvolsero in modo tutt’altro che marginale la politica regionale, tant’è che il Consiglio sarebbe stato ripetutamente chiamato ad approvare i provvedimenti necessari ad assicurare, per conto dello Stato, le anticipazioni utili a tamponare il perdurante dissesto finanziario della SMCS (LL. RR. n. 23 del 28 luglio 1953, n. 19 del 12 novembre 1954 e n. 10 del 1° giugno 1955).
Contro le perplessità e l’inerzia della maggioranza regionale negli ultimi anni Quaranta e i primi del nuovo decennio, si erano opposte le sinistre convinte che le argomentazioni della prima fossero mosse dalla volontà di eludere i problemi dell’industria carbonifera, se non di discriminare una comunità e un’amministrazione comunale guidata dalle rappresentanze comunista e socialista. Proprio le richieste avanzate dal Comune di Carbonia, deciso a sostenere le istanze operaie e a riscattare la cittadinanza dall’opprimente onnipresenza dell’ACaI, e le sollecitazioni provenienti dal movimento dei minatori avevano indirizzato la lotta delle sinistre in Consiglio, determinate a incalzare la Giunta perché si facesse interprete presso il Governo e il Parlamento della necessità di varare i provvedimenti indispensabili alla riorganizzazione produttiva dell’industria sulcitana, alla difesa dei livelli occupazionali e al rispetto delle tutele politiche e sindacali. Occorreva porre un freno a una deriva che avrebbe inciso sulla sopravvivenza delle maestranze minerarie e di tutta la comunità cittadina, costrette nella precarietà per il futuro sempre più incerto della SMCS, e non di meno bisognava rimuovere gli ostacoli che impedivano alle stesse di vivere e lavorare in condizioni rispettose del dettato costituzionale, dopo il periodo vissuto nel clima di repressione instaurato dal commissario della Celere ed ex vicequestore repubblichino Giovanni Pirrone, inviato a Carbonia dal ministro Scelba con l’intento specifico di soffocare ogni istanza rivendicativa.
Nel novembre 1953, a sollecitare il confronto politico in Consiglio sarebbero state le prese di posizione del Governo rispetto alle quali le sinistre avrebbero presentato una mozione con la quale si chiedeva che si desse attuazione al Piano Levi, denunciata la colpevole assenza del Consiglio e della Giunta e ribadito che il problema del Sulcis era un problema di rinascita regionale, ma strategico anche per l’industria nazionale[160]. Per la prima volta, in questa occasione si arrivò a un’importante mediazione politica che determinò l’approvazione di un ordine del giorno concordato dagli esponenti di tutte le forze politiche (Cardia PCI, Campus DC, Zucca PSI, Soggiu PSd’A, Pernis PNM e Bagedda MSI) che impegnava la Giunta a ottenere dal Governo e dal Parlamento i provvedimenti necessari a scongiurare la smobilitazione del bacino minerario e le strutture utili a incrementare la produzione, riducendone i costi[161].
La “questione Carbonia” tornò alla ribalta nel 1954 quando venne presentato in Senato il disegno di legge per la soppressione della ACaI e per la riorganizzazione delle sue imprese. Dinanzi a queste novità, decise senza il coinvolgimento dei rappresentanti della Regione, in settembre l’animata discussione consiliare si sarebbe conclusa con un nuovo ordine del giorno, anch’esso votato all’unanimità. Del problema volle trattare a lungo il presidente Alfredo Corrias (DC), a capo di una Giunta costituita in giugno da DC e PSd’A, per dimostrare l’attenzione dell’esecutivo regionale, accusato dall’opposizione di immobilismo e di mancanza di slancio: i documenti inviati a Roma, soprattutto il promemoria indirizzato al presidente del Consiglio, ai ministri della Industria e Commercio e del Tesoro, ai sottosegretari dell’Industria e Commercio e al Bilancio e ai deputati sardi, intendevano sollecitare delle decisioni sull’industria carbonifera sarda che puntassero a rinnovare la produzione e tenessero nel giusto conto le problematiche lavorative della manodopera mineraria[162]. La Giunta fu chiamata ad assumere un nuovo indirizzo politico nei confronti di Carbonia: l’unità d’intenti costituita tra tutti i gruppi consiliari avrebbe spinto perché il Governo intraprendesse gli interventi necessari ad assicurare alla SMCS i mezzi per il potenziamento della produzione e valutasse, in tal senso, le proposte e gli studi avanzati dalla Regione ed elaborati dall’ingegnere Mario Carta per il risanamento e lo sviluppo del bacino carbonifero, concordando, quindi, la soluzione dei problemi dell’industria del carbone con la Regione, nell’ambito degli indirizzi generali a vantaggio dell’industrializzazione del Mezzogiorno e delle isole[163].
Il quadro avrebbe invece subito ulteriori gravi ripercussioni in seguito alle decisioni assunte dal Governo, ormai deciso a ridimensionare la produzione del carbone Sulcis, sempre in perdita, considerata la convenienza di fonti energetiche alternative a livello produttivo ed economico. Si apriva allora la strada al Piano Landi, commissionato dallo stesso esecutivo, che prevedeva di depotenziare la produzione e di licenziare più di 3.000 minatori per limitare le perdite della SMCS. In novembre, proprio mentre il Consiglio si apprestava a concedere all’azienda ulteriori anticipazioni, Carbonia, in agitazione per la programmata sospensione dal lavoro di 2.400 operai, sarebbe tornata al centro del dibattito in Senato e nell’assemblea regionale. Proposte due mozioni (del Gruppo misto, di PSI e PCI) il 19 novembre 1954 fu votato all’unanimità un ordine del giorno ancora una volta concordato tra i rappresentanti di tutti i gruppi consiliari (Deriu, Soggiu Piero, Marras, Colia, Frau, Pinna) nel quale si tornava a impegnare la Giunta nelle azioni utili a risolvere i problemi di Carbonia secondo le direttive impartite dal Consiglio, tenendo conto degli orientamenti emersi durante la discussione del disegno di legge per la soppressione dell’ACaI, relativamente all’attuazione — d’intesa con la Regione Sarda — delle iniziative industriali idonee a favorire la più larga utilizzazione dei prodotti nelle miniere carbonifere del Sulcis[164].
Il Consiglio si sarebbe pronunciato sulla questione nel febbraio 1955, ancora una volta con il voto unanime su un altro ordine del giorno, nel quale, gli esponenti di tutti i gruppi consiliari, richiamavano i deliberati già assunti[165]. La questione, tutt’altro che definita, si sarebbe riproposta tra accese polemiche in marzo, in seguito al prospettato licenziamento di altri 1.500 operai e alle proteste inscenate a Carbonia. Le sinistre presentavano una mozione nella quale dissentivano in maniera netta sul Piano Landi e criticavano l’operato del Governo e l’azione della Giunta, ritenuta sostanzialmente ininfluente. Bocciata la mozione delle sinistre, il Consiglio non trovava l’unità pregressa e il 9 marzo si esprimeva a favore dell’ordine del giorno concordato tra democristiani e sardisti, con l’appoggio del Gruppo misto. La maggioranza dell’assemblea, ritenuto che i licenziamenti fossero conseguenza del mancato accoglimento dei voti del Consiglio e dei suggerimenti della Giunta, oltre che dell’assenza di adeguati provvedimenti, riconfermava gli ordini del giorno già votati e, difeso l’operato della Giunta, la impegnava a proseguire nell’azione diretta ad ottenere che il Governo, in armonia con il Parlamento, predisponesse un piano di potenziamento e di sviluppo dell’industria carbonifera, sospendesse i licenziamenti e garantisse per le unità lavorative “esuberanti” l’applicazione delle «misure generali di salvaguardia» previste dalla convenzione per l’istituzione della CECA. Nello stesso giorno il Consiglio nominava una Commissione che, affiancata alla Giunta, si sarebbe adoperata per sospendere i licenziamenti, in attesa di provvidenze capaci di risolvere la situazione economica e sociale del bacino[166].
Condivise le scelte della politica economica nazionale, anche la maggioranza regionale conveniva sulla necessità che fosse ridotto l’impegno nell’industria carbonifera. Nella consapevolezza, tuttavia, che le decisioni conseguenti avrebbero potuto rendere più acuta la già grave crisi sociale e dare adito a nuove dure contestazioni nell’area sulcitana, si conveniva che, nell’immediato, il futuro delle maestranze fosse affidato ad un accordo sindacale tra l’azienda e le rappresentanze dei minatori. Alla fine dell’aprile 1955 l’intesa venne raggiunta: si sarebbe attuato il Piano Landi e la smobilitazione operaia sarebbe stata incoraggiata con le dimissioni volontarie e l’assegnazione di “superliquidazioni”[167]. Proprio per pagare queste competenze, il Consiglio, pur tra crescenti dubbi, avrebbe deciso di accordare ancora in giugno le anticipazioni necessarie alla SMCS.
La difficile situazione sociale di Carbonia si sarebbe riproposta nell’ottobre 1955 con la mozione del PCI proposta da Giuseppe Borghero, Giuseppe Colia e più, che, denunciati i 2.100 licenziamenti prospettati dalla SMCS, chiedeva l’intervento della Regione a difesa dell’occupazione e delle attività minerarie del Sulcis. Il quadro politico regionale era nuovamente cambiato con la formazione della Giunta Brotzu, un monocolore DC con l’appoggio esterno dei monarchici. La mozione non fu approvata, mentre ebbe esito positivo l’ordine del giorno di Venturino Castaldi (DC), Angelo Amicarelli (DC), Giovanni Frau (PNM) e Antonio Canalis (DC). Riconfermati «i voti ripetutamente espressi in ordine alle soluzioni di natura sociale ed economica da adottare per il definitivo ed efficiente riordinamento produttivo» della SMCS, ed evidenziati i danni che i licenziamenti avrebbero provocato, si impegnava la Giunta affinché insistesse presso il Governo ed il Parlamento perché il problema del Sulcis fosse studiato e risolto nel quadro del Piano di rinascita della Sardegna, perché si impedisse il ridimensionamento produttivo e si incrementasse il consumo e la vendita del carbone, specialmente con l’utilizzazione termoelettrica. In ultimo, però, approvate le perplessità sollevate dalla CECA e dai tecnici coinvolti a livello nazionale sull’opportunità di incentivare la produzione del carbone Sulcis e accettata, quindi, la prospettiva della smobilitazione del bacino minerario, si dava mandato alla Giunta perché sollecitasse la creazione di nuove attività economiche che offrissero stabile occupazione ai disoccupati e alle nuove leve di Carbonia, per attuare la riqualificazione industriale delle maestranze, specialmente dei giovani, e per costituire un Comitato di tecnici per lo studio urgente di una zona industriale preferenziale nel Sulcis, allo scopo di favorirne l’industrializzazione. In sostanza la maggioranza accantonava i piani che erano stati sostenuti in passato e con i quali si sarebbe riqualificata la produzione carbonifera, puntando a rimandare il problema ad una non meglio definita trasformazione industriale del Sulcis, in grado di assorbire la manodopera espulsa dall’industria carbonifera[168].
Contro il perdurare della crisi occupazionale, le maestranze e la cittadinanza di Carbonia tornarono a mobilitarsi durante la campagna elettorale per le politiche del 1958. La SMCS, in difficoltà per la crisi congiunturale del mercato del carbone, lamentava la giacenza di notevoli quantità di prodotto invenduto, manifestando la necessità di ricorrere a 1.600 licenziamenti e di bloccare le lavorazioni nella miniera di Cortoghiana. La protesta contro le decisioni unilaterali dell’azienda venne portata all’attenzione del ministro delle Partecipazioni statali dalla CGIL e dal Gruppo comunista alla Camera per ottenere il blocco dei licenziamenti e una commissione d’inchiesta, ma il Governo preferì disporre l’ennesimo provvedimento di legge tampone, assegnando 10 miliardi al risanamento dell’impresa.
Per nulla sanata la grave situazione, la questione si ripropose in giugno, nel pieno della crisi dell’esecutivo nazionale del democristiano Adone Zoli. Confermata la decisione del Governo e della SMCS in merito alla riduzione produttiva e al licenziamento dei 1.600 operai, si palesavano i limiti della politica governativa e regionale che avevano eluso ogni intervento strutturale contro il tracollo dell’industria carbonifera. Nell’agosto 1958 si sarebbe proceduto ai licenziamenti, seppure sotto forma di dimissioni concordate con le maestranze, obbligate, tuttavia, a trovare lavoro fuori Carbonia, se volevano riscuotere un terzo della liquidazione[169]. In risposta all’azione intrapresa dall’azienda, tornavano a elevare la protesta il Consiglio comunale e il sindaco di Carbonia, Pietro Cocco, che richiedevano la realizzazione della centrale termoelettrica prevista dal Piano Levi e progettata da tempo. Nonostante l’azienda e la Giunta regionale lasciassero intendere che la crisi di Carbonia si sarebbe risolta grazie alla costruzione della centrale, il PCI denunciava l’assenza di un progetto che affrontasse in modo organico non solo il problema della città sulcitana e dei minatori, ma più in generale le prospettive di crescita economica e sociale della Sardegna, nel cui quadro il Sulcis avrebbe dovuto occupare un posto significativo. Mentre il Movimento per la rinascita del Mezzogiorno, durante il Convegno tenuto a Bari nei giorni 28 e 29 agosto, solidarizzava con i lavoratori del Sulcis, si affacciava sempre più insistente il timore che la CECA spingesse il Governo a liquidare le miniere carbonifere sarde per l’eccesso di giacenze accumulate. Era, quindi, urgente che si desse attuazione all’investimento di 50 miliardi riservato alla costruzione della centrale. Sulla destinazione di queste risorse sarebbe intervenuto Renzo Laconi alla Camera, chiedendone conto al ministro Lami Starnuti durante la discussione del bilancio delle Partecipazioni statali[170]. La mobilitazione sarebbe proseguita e avrebbe trovato un importante momento di sintesi e di rilancio durante il Convegno unitario per la industrializzazione della Sardegna e lo sviluppo del bacino carbonifero, tenuto a Carbonia (22-23 novembre 1958) per sollecitare un’industrializzazione libera da monopoli e l’approvazione del Piano di rinascita.
Uno spiraglio alla crisi sarebbe giunto solo nel momento in cui la tanto attesa costruzione della supercentrale termoelettrica sarebbe stata finalmente inclusa, nel 1959, nei progetti esecutivi del Piano di rinascita definiti dal Gruppo di lavoro, il Comitato paritetico tra Stato e Regione costituito dal ministro per lo Sviluppo del Mezzogiorno Giulio Pastore e presieduto da Francesco Curato, incaricato di redigere un Rapporto conclusivo che, in termini operativi, avrebbe superato la mole di materiale investigativo raccolta dalla Commissione economica[171]. Sarebbe stato un passo importante per le lotte sostenute dai lavoratori di Carbonia e dal PCI sardo che, sin dal Congresso del popolo sardo, aveva ritenuto la realizzazione della supercentrale uno snodo centrale nel Piano di rinascita e una struttura essenziale per assicurare il futuro delle miniere, rompere il monopolio elettrico e sostenere il processo di industrializzazione dell’isola. La svolta si rendeva possibile solo in seguito al mutato clima politico, ai processi di differenziazione interna alla DC e allo schieramento su posizioni più favorevoli di alcuni ministri come Ferrari Aggradi e Pastore. Fu un risultato significativo che tuttavia non sarebbe servito a evitare il declino del bacino minerario, anche perché, in seguito, ad alimentare la supercentrale non sarebbe stato il carbone, bensì il più economico gasolio.
Le miniere di Carbonia, ormai destinate allo smantellamento, avrebbero aperto una ferita profonda nella comunità sulcitana e tra i minatori che, anche per effetto degli incentivi, sempre più numerosi avrebbero incrementato i flussi migratori verso i centri industriali del Nord Italia e dell’Europa centro-settentrionale. Con il ridimensionamento di questa pagina della più recente storia industriale dell’isola, si sarebbe disperso un patrimonio industriale di cui si erano sentiti parte attiva i tecnici, le maestranze minerarie e tutta la comunità cittadina, cresciuti nell’arco di pochi anni nella consapevolezza del proprio ruolo e nella volontà di mantenere radicata nel territorio la produzione carbonifera, in un’ottica non meramente subordinata alle logiche del mercato, che ne decretavano la sconvenienza rispetto a più vantaggiose fonti energetiche, ma secondo una logica interna alla cultura di una collettività profondamente legata al mondo minerario di cui si sentiva espressione e realtà sociale.
La crisi della terza Giunta Crespellani (25 luglio 1953 – 7 gennaio 1954) si era consumata sul bilancio del 1954, un bilancio la cui struttura e il cui limitato “peso” finanziario furono contestati dalle opposizioni: dal PSd’A, le cui preclusioni, però, parevano ridursi dinanzi alla possibilità di introdurvi delle modifiche, dal MSI e dalle sinistre, più decisi nel voto contrario. Le maggiori critiche di socialisti e comunisti si concentravano sull’entità delle entrate che continuavano a qualificare l’azione della Regione nei termini di una ordinaria amministrazione, insufficiente a fronteggiare le esigenze di un’isola che necessitava dell’attesa rinascita autonomistica: mancava al bilancio – sostenevano –e di conseguenza all’azione politica della Giunta, quel chiaro orientamento di difesa e potenziamento dell’autonomia che solo sarebbe potuto giungere una volta rivendicati allo Stato gli stanziamenti previsti dagli artt. 7, 8 e 13 dello Statuto speciale.
Il bilancio venne respinto il 23 dicembre 1953 durante un dibattito in cui, come Umberto Cardia (PCI) avrebbe ricordato nel luglio 1955, si evidenziò la necessità di superare l’angustia dei termini entro cui fino a quel momento si era posto il problema autonomistico, angustia che allora sarebbe stata spezzata, infranta da un poderoso slancio rivendicativo che animò l’intero Consiglio e che, indubbiamente, proveniva dal di fuori del Consiglio, e di cui il Consiglio non si fece altro che eco ed interprete. Slancio rivendicativo e pressione in merito alle condizioni reali della Sardegna, che tendevano a porre su basi nuove i rapporti tra la Regione ed il Governo centrale; tra la Regione e le classi dirigenti del nostro Paese; tra la Regione e lo Stato. E già allora, alla fine dell’anno 1953, si delineava vivamente l’esigenza di una concreta apertura politica verso gli interessi e le necessità delle grandi masse popolari della Sardegna, e di una concreta apertura politica verso le loro organizzazioni economiche e politiche[172].
Il 29 dello stesso mese l’esercizio provvisorio, valido per sessanta giorni, fu approvato a larga maggioranza, preceduto da un dibattito nuovamente acceso e critico nei riguardi della Giunta Crespellani. L’esecutivo fu impegnato a predisporre il nuovo bilancio entro la fine del gennaio 1954, ma il 6, inaspettatamente, il presidente presentò le proprie dimissioni, aprendo la strada alle consultazioni per la costituzione di un nuovo esecutivo[173].
Sulla scia delle istanze ricordate da Cardia, ormai improcrastinabile la necessità di «cambiare ritmo e sostanza all’azione autonomistica e di ricercare nel contatto con la lotta delle masse lavoratrici sarde […] un nuovo slancio di lotta per la rinascita e per la piena attuazione dell’istituto autonomistico sardo»[174], le sinistre proposero la nascita di una Giunta unitaria con l’obbiettivo di attuare finalmente il programma autonomista. Indirizzava in questo senso il clima maturato all’avvio della seconda legislatura, quando, a livello nazionale, sembrò farsi strada una nuova fase politica, favorita, in un paese fino ad allora pesantemente condizionato dal contesto internazionale, dal clima di distensione seguito alla morte di Stalin e alla fine del mandato del presidente statunitense Truman[175]. Nell’estate 1953 le dichiarazioni di Giuseppe Pella, al momento dell’insediamento del suo esecutivo, avevano incontrato il favore del segretario nazionale del PCI Palmiro Togliatti[176], ma la formazione di un Governo sostenuto dai monarchici e dall’astensione dei missini, aveva però costretto i comunisti a rivedere le aspettative di un’apertura a sinistra, che il PCI avrebbe appoggiato senza rinunciare all’unità d’azione con il PSI[177]. Emerse allora la necessità di rilanciare la prospettiva dell’«unità di forze democratiche» capaci di promuovere un «indirizzo nuovo alla politica italiana»[178], di elaborare iniziative comuni, concrete, focalizzate sulle questioni economiche e sulla lotta contro la miseria. L’impegno per il varo del Piano di rinascita e per la soluzione dei problemi economici e sociali determinò una prima presa di posizione unitaria di PSI e PCI, con la mozione su Carbonia del novembre 1953 e con quella sul banditismo presentata in Senato il 16 dicembre 1953. In seguito, nel marzo 1954, a Roma, presso la CGIL, tra PSI e PCI si sarebbe definita una linea comune per rilanciare un largo movimento, capace di sostenere a livello unitario e nazionale il problema dell’autonomia e della rinascita sarda.
Il progetto di una Giunta unitaria non ebbe seguito, per le preclusioni di cui erano espressione le correnti più conservatrici della DC[179]. La formazione del nuovo esecutivo si presentò alquanto complessa; mancati gli accordi con i monarchici e soprattutto con i sardisti – i contrasti con questi ultimi riguardarono la spartizione degli assessorati –, Alfredo Corrias, indicato come candidato dai vertici della DC, vinto il confronto interno con Giuseppe Brotzu, concordò con il partito la nascita di una “Giunta d’affari”, un esecutivo di breve respiro, sostanzialmente incaricato di predisporre il nuovo bilancio entro il 31 marzo 1954.
Il nuovo monocolore – con l’inserimento di un tecnico, l’ingegnere Carta, alla guida dell’assessorato dell’Industria – ottenne la fiducia il 20 febbraio 1954 [180], ma rispetto alla missione ricevuta, approvato il bilancio il 24 marzo 1954 rimase in carica sino al 23 aprile dello stesso anno.
Il bilancio venne varato dopo un breve confronto durante il quale DC, PNM e PSd’A si espressero a favore del disegno di legge, contrari, invece, MSI, PSI e PCI[181]. Luigi Pirastu (PCI) insisteva sulla costituzione di una Giunta unitaria per dare alla Sardegna un indirizzo autonomistico e avviare soprattutto il Piano di rinascita, con la richiesta dei primi finanziamenti sul bilancio nazionale. In questo senso giudicò positiva l’iniziativa promossa da Alfredo Corrias che, riuniti il 20 marzo deputati e senatori sardi accanto ai rappresentanti della Giunta regionale e ai capi dei gruppi consiliari, aveva avviato un confronto diretto proprio su questi temi[182]. Alla prima era seguita una seconda riunione, tenuta a Roma, durante la quale un maggior numero di deputati e senatori sardi avevano concordato nel chiedere di inserire gli stanziamenti per avviare gli studi sul Piano di rinascita nel bilancio nazionale in approvazione.
L’iniziativa, ricordata da Corrias il 23 aprile 1954 nel discorso che precedette le dimissioni della “Giunta d’affari”, pareva foriera di aperture verso una prospettiva politica maggiormente indirizzata in senso autonomistico. Proprio per queste ragioni, nonostante la Giunta si fosse già dimessa, PSI e PCI chiesero, ma non ottennero, che si aprisse un dibattito sulle dichiarazioni del presidente. L’iniziativa pareva essenziale sia perché si profilava la proposta di una nuova piattaforma politica, sia perché il confronto avrebbe potuto definire le indicazioni politiche capaci di superare la crisi nella quale la Regione si dibatteva dal 23 dicembre[183].
Presieduta ancora da Alfredo Corrias, la nuova Giunta che affiancava alla DC il PSd’A con Giangiorgio Casu e Pietro Melis – rispettivamente assessori all’Agricoltura e agli Enti locali e Trasporti –, nasceva in seguito ai complicati accordi per la spartizione degli assessorati, secondo le pretese espresse all’interno della DC e il compromesso raggiunto tra questa e l’alleato sardista.
Rispetto alle dichiarazioni programmatiche, le destre furono piuttosto critiche e con Bruno Bagedda (MSI) si rammaricarono che Corrias non avesse assunto un orientamento maggiormente aperto a destra, in senso decisamente anticomunista[184]. Gli esponenti del PCI avrebbero votato contro il nuovo esecutivo, ma per quanto critici con Basilio Cossu invitavano Corrias ad assumere impegni più chiari per la rinascita dell’isola. «Sulla via della rinascita – concludeva il consigliere comunista – potremo incontrarci»[185]. Per Carlo Sanna (PSI) con gli accordi raggiunti per la nuova Giunta si impediva «che quell’elemento di unità che si era costituito [in dicembre] si sviluppasse e diventasse veramente il fatto nuovo su cui potevano logicamente fondarsi le speranze […] per nuovi orientamenti della politica regionale», e si perseguiva la «combinazione politica» democristiano-sardista che aveva già fatto cattiva prova durante la prima legislatura, quando «l’autonomia ha perduto ogni carattere rivendicativo nei riguardi dello Stato italiano, carattere rivendicativo del quale è permeata l’essenza stessa dello Statuto speciale»[186]. Armando Zucca (PSI) non avrebbe lesinato le critiche: attribuita la responsabilità della crisi alle difficoltà interne alla DC, avrebbe fatto balenare il sospetto che il compito di Corrias fosse quello di «prendere tempo in attesa degli sviluppi della situazione nazionale» ed in particolare del V Congresso democristiano che si sarebbe tenuto tra il 26 e il 29 giugno 1954 [187].
La seconda Giunta Corrias sarebbe entrata in carica il 1° giugno 1954. Alla votazione il PSI si sarebbe comunque astenuto nell’intento di avviare un dialogo costruttivo con la parte più progressista della DC.
Durante l’anno in cui esplicò la propria attività la seconda Giunta Corrias (1° giugno 1954 – 13 giugno 1955) in un fitto susseguirsi di interpellanze, interrogazioni, mozioni e ordini del giorno[188], il Consiglio si confrontò su questioni concernenti la stessa assemblea – le indennità dei presidenti di Giunta e Consiglio, dei consiglieri regionali e del personale del Consiglio (L. R. n. 10 del 8 giugno 1954) e la pianta organica di questo ultimo (L. R. n. 12 del 7 giugno 1955) – l’agricoltura – attuazione della riforma agraria e distribuzione delle terre scorporate, concessione delle terre incolte, incremento del credito agrario, contributi per l’impianto di alberature (L. R. n. 12 del 15 giugno 1954), aiuti per le aziende colpite da eventi atmosferici o dalla siccità (L. R. n. 21 del 12 novembre 1954)[189], completamento della Carta geologica della Sardegna (L. R. n. 25 del 25 novembre 1954), valorizzazione agraria della Gallura e dell’Ogliastra, riforma dei patti agrari –, le industrie – la sugheriera (L. R. n. 22 del 27 maggio 1955) e la carbonifera e con gli annessi problemi dell’occupazione e della produzione, partecipazione della Regione agli utili delle imprese minerarie, protezione delle acque dall’inquinamento industriale (L. R. n. 6 del 20 aprile 1955), contributi per la costituzione di società industriali e di interesse turistico (L. R. n. 14 del 16 luglio 1954) –, l’artigianato (L. R. n. 1 del 9 febbraio 1955, L. R. n. 3 del 9 febbraio 1955, L. R. n. 2 del 20 gennaio 1955), i trasporti – strade rurali, linee ferroviarie, marittime (L. R. n. 17 del 20 luglio 1954 Estensione della L. R. n. 22 del 7 maggio 1953 n. 22), realizzazione e potenziamento di strutture portuali –, la scuola e la formazione universitaria – cattedre universitarie d’interesse regionale (L. R. n. 4 del 10 febbraio 1955) e pensionati per gli studenti universitari – la profilassi contro le malattie infettive e la gestione di istituzioni assistenziali e sanitarie come ospedali e brefotrofi (L. R. n. 9 del 8 aprile 1954), lo sviluppo del turismo, l’istituzione della provincia di Oristano, le condizioni economiche e sociali dell’isola de La Maddalena, il piano per risanamento edilizio e lo sviluppo economico e sociale del Comune di Sassari, la questione abitativa, e per la prima volta il tema della pace e dell’interdizione delle armi nucleari.
Temi rilevanti che la maggioranza affrontò anche per l’incalzare dell’opposizione, così relativamente a Carbonia e alla SMCS, ma anche, nell’ottobre 1954, per un intervento urgente contro la disoccupazione[190]. Tra le questioni più scottanti, quelle sollevate dalla popolazione contadina di Arborea e dei Comuni della Piana di Terralba, avrebbero comportato un nuovo confronto con lo Stato, ma soprattutto condotto l’assemblea a compiere un atto «squisitamente politico» – sottolineò Alfredo Corrias – «una risoluzione che ha una sua importanza: importanza politica, che riconferma un indirizzo politico sul quale concorda (e questo ritengo che sia l’aspetto veramente fondamentale delle conclusioni alle quali siamo arrivati) l’unanimità del Consiglio»[191].
L’unanime decisione politica, sul raggiungimento della quale Corrias volle insistere con particolare enfasi, venne raggiunta dal Consiglio chiamato a risolvere le questioni politiche, economiche e sociali concernenti i rapporti tra Stato e Regione sull’applicazione della legge “stralcio” di riforma agraria nella Piana di Terralba, le sorti della SBS, l’azienda agricola più importante della Sardegna, il futuro delle famiglie mezzadrili ingaggiate dalla SBS per l’attuazione della bonifica integrale e la colonizzazione[192], e ancora il riconoscimento delle istanze della popolazione contadina e bracciantile dei Comuni di Terralba, Marrubiu e San Nicolò d’Arcidano, segnata dal persistere della miseria, della precarietà lavorativa, se non della cronica disoccupazione.
Alla fine del secondo conflitto mondiale anche l’Oristanese, al pari delle altre aree agricole della Sardegna, era stato interessato dalle agitazioni organizzate dal movimento contadino. Le proteste avevano raggiunto anche l’area in cui sin dal 1918 la SBS si era insediata per attuare il progetto di trasformazione della Piana di Terralba. Nella propria tenuta l’azienda, comportandosi da padrona incontrastata, aveva strutturato e organizzato la vita e il lavoro delle famiglie mezzadrili ingaggiate quasi fosse un “novello feudo”, dotato di veri e propri confini entro i quali vigeva la sua “legge”, si batteva moneta e si limitava la mobilità persino interna[193]. Le richieste per l’attuazione dei decreti Gullo, del “lodo De Gasperi” e della legge “stralcio” di riforma agraria animarono le lotte nell’azienda. Il personale della SBS protestava per il miglioramento dei salari, ma erano soprattutto i mezzadri riuniti nell’omonima Lega, nata nel luglio 1945, a chiedere con decisione la modifica del loro contratto, per ottenere una nuova divisione del prodotto (53 per cento al mezzadro, 47 alla SBS) e per la revisione del calcolo delle scorte morte, il cui ammontare incideva sulla spartizione dei prodotti con l’azienda e provocava l’indebitamento dei coloni. Le proteste, organizzate anche nel settembre 1945 in occasione di una visita dell’Alto Commissario Pinna, interessarono inoltre la gran parte dei lavoratori di San Nicolò Arcidano, Marrubiu e Terralba, e proprio i contadini terralbesi, di contro al dilagare della disoccupazione, il 19 dicembre 1949, guidati dai comunisti Alfredo Torrente, Sebastiano Dessanay e Antonio Urraci, avevano sfilato per le strade di Arborea per ottenere l’assunzione nell’azienda agraria.
Rilevante e decisiva si sarebbe dimostrata la mobilitazione per l’applicazione della legge “stralcio”, di contro all’orientamento della SBS che riteneva di evitarne gli espropri in quanto azienda modello, ai sensi dell’art. 10 della stessa legge. Nel dicembre 1951, tuttavia, la Società fu compresa in un piano di scorporo predisposto dall’ETFAS che avrebbe riguardato ben 7.800 ettari. Il provvedimento aprì lo scontro tra l’Ente e la SBS, ma coinvolse anche i suoi mezzadri che per nulla rassegnati, riuniti nella loro Lega, riposta la speranza del proprio riscatto nell’assegnazione dei poderi, si mobilitarono per rimarcare che l’azienda non possedeva i requisiti richiesti dall’art. 10.
La questione coinvolse Governo e Parlamento: venne nominata una Commissione parlamentare che si avvalse di un comitato incaricato di esaminare la situazione sul campo. L’esecutivo temeva che la bonifica potesse essere pregiudicata dagli espropri, ma era chiamato ad affrontare una questione particolarmente scottante, determinata dalla grave situazione sociale presente in tutta la Piana di Terralba, e dalla mobilitazione contadina che reclamava la distribuzione delle terre a vantaggio non solo dei mezzadri, ma anche dei braccianti e dei contadini senza terra della zona, che al momento dell’insediamento della SBS erano stati discriminati nell’assegnazione dei poderi. Spingevano nella medesima direzione anche le amministrazioni di Terralba, il cui territorio in parte era stato sacrificato per istituire il Comune di Mussolinia-Arborea, e dei Comuni vicini, tutti decisi a risarcire con i terreni bonificati le comunità colpite da miseria e precarietà.
La SBS, ricorsa contro il piano di scorporo, nel settembre 1952 ottenne dal ministro dell’Agricoltura Amintore Fanfani l’annullamento del provvedimento e l’esonero dall’applicazione della legge “stralcio”. I mezzadri continuarono a protestare, organizzarono azioni di sciopero e di “non collaborazione” soprattutto dopo la visita dello stesso ministro che, assunta una posizione dilatoria, durante il comizio tenuto ad Arborea il 2 febbraio 1953, fu sonoramente fischiato per avere sostenuto che non erano ancora maturi i tempi per il “matrimonio” tra i mezzadri e la terra. Su indicazione di Fanfani la SBS, in attesa di ulteriori decisioni, restava esclusa dallo scorporo, con grande disappunto delle popolazioni della zona.
Il Consiglio regionale affrontò la questione già il 4 e 5 giugno 1952 – allora era in carica la seconda Giunta Crespellani, un monocolore DC nel quale all’assessorato dell’Agricoltura sedeva Giuseppe Brotzu –, in seguito alla mozione dei democristiani Giacomo Covacivich (sindaco di Arborea dal 1952 al 1954), Angelo Amicarelli, Giuseppe Masia e Pierina Falchi sull’applicazione della legge “stralcio” nei territori della SBS. Rispetto alla mozione che recepiva le proteste dei mezzadri e le istanze sollevate nella Piana Terralba, Covacivich, Amicarelli, Falchi, insieme agli esponenti DC Agostino Cerioni e Ignazio Serra, e al monarchico Enrico Pernis, presentarono poi un ordine del giorno che rinviava ogni decisione ai deliberati di una Commissione consiliare speciale istituita ad hoc per valutare la situazione di Arborea e l’applicabilità della “stralcio”. Sebastiano Dessanay, Armando Zucca e Alfredo Torrente, tornati a ribadire l’urgenza del varo della legge regionale di riforma agraria, firmatari di un altro ordine del giorno reclamavano, invece, una presa di posizione più radicale, ritenendo che tutta la proprietà della SBS dovesse essere trasferita all’ETFAS e da questo ai coloni. Intervenuto, il presidente della Giunta Crespellani manifestava seri dubbi sull’ordine del giorno delle sinistre e, condivise le posizioni più conservatrici presenti nella DC sui provvedimenti concernenti la redistribuzione delle terre e la revisione dei contratti agrari, si diceva «perplesso» anche sulla possibilità di attuare una riforma fondiaria regionale. Condivisa l’impostazione dell’ordine del giorno Covacivich e più, Crespellani riteneva in conclusione che «la Regione poteva seguire due vie per la risoluzione del problema: o chiedere un provvedimento speciale, dopo aver studiato tutti i particolari del problema, oppure, nell’ambito delle leggi esistenti, esigere dagli organi responsabili che la valutazione degli elementi sia fatta con particolare severità. Si potrebbe anche ottenere che vengano assegnati dei terreni ai mezzadri e ai contadini dei paesi vicini». Il PSd’A con Piero Soggiu si diceva contrario a entrambi gli ordini del giorno[194].
Fallito l’accordo tra i gruppi, vennero presentati tre ordini del giorno. Nel primo, poi approvato, firmato da Covacivich, Pernis e Soggiu – ma il sardista, in un secondo momento avrebbe ritirato la propria adesione, per firmare la proposta delle sinistre –, l’assemblea confidava nell’opera degli organi statali, che avrebbero vagliato la situazione della SBS in relazione alla sussistenza o meno delle condizioni richieste dalla legge per la configurazione di azienda modello, in modo che venissero considerati gli interessi dei mezzadri in armonia con quelli della collettività, e perché fossero create le condizioni per dare lavoro ai contadini senza terra dei Comuni vicini; auspicava inoltre che fossero assunte disposizioni perché Arborea mantenesse il carattere di azienda unitaria, così come era allora. Con il secondo, firmato da Pernis, Soggiu, Covacivich, Cerioni, approvato anch’esso, si proponeva l’istituzione di una Commissione consiliare speciale incaricata di esaminare la situazione di Arborea, sia in rapporto all’applicabilità della legge “stralcio”, sia in ordine alle condizioni economiche, igieniche e sociali dei mezzadri e dei lavoratori agricoli, al fine di acquisire elementi sicuri, necessari a orientare la Regione e quelli che quest’ultima avrebbe dovuto suggerire alla Commissione parlamentare.
Le sinistre si espressero contro il primo ordine del giorno che insisteva sulla necessità di mantenere il carattere di “azienda unitaria”, questione sulla quale la SBS batteva strumentalmente per ottenere l’esonero dall’esproprio. Con un proprio ordine del giorno, il terzo, Torrente e Zucca, ai quali si unì anche Soggiu, insistevano invece perché, nell’attesa di approvare la legge regionale di riforma agraria, non venisse eluso lo scopo della legge “stralcio” con l’applicazione dell’art. 10, ma trovassero soddisfazione i legittimi interessi della popolazione contadina della Piana; auspicavano inoltre la costituzione di singole proprietà contadine capaci di assicurare produttività e reddito, e che fosse mantenuto il carattere unitario alle aziende e gruppi di aziende che si sarebbero costituite[195].
La Commissione consiliare speciale venne costituita, ma intervenuta la fine della prima legislatura i suoi lavori furono interrotti.
La soluzione ai problemi di Arborea parve concretizzarsi nel momento in cui l’IRI manifestò l’intenzione di liberarsi della SBS, prospettandone l’acquisto all’ETFAS. La proposta era stata resa nota da Enzo Pampaloni, presidente dello stesso Ente: «In questi ultimi tempi l’IRI – evidenziava al consiglio d’amministrazione – è venuta nella determinazione di alienare i due principali complessi agricoli facenti parte del proprio patrimonio, e cioè la società di Maccarese e di Arborea […] la seconda non è così semplicemente frazionabile e pertanto il Governo pare orientato nel senso di cederla all’ETFAS perché esso vi attivi quelle finalità di formazione di piccola proprietà coltivatrice che […] non paiano altrimenti realizzabili»[196]. La prospettiva incontrò la resistenza dei dirigenti della Società, la reazione dei Comuni limitrofi e la contrarietà dei contadini della zona, più propensi agli espropri, piuttosto che a divenire assegnatari dell’ETFAS. Il passaggio veniva invece apprezzato dai mezzadri che si mobilitarono con il supporto di Covacivich e dell’Opera salesiana, mentre la dirigenza della SBS ricorse all’appoggio delle forze politiche più conservatrici. Si scatenò un vero e proprio scontro tra mezzadri, contadini, lavoratori agricoli esterni all’azienda e dirigenza che solo l’intervento della Federterra evitò che degenerasse.
La Commissione consiliare era stata ricostituita con Giovanni Cadeddu (DC), Giovanni Frau (PNM), Gavino Pinna (MSI), Nicolino Sassu (DC), Alfredo Torrente (PCI), Armando Zucca (PSI) e presieduta da Piero Soggiu (PSd’A). Ormai accreditato dal Governo il passaggio della SBS dall’IRI all’ETFAS, a carico della Commissione restavano da esaminare e accertare le condizioni economiche, igieniche e sociali dei mezzadri e dei lavoratori agricoli, per acquisire gli elementi di giudizio necessari a orientare la Regione e gli organi dello Stato. Nel luglio 1954 il Consiglio si espresse sui lavori della Commissione[197]. Nella relazione finale si era concordato che le terre, dietro pagamento di rate annuali, dovessero essere distribuite tra i coloni, i compartecipanti di Arborea, i contadini e i braccianti dei paesi circonvicini; che un consorzio costituito fra gli assegnatari avrebbe assicurato l’unità aziendale, soprattutto per la manutenzione delle opere di bonifica; che la distribuzione delle terre potesse realizzarsi con il trasferimento della SBS all’ETFAS il quale, sotto il controllo della Regione e sentito il parere di una Commissione elettiva composta di mezzadri e lavoratori, si sarebbe limitato all’assegnazione delle terre, al completamento dell’opera di bonifica e ai lavori di trasformazione. L’intervento di Soggiu completò la relazione offrendo un quadro delle pesanti condizioni di vita e di lavoro a cui erano sottoposti i mezzadri della SBS, 700 famiglie di coloni che si erano avvicendate nella tenuta fino a stabilizzarne 264, e dava ampi ragguagli sia sulla grave situazione economica e sociale in cui si trovavano i Comuni vicini e la popolazione contadina, sia sulla struttura e le attività dell’azienda, che si estendeva su 10.400 ettari, di cui 2.400 in corso di trasformazione, mentre negli 8.000 già trasformati erano stati realizzati 264 poderi, 2.320 ettari erano invece condotti a colonia parziaria, 1.408 gestiti in economia dalla società, 1.159 occupati da fasce boschive e 970 non erano coltivabili[198].
Nel dibattito che seguì vennero richiamate le tesi del ministro dell’Agricoltura Giuseppe Medici[199] che, subentrato a Fanfani, giunto in Sardegna per esaminare la situazione, aveva avuto una riunione in Consiglio di cui il presidente Corrias aveva offerto un ampio resoconto il 9 giugno 1954 [200]. Di parere opposto rispetto al suo predecessore, Medici, favorevole alla diffusione della piccola proprietà contadina, aveva sostenuto la necessità di dare un nuovo assetto all’azienda di Arborea e di provvedere alla consegna delle terre ai contadini. Il Governo, salvo diverso parere della Regione, guardava con favore alla cessione di tutto il pacchetto azionario dell’azienda dall’IRI all’ETFAS. Quest’ultimo avrebbe dovuto trasferire senza dilazione le terre ai mezzadri, ai compartecipanti, ai braccianti, a quanti vi avevano lavorato sotto qualsiasi forma. Il trasferimento sarebbe stato effettuato a un prezzo politico, non tenendo conto del valore reale dei poderi, valore che in gran parte era dovuto al lavoro di quanti ne sarebbero divenuti proprietari. La soluzione del problema di Arborea si sarebbe raggiunta unitamente al soddisfacimento delle esigenze dei Comuni di Marrubiu, Terralba e San Nicolò d’Arcidano, in modo che i disoccupati di quei paesi potessero trovare impiego nelle bonifiche di Arborea, o in bonifiche da eseguirsi. Con la cessione avrebbe dovuto essere integralmente rispettata l’unità dell’azienda, mantenuto ed anzi incrementato il livello produttivo della stessa, individuando le soluzioni più consone a ottenere questo risultato.
Il dibattito consiliare si sarebbe concluso il 24 luglio. L’azienda sarebbe passata dall’IRI all’ETFAS e sebbene su questo passaggio fossero emersi dubbi e perplessità, il presidente Corrias sottolineava soprattutto che sul problema di Arborea era stato raggiunto un importante risultato politico, un indirizzo sul quale concordava l’unanimità del Consiglio. Le decisioni dell’assemblea maturavano tenuto conto delle indicazioni del ministro Medici e della Commissione speciale. Restavano da risolvere le questioni relative alla cessione gratuita o meno dei terreni e al controllo degli organi regionali sull’ETFAS.
Furono presentati diversi ordini del giorno poi ridotti a quattro: il primo firmato da Diaz insisteva sulla tutela assistenziale e previdenziale dei futuri piccoli coltivatori diretti; il secondo, firmato da Piero Soggiu (PSd’A), Francesco Deriu (DC), Bruno Bagedda (MSI), Elio Giua (PNM) e, in subordine, Torrente e Zucca, approvava la relazione della Commissione e impegnava la Giunta ad appoggiarne le conclusioni presso il Governo. Nel terzo, presentato da Torrente e Zucca la Giunta avrebbe dovuto sostenere presso l’esecutivo nazionale che, in linea principale, l’assegnazione della terra ai contadini dovesse avvenire a titolo gratuito, condivisi gli altri punti conclusivi della relazione della Commissione speciale. Il quarto, a firma di Giua e Bagedda, richiamandosi alle dichiarazioni del ministro Medici, impegnava la Giunta ad adoperarsi perché nel caso fosse corrisposta all’IRI una somma per la cessione del pacchetto azionario della SBS, questa fosse reinvestita in iniziative industriali in Sardegna. Non venne approvata la proposta di Torrente e Zucca, mentre l’assenso andò gli altri tre ordini del giorno[201].
Tra luglio e agosto 1954 si conclusero le trattative per la cessione dell’azienda e del pacchetto azionario della SBS all’ETFAS e si insediò il nuovo consiglio d’amministrazione. A partire dal dicembre 1954, l’Ente avviò l’acquisizione della proprietà terriera della SBS. In attesa che si perfezionassero gli atti di compravendita stipulati dall’ETFAS, sin dal 1° gennaio 1955 ai mezzadri si riconobbe la proprietà dei poderi assegnati e che, in qualità di assegnatari, sarebbero confluiti nelle cooperative create dall’Ente. Le aree che la SBS non aveva ripartito a suo tempo, come le terre dell’ex stagno del Sassu e i vigneti, sarebbero state divise in quote e assegnate ai contadini di Terralba, Marrubiu e San Nicolò d’Arcidano, anch’essi associati in cooperative.
In conclusione, superate le incertezze iniziali e soprattutto i dubbi sorti nella maggioranza governativa e regionale in merito alla possibilità che con la distribuzione delle terre venisse meno l’unità produttiva nell’ambito dell’area di bonifica, tutte le forze politiche avevano riconosciuto la validità dell’applicazione della legge “stralcio” ad Arborea. Poiché l’obbiettivo principale condiviso dagli esponenti DC più vicini a Segni, era la diffusione della piccola proprietà contadina riunita in cooperative, il passaggio dall’IRI all’ETFAS avrebbe assicurato questo risultato e si sarebbero sanate almeno in parte le aspettative dei mezzadri e dei contadini senza terra.
Nel passaggio da mezzadri ad assegnatari i coloni, pur emancipati dalle dure condizioni del contratto mezzadrile, furono tuttavia costretti a riscattare i loro poderi nell’arco di trent’anni, privati del legittimo riconoscimento del lavoro profuso nella sistemazione e trasformazione produttiva degli stessi, assente qualsiasi forma di valutazione relativa agli anni di estremo sfruttamento vissuti sotto il controllo “feudale” dell’azienda.
La vicenda della SBS si chiudeva solo sul piano formale, in realtà ancora per diverso tempo le strutture, l’organizzazione e finanche gli uomini dell’azienda sarebbero rimasti al loro posto, continuando a dirigerne l’attività anche dopo il passaggio all’ETFAS. Per molto tempo la Regione non sarebbe riuscita a porre sotto controllo l’ETFAS e neppure la SBS che, ancora per tutti gli anni Cinquanta, come durante il ventennio, sarebbe rimasta chiusa e isolata, consentendo anche a diversi ex gerarchi fascisti di nascondersi al suo interno proprio perché preclusa ai più[202].
Al pari di quanto era avvenuto per il bilancio del 1954, anche l’approvazione del documento finanziario stilato per il 1955, raggiunta il 30 dicembre 1954 soprattutto grazie all’appoggio sardista, suscitò un’accesa discussione che riguardò non solo l’indirizzo della seconda Giunta Corrias, ma più complessivamente l’azione politica della Regione a sei anni dalla nascita dell’istituto autonomistico.
Il nuovo bilancio prevedeva entrate superiori al precedente: quasi 20 miliardi rispetto ai precedenti 6, soprattutto grazie ai contributi straordinari che, pari a 7 miliardi e più, iscritti nel bilancio in armonia col principio della solidarietà nazionale, sancito dall’art. 7 dello Statuto e in attuazione dell’art. 8 dello stesso, avrebbero dovuto essere assegnati dallo Stato alla Regione per la realizzazione di cinque piani particolari, riguardanti opere di trasformazione fondiaria, mattatoi e ambulatori comunali, opere pubbliche d’interesse turistico ed edilizia scolastica elementare[203].
L’inserimento dei piani particolari rispondeva alle richieste reiterate dalle sinistre, ma non fu sufficiente ad assicurare il loro voto favorevole. Le critiche al bilancio furono trasversali: da quelle espressione di «una pura opposizione politica» (Francesco Caput e Bruno Bagedda MSI), a quelle sull’assenza di previsioni d’intervento capaci di fronteggiare le gravi questioni economiche e sociali riguardanti sia l’agricoltura (Giuseppe Asquer PSI, Alfredo Torrente PCI), sia l’industria per lo sviluppo della quale mancava un piano straordinario (Luigi Marras PCI), sia i trasporti (Giuseppe Colia PSI), sia il turismo (Giovanni Maria Cherchi PCI), e ancora la disoccupazione (Carlo Sanna PSI), gli enti locali (Basilio Cossu PCI) e gli enti pubblici, come l’ETFAS, sui quali la Regione non riusciva a esercitare alcun controllo (Torrente PCI). Quanto ai piani, ritenuti inadeguati rispetto al grave quadro economico, si dubitava che le somme previste sarebbero state rese disponibili e che il Governo avrebbe adempiuto agli obblighi previsti dall’art. 8 dello Statuto (Girolamo Sotgiu PCI). Né fu meno dura la critica espressa sui “silenzi” in merito alla crisi di Carbonia e al varo del Piano di rinascita, critica rivolta soprattutto a Nino Campus, vicepresidente della Commissione economica di studio, limitatosi ad enunciare che nel Piano sarebbero confluiti per essere risolti «tutti i vari problemi dell’isola»[204].
A rammaricarsi per l’indirizzo politico assunto dalla Giunta fu soprattutto il PSI con Sanna, relatore di minoranza. All’inizio del 1954, sottolineava, dopo il voto del 23 dicembre 1953, il Consiglio aveva raggiunto «una posizione di forza» che avrebbe consentito la «creazione di un Governo regionale basato sulla unità sostanziale» esistente nell’assemblea. Con l’approvazione delle iniziative della “Giunta di affari” era emersa la convinzione che bisognasse «uscire finalmente dagli schemi consueti della politica di ordinaria amministrazione», ma la DC non era stata in grado di fare proprio l’indirizzo del Consiglio[205].
Nel giugno 1955, a un anno dall’avvio, entrò in crisi la seconda Giunta Corrias. A determinare il nuovo stallo furono le dimissioni da consigliere presentate dallo stesso Corrias che fecero scattare automaticamente la decadenza del suo mandato da presidente. Irremovibile nella decisione, nonostante i tentativi promossi da tutti gli schieramenti, il presidente in una lettera dell’8 giugno attribuì le ragioni del proprio atto alla «sdegnata protesta» contro il disconoscimento dei diritti e delle rivendicazioni della Sardegna da parte dell’amministrazione centrale dello Stato; contro «l’ostinato sottrarsi agli impegni costituzionali» sanciti e riconosciuti; contro l’«inaccettabile discriminazione degli interventi statali ai continui danni della Sardegna»; contro la leggerezza dei governanti che sostenevano tesi in contrasto con i provvedimenti promanati dalla loro stessa iniziativa; contro quanti rinunciavano alla tutela delle rivendicazioni dell’isola, in quanto diritti, «per ridurla in termini di favore personale»[206].
La denuncia di Corrias, grave e a tutto campo, incideva sulle vicende dell’isola in un momento in cui il quadro economico e sociale appariva particolarmente problematico: difficile la situazione dell’agricoltura, per la quale non era stata predisposta la riforma agraria regionale; terribili le condizioni della pastorizia e della aziende pastorali sulle quali avevano inciso la persistente siccità e le brinate; estremamente angosciosi i dati sul numero crescente dei sottoccupati e dei disoccupati che, al principio del 1954 erano divenuti 43.329, pari al 10 per cento della popolazione attiva, e ingrossavano in misura crescente i flussi migratori; basso il tenore di vita della popolazione, specialmente delle campagne; sempre più emergenziale la situazione dell’industria carbonifera, lontana dall’essere il fulcro delle risorse energetiche funzionali alla rinascita industriale dell’isola; ancora inevasa la richiesta dei fondi rivendicati per l’attuazione del Piano di rinascita e vanificata anche quella relativa ai cinque piani particolari inseriti nel bilancio regionale.
Proprio i contrasti relativi ai piani particolari sorti tra il Governo e la Giunta Corrias contribuirono alla crisi dell’esecutivo sardo. Quest’ultimo, collegati i piani al Piano di rinascita, nel richiedere il finanziamento di tutti aveva iscritto le somme preventivate per la attuazione dei primi in un capitolo speciale del bilancio 1955. Con questo atto, senza coinvolgere il Consiglio, la Giunta aveva prospettato direttamente al Governo la necessità di finanziare i piani sotto il profilo della normalità costituzionale e dell’attuazione dello Statuto, considerato che nel bilancio dello Stato esisteva una voce specifica alla quale fare riferimento: il Fondo per l’attuazione dell’ordinamento regionale. Nel marzo 1955 il finanziamento era stato negato dal Governo Scelba, con una dura dichiarazione del ministro del Tesoro Silvio Gava che aveva messo in dubbio persino l’invio dei piani da parte della Giunta.
Divenute critiche le tensioni esistenti tra l’istituto autonomistico e il Governo, che ora investivano il bilancio approvato dalla Regione, i comunisti Giovanni Lay, Sebastiano Dessanay, Luigi Pirastu, Umberto Cardia e Luigi Marras presentarono in aprile una mozione che intendeva indurre la Giunta Corrias a una decisa azione politica a tutela dei diritti costituzionali della Sardegna, sanciti dallo Statuto speciale. Per la difesa degli stessi, secondo quanto indicava la mozione, il Consiglio impegnava la Giunta a ottenere dal Governo l’erogazione dei finanziamenti per i piani particolari. A sostegno dell’iniziativa e con il proposito di affermare l’unità d’intenti tra le forze politiche sarde, i firmatari della mozione proponevano di riunire insieme parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti di Comuni e Province dell’isola[207].
La mozione non fu discussa per volontà della Giunta, né si poté organizzare la riunione prospettata che – avrebbe ricordato Cardia diversi mesi più tardi quando la mozione fu discussa – «avrebbe potuto presentare la Sardegna intera unita intorno alla Giunta, di contro alla repulsa grave che veniva da parte del Governo centrale»[208], obbiettivo unitario che evidentemente Corrias preferì non perseguire nella convinzione di trovare una mediazione che non sancisse l’evidenza dello scontro. La crisi invece non si risolse e la vicenda, insieme alle altre che avevano reso molto problematici i rapporti dell’istituto autonomistico con Roma, andò a completare le ragioni della frattura culminata con le dimissioni di Corrias, radicate nelle denunce formulate nella lettera dell’8 giugno che, fatta luce su un quadro politico imbrigliato tra i contrasti con il Governo e l’amministrazione statale e le tensioni interne alla DC, provocarono lo scioglimento del Comitato regionale DC, la nomina di Crespellani come commissario straordinario, incaricato di porre fine ai contrasti presenti nel partito, e infine l’arrivo nell’isola di un rappresentante della direzione nazionale DC.
Fallite le trattative per una nuova Giunta DC-PSd’A – era mancato l’accordo sulla figura dell’assessore all’Agricoltura –, ottenne invece l’appoggio esterno dei monarchici la prima Giunta Brotzu, un monocolore DC che entrò in carica il 13 luglio 1955.
Tra le questioni che avevano concorso a esacerbare i rapporti con Roma, assunsero un rilievo significativo anche quelle relative agli istituti di credito e agli statuti del CIS (Credito Industriale Sardo) e del Banco di Sardegna, per il ruolo che ad essi sarebbe spettato nello sviluppo economico dell’isola, e soprattutto a vantaggio dell’industrializzazione, settore verso il quale anche nell’isola si incominciava a guardare con maggiore attenzione, sulla scia della politica economica nazionale[209].
All’avvio della prima legislatura, le interpellanze di Sebastiano Dessanay (PCI) e Pietro Melis (PSd’A) avevano dato voce alle preoccupazioni sorte in merito alla stentata attività del Banco di Sardegna che, rispetto alla legge istitutiva del 1944, ancora nel 1949 poteva contare solo su una sezione speciale di credito industriale. Il presidente Crespellani (DC) e l’assessore all’Industria Piero Soggiu (PSd’A) avevano assicurato il proprio impegno perché fosse data piena attuazione all’istituto: i ritardi accumulati, affermavano, erano dipesi dalla «complessa situazione bancaria» del paese e, nello specifico, dalle «limitate competenze statutarie della Regione nell’esaminare il problema del Banco di Sardegna», dagli ostacoli frapposti dal Comitato interministeriale per il credito e infine dalla Banca d’Italia «opposizione, quindi, non politica, ma burocratica»[210]. La Giunta, che aveva ammesso di avere le mani legate dalla burocrazia romana, confidava tuttavia nell’unità d’indirizzo del Consiglio per sostenere che il Banco potesse assumere le vesti dell’istituto finanziario progettato per la modernizzazione dell’isola.
L’iniziativa sarebbe rimasta nelle mani del Governo che, con la L. n. 298 del 11 aprile 1953 Sviluppo delle attività creditizie nel campo industriale nell’Italia meridionale e insulare, intese favorire la diffusione di istituti di credito e casse di risparmio a supporto degli investimenti. Il provvedimento prendeva forma nel momento in cui si andavano concretizzando le premesse di quel “miracolo” economico nazionale che avrebbe dato vita a uno straordinario processo di trasformazione, accompagnato, tuttavia, da forti squilibri e dal persistere di ampie sacche di miseria e arretratezza. Al “miracolo” italiano avrebbero contribuito la generale ripresa dell’economia mondiale e, a livello nazionale, l’espansione della grande industria, in particolare il consolidamento di quella pubblica, rilanciata da Oscar Sinigallia, e il rafforzamento della privata guidata dalla Fiat, la nascita dell’ENI di Enrico Mattei, lo sviluppo delle infrastrutture, la crescita e il successo degli scambi commerciali favoriti dalla competitività dei prezzi, lo sfruttamento dell’ampia disponibilità di manodopera a basso costo, la contenuta attività sindacale e, non in ultimo, la politica di sostegno all’industrializzazione del Mezzogiorno e delle isole[211].
Nell’intento di riequilibrare in prospettiva nazionale «i livelli di disomogeneità economica», il Governo aveva assunto come obbiettivo «il completamento dell’offerta dei servizi creditizi a sostegno dello sviluppo delle aree economicamente arretrate mediante alcuni specifici strumenti integrativi delle fragili forze del mercato (comprendenti i finanziamenti agevolati e i contributi a fondo perduto)»[212]. A queste finalità intese rispondere la proposta inviata dall’esecutivo al Parlamento che sarebbe stata approvata con la L. n. 298. La norma stabiliva, nella prima parte, che il credito a piccole e medie imprese industriali sarebbe stato erogato da specifici istituti di diritto pubblico, alcuni dei quali, preesistenti, venivano riordinati – l’ISVEIMER per l’Italia meridionale e l’IRFIS per la Sicilia –, mentre si costituiva ex novo il CIS per la Sardegna; la seconda parte del testo trattava le questioni del credito concernenti la Sardegna, prevedendo la fusione del Banco di Sardegna con l’ICAS[213].
La proposta giunse all’assemblea regionale sarda nel febbraio 1953, prima dell’approvazione in Parlamento, suscitando il disappunto dei più, soprattutto perché nella formulazione della norma non era stata coinvolta preventivamente la Regione, in base alle prerogative statutarie in materia di istituzione e ordinamento degli enti di credito agrario, delle casse di risparmio e delle altre aziende di credito di carattere regionale. Intorno alla questione e dinanzi alla prospettiva che si costituisse un unico istituto di credito dotato di una sola sede, emersero i dissapori, intrisi di provincialismo, tra gli esponenti sassaresi e cagliaritani della DC che rivendicavano per le loro città la sede del nuovo organismo. Si temeva inoltre il ridimensionato dell’ICAS, il cui ruolo specifico nell’erogazione del credito agrario era rilevante in un’isola a prevalente vocazione agraria; le preoccupazioni in tal senso prevalevano tra i sassaresi, giacché gli interessi della proprietà fondiaria erano prevalenti nel Nord Sardegna, mentre nell’area urbana cagliaritana si concentravano per lo più gli affari delle imprese industriali e commerciali.
Durante il dibattito consiliare, le sinistre evidenziarono che anche in questo caso, come in occasione della riforma agraria, la Regione fosse stata preceduta dall’iniziativa governativa, e che, di contro al monopolio esercitato dalle banche continentali, essa avrebbe dovuto sostenere la realizzazione di un unico istituto di credito, articolato in più sezioni, un obbiettivo che, tenuto conto della proposta governativa, pareva divenuto impraticabile per la polemica di campanile sorta tra Sassari e Cagliari. Quanto al CIS, che avrebbe attinto la sua capacità finanziaria dai fondi messi a disposizione dalla CASMEZ, esse dubitavano della sua efficacia, considerandolo piuttosto, un altro ente destinato a svolgere un’azione fiancheggiatrice a favore della DC. Ritenevano, invece, che il Banco dovesse continuare a sussistere per esercitare tutte le sue funzioni e che l’ICAS dovesse conservare la sua struttura e disciplina, fino a quando la Regione non avesse disposto diversamente, con un’apposita legge. Anche il PSd’A esprimeva alcune riserve sul progetto governativo; guardava con favore alla costituzione del CIS, ma senza condizionarla alla soppressione della sezione di credito industriale del Banco; approvava la fusione di quest’ultimo e dell’ICAS in un unico istituto che, conservate le facoltà di entrambi, dovesse organizzarsi come un’azienda bancaria propriamente detta, con l’esercizio del credito ordinario, una sezione di credito agrario e una di credito industriale, suddividendo le sedi tra Cagliari e Sassari[214].
Le proposte di PSI, PCI, e PSd’A, espresse nei rispettivi ordini del giorno, non furono accolte. Fu invece approvato l’ordine del giorno, proposto dai consiglieri DC Venturino Castaldi, Giacomo Covacivich, Nino Costa, Pio Pasolini, Angelo Amicarelli, Ignazio Serra, Antonio Gardu, Pierina Falchi, Eufemia Sechi, Giuseppe Masia, Angelo Giua e del monarchico Enrico Pernis, che riconosceva l’opportunità dell’iniziativa dello Stato a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno e delle isole, ma biasimava il mancato preventivo coinvolgimento della Regione. L’ordine del giorno proseguiva auspicando, da una parte, che il CIS potesse esercitare il credito industriale e avesse un consiglio di amministrazione formato esclusivamente da rappresentanti di Enti pubblici (escludendo quindi la Banca di Sassari, prevista nel progetto), nel quale la Regione doveva avere una rappresentanza adeguata all’importanza delle sue funzioni e del suo apporto finanziario, e dall’altra che il Banco conservasse il diritto ad esercitare il credito industriale tramite la speciale sezione e mantenendo la gestione a stralcio dei fondi già affidatigli dallo Stato per l’industrializzazione della Sardegna; che l’ICAS, conservate funzioni e struttura, potesse praticare anche il credito ordinario; che l'esercizio di quest’ultimo da parte del Banco e dell’ICAS dovesse attribuirsi con un unico provvedimento adottato di intesa con la Regione[215]. La coesistenza del Banco e dell’ICAS, entrambi operanti nell’esercizio del credito ordinario, costituiva la chiave di volta del compromesso tra gli opposti interessi di sassaresi e cagliaritani, tutti rappresentati tra i firmatari dell’ordine del giorno.
La questione sarebbe tornata alla ribalta nel marzo 1954 quando era in carica la “Giunta d’affari” di Alfredo Corrias. Il Consiglio, orientato a impugnare la L. 298, approvata nel frattempo dal Parlamento, fu chiamato a dibattere sugli statuti del CIS e del Banco e sulla proposta di legge Serra che fissava la Partecipazione della Regione al fondo di dotazione del CIS e determinazione della misura, in ottemperanza a quanto stabilito nello statuto dell’istituto. Il 31 marzo l’assessore all’Industria Mario Carta difese l’operato della Giunta e sottolineò l’insoddisfazione della stessa rispetto ai due statuti proposti dalla «burocrazia centrale e dallo Stato». Il Governo non aveva accettato le richieste sarde: non aveva consentito alla sopravvivenza della sezione di credito industriale del Banco e la Regione, malgrado la contrarietà espressa, aveva dovuto «subire» la fusione tra il Banco e l’ICAS – una conditio sine qua non perché la Sardegna avesse un istituto in grado di esercitare il credito ordinario –, né aveva visto riconosciute le proposte relative al CIS. Era necessaria una presa di posizione unitaria del Consiglio, perché, modificato lo statuto, il CIS divenisse un istituto capace di rispondere alle esigenze dell’isola[216].
Furono approvati due ordini del giorno con i quali il Consiglio intese riaffermare le prerogative dell’istituto autonomistico. Con il primo, a firma dei consiglieri DC Venturino Castaldi e Ignazio Serra, dei comunisti Umberto Cardia, Giuseppe Colia, del monarchico Enrico Pernis e del sardista Pietro Melis, la Giunta fu impegnata a impugnare la L. 298 per difendere i diritti e le prerogative statutarie, pur nella consapevolezza che l’iniziativa avrebbe dovuto attendere l’istituzione della Corte costituzionale; a deliberare e provvedere per chiedere la sospensiva del secondo titolo della L. 298 – quello relativo alle questioni sarde – in conformità al disposto dell’art. 51 capoverso dello Statuto; a predisporre le iniziative legislative e politiche per regolare a livello regionale il sistema creditizio e bancario. Con il secondo, firmato da Castaldi, Serra e Pernis, si resero più evidenti i contenuti della trattativa: la Giunta fu impegnata ad avvallare gli statuti dei due istituti, ma solo se fossero stati accettati gli emendamenti proposti dal Consiglio: al CIS si sarebbe attribuito anche il credito di esercizio; la Regione avrebbe partecipato al fondo di dotazione (nella misura del 40 per cento, sino ad un massimo di lire 400 milioni) e al fondo speciale dello stesso istituto, destinando alla costituzione dei medesimi i fondi costituiti dalla Regione presso la sezione di credito industriale del Banco; nella composizione del Consiglio d’amministrazione del CIS la Regione avrebbe dovuto avere una rappresentanza numerica pari a quella della CASMEZ; la Regione avrebbe fornito garanzia per l’emissione da parte dello stesso istituto di particolari serie di obbligazioni. Il 1° aprile la proposta di legge Serra veniva varata con il titolo: Partecipazione della Regione ai fondi di dotazione e speciale prestazione di garanzie per emissioni di obbligazioni del CIS[217]. Il Governo rinviò il provvedimento e l’assemblea, accettate alcune modifiche, per evitare ulteriori lungaggini approvò il 21 luglio 1954 la L. R. n. 20.
L’esecutivo nazionale, esaminate le richieste sullo statuto del CIS, inviò nel novembre 1954 delle controproposte. Tra Governo e Giunta – nel frattempo si era costituita la seconda Giunta Corrias, formata da DC e PSd’A (1° giugno 1954 – 13 giugno 1955) –, riferiva Castaldi, si dissentiva su tre questioni: sull’affidamento al CIS del credito di esercizio; sulla parità tra Regione e CASMEZ nella partecipazione al capitale dell’istituto, giacché la Cassa e il ministero del Tesoro ritenevano che alla prima spettasse un margine di superiorità, per le risorse che avrebbe assicurato; le medesime ragioni facevano sì che nel consiglio di amministrazione fosse negata la rappresentanza paritaria tra la stessa e la Regione[218]. Mentre per Castaldi bisognava accettare le indicazioni del Governo, ma impegnare la Giunta a trattare sulle ultime due questioni, le sinistre respinsero le controproposte governative. Per Cardia bisognava procedere con decisione nella battaglia politica autonomistica, nel rispetto delle decisioni assunte in marzo[219]. Di sconfitta parlò invece Piero Soggiu, rammaricatosi per la miopia dei parlamentari sardi che, tra esponenti della maggioranza e dell’opposizione, avevano approvato la L. 298 e per l’incapacità della politica sarda – leggi DC – arenata tra particolarismi e provincialismi. Contrario, tuttavia, a bloccare l’approvazione dello statuto del CIS, e quindi l’afflusso di risorse per lo sviluppo dell’isola, riteneva che al Governo si potesse chiedere solo di distinguere tra fondo speciale, costituito con provenienza dal medio credito e dalla CASMEZ, e fondo speciale di provenienza regionale, sul quale la Regione doveva restare arbitra[220]. Caput (MSI) concordava con la maggioranza, ma riteneva che la Giunta avrebbe dovuto dare la propria adesione allo statuto del CIS solo se fossero state accettate le richieste[221].
In conclusione, il Consiglio approvò l’ordine del giorno proposto dai democristiani Francesco Deriu e Venturino Castaldi, dal monarchico Enrico Pernis e dal missino Bruno Bagedda, nel quale, tenuto conto della necessità di accedere quanto prima ai capitali destinati all’isola e alla luce di quanto stava avvenendo nel Mezzogiorno peninsulare, dove operavano il Banco di Napoli e di Sicilia, impegnava la Giunta a dare il proprio assenso alle varianti proposte dagli organi centrali agli statuti del Banco e del CIS, soltanto nel caso in cui quest’ultimo fosse stato autorizzato a utilizzare in operazioni di credito industriale i fondi ancora disponibili e quelli che sarebbero rientrati dagli investimenti effettuati dalla sezione di credito industriale del Banco, sino a quando sarebbero rimaste le gestioni a stralcio dei fondi statali per l’industrializzazione presso le sezioni di credito industriale del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia; che fosse sancito nello statuto del CIS il diritto della Regione di far amministrare, secondo leggi e regolamenti regionali, i fondi affidati alla sezione di credito industriale del Banco e i nuovi che la Regione medesima avrebbe creato[222].
In sostanza la maggioranza del Consiglio rinunciava alla battaglia ingaggiata, seppure tardivamente, in marzo, per puntare su obbiettivi ormai di più circoscritto, ma non irrilevante, interesse economico-finanziario. Pur nutrendo qualche speranza nel ricorso contro la L. 298, ma soprattutto nel timore di perdere le risorse che pareva sarebbero affluite copiose, la maggioranza ancora una volta faceva sue le decisioni assunte a Roma, che tuttavia in Parlamento erano state condivise da maggioranza e opposizione, considerata la prospettiva di strutturare una rete creditizia omogenea a vantaggio delle aree arretrate del Mezzogiorno.
La vicenda evidenziava le difficoltà emerse nella DC sarda, ma in generale nella maggioranza consiliare che rinunciava a far valere le ragioni dell’istituto autonomistico sulle quali aveva puntato nel marzo 1954, di fatto politicamente sconfitta dalla cordata stretta tra la CASMEZ e il ministero del Tesoro, allora guidato da Silvio Gava, tra gli esponenti del nuovo meridionalismo, di cui la Cassa era espressione, e la destra economica della DC meridionale. L’opposizione, dal canto suo, si attardava sull’attuazione del provvedimento istitutivo del Banco e stentava a cogliere quanto fossero ormai profondamente radicati i cambiamenti che si stavano affermando nella politica economica e finanziaria del paese, e le trasformazioni di cui era portatrice, indirizzata a sostenere lo sviluppo delle aree depresse meridionali attraverso l’azione di nuovi istituti specializzati nell’ambito economico-finanziario e creditizio – come la CASMEZ prima e ora il CIS – che, controllati dagli organi governativi, avrebbero operato direttamente sul territorio e assicurato un consenso politico di non trascurabile valore alla maggioranza di Governo.
La presidenza del primo consiglio di amministrazione del CIS sarebbe stata assicurata a Luigi Crespellani, nel biennio 1956-58 in cui l’istituto avrebbe assicurato il sostegno alla crescita delle piccole e medie imprese industriali di tipo tradizionale, le stesse che la Regione aveva sostenuto con i propri provvedimenti legislativi sin dalla prima Giunta Crespellani. Sul finire degli anni Cinquanta, sotto la presidenza di Raffaele Garzia (1959-73), questo indirizzo sarebbe stato superato dall’avvio della linea creditizia a sostegno della grande industria, specialmente chimica e petrolifera, quella che avrebbe radicalmente mutato la realtà economica dell’isola focalizzata intorno ai poli industriali[223].
Vicina la fine della seconda legislatura, conclusa l’esperienza della seconda Giunta Corrias con le dimissioni di quest’ultimo, il programma della prima Giunta Brotzu (13 luglio 1955 – 15 giugno 1957) si presentò volutamente contenuto. Il Consiglio regionale per il neo presidente avrebbe dovuto provvedere all’esame e all’approvazione di due leggi basilari: quella sul controllo degli enti locali e quella sullo stato giuridico ed economico del personale regionale. Tra le leggi che sarebbero state proposte nei due anni successivi, Giuseppe Brotzu sottolineava la particolare importanza di quelle che avrebbero trattato del referendum; della disciplina sull’anonimità dei titoli azionari; della disciplina giuridica delle attività artigiane e della realizzazione di botteghe-scuola artigiane; dell’istituzione dell’Ente Sardo Acquedotti e Fognature; e la proposta di legge nazionale per l’inserimento della Regione tra gli enti beneficiari delle provvidenze previste dalla legge Tupini (L. n. 589 del 3 agosto 1949), in modo che anche la Regione potesse sostituirsi ai Comuni nell’iniziativa di opere pubbliche, contrarre mutui a nome di questi ultimi per l’esecuzione di opere di cui alla stessa legge e presentare programmi di opere di competenza degli enti locali direttamente al ministero dei Lavori pubblici[224].
Come cattolico e democratico Brotzu affermava che avrebbe mirato all’elevazione materiale e spirituale dei sardi e chiedeva un «giudizio […] ispirato dall’interesse esclusivo della nostra amata Sardegna»[225], una richiesta che, durante il lungo e articolato confronto, non trovò udienza nell’opposizione sardista, socialista e comunista, e neppure tra tutti i democristiani – in tre votarono contro –, mentre i missini preferirono astenersi[226].
Le dichiarazioni programmatiche di Brotzu, condivise dai monarchici Lelio Muretti, Giovanni Frau e Raimondo Milia, furono aspramente criticate dai sardisti: Giangiorgio Casu segnalò gli scarsi riferimenti alla legge di riforma agraria regionale, che, invece, avrebbe potuto realizzarsi ricorrendo all’anticipo dei fondi per il Piano di rinascita[227], mentre Piero Soggiu giudicò il programma viziato da uno scarso coraggio autonomistico. Al centro della crisi per il sardista stavano gli intrighi e le tensioni interne alla DC, il ruolo determinante di Brotzu nella crisi della Giunta Corrias, che avrebbe giudicata «inefficiente e non avrebbe saputo “chiedere” in forma legale ed amministrativa, e non avrebbe saputo organizzare bene i propri servizi»[228]. Anche Pietro Melis insisteva sulle manovre interne alla DC tese a liquidare la Giunta Corrias, da subito ritenuta “provvisoria” e forse troppo decisa nel rivendicare il ruolo dell’istituto autonomistico, come quando, negli ultimi mesi del 1954, aveva sollecitato l’esecutivo Scelba perché affrontasse la drammatica situazione di Carbonia con il dovuto coinvolgimento della Regione[229]. Se Giovanni Maria Cherchi (PCI) definì quello di Brotzu un «programma clerical-monarchico-missino»[230], Umberto Cardia (PCI) precisò che il PCI non avrebbe votato a favore di un programma ritenuto sostanzialmente generico. Quanto alla Giunta Corrias, per Cardia era caduta per un «atto di debolezza politica, sotto il peso di ingiuste ed umilianti repulse del Governo nazionale, sotto il peso di faziosità, ingiustizie, di imposizioni che nessuna Giunta, che ambisca ancora a chiamarsi sarda, poteva tollerare e che neppure quella Giunta ha potuto tollerare», proprio perché, tra il 1954 e il primo semestre del 1955, si sarebbe inteso intraprendere una svolta nei rapporti tra lo Stato e l’istituto autonomistico sulla base della Costituzione e dello Statuto ed erano stati precisati «come obiettivi concreti e centrali di un programma di lotta autonomistica, il ritorno a normali rapporti costituzionali tra il Governo centrale e la Regione Sarda, il ritorno ai principii democratici e di riforma sanciti nella Costituzione»[231]. Tra gli esponenti della DC emergevano interessanti differenze: mentre Venturino Castaldi (DC), concorde con le dichiarazioni di Brotzu, confidava nel clima positivo per la Sardegna rappresentato dall’incarico ad Antonio Segni come capo del Governo, Salvator Angelo Spano non soddisfatto del monocolore, ma critico verso i sardisti, guardava verso i socialisti per nuovi possibili rapporti una volta maturato il “distacco” dalla linea unitaria con il PCI. Ad essi chiedeva «di mostrare in qualche modo la vostra sincerità differenziandovi dall’atteggiamento comunista, prendendo almeno, nei confronti della Giunta Brotzu, quella posizione di attesa che può consentirvi un giudizio d’appello in una seconda occasione»[232]. Edoardo Fiori (PSI) a nome del suo partito negava invece con decisione il voto favorevole a Brotzu perché aveva «imboccato la strada di una reale involuzione verso le posizioni della destra conservatrice e reazionaria»[233].
La prima Giunta Brotzu entrò in carica nel luglio 1955, nello stesso mese in cui il sassarese Antonio Segni veniva designato presidente del Consiglio dei Ministri e qualche mese dopo la nomina di Giovanni Gronchi a presidente della Repubblica. Entrambe le nomine rivelavano l’affermarsi di una nuova stagione politica e di nuovi equilibri all’interno della DC, propiziati dall’uscita di scena di De Gasperi, dalla fine della “democrazia protetta” e dall’avvento alla segreteria del partito di Amintore Fanfani (16 luglio 1954 – 31 gennaio 1959). Le novità ebbero modo di riflettersi sul quadro politico nazionale e sardo, all’interno della DC, ma più in generale tra le forze politiche che auspicavano un nuovo approccio ai problemi del Mezzogiorno e delle isole, capace di superare gli ostacoli che ne pregiudicavano lo sviluppo e, nello specifico della Sardegna, il varo del Piano di rinascita. A queste speranze davano alimento le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Segni in merito all’intervento dello Stato nell’economia e in particolare relativamente alla necessità di porre alla base della politica economica governativa lo Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-1964, meglio noto come Schema Vanoni[234].
In effetti sebbene per l’approvazione della legge per il Piano di rinascita si sarebbe atteso il 1962, i lavori della Commissione economica incaricata del suo studio, riunita per la prima volta nel giugno 1951, avevano conosciuto un’accelerazione a partire dal 1954 sotto la presidenza del democristiano sassarese Nino Campus, succeduto ai professori Mario Mariani e Marcello Boldrini[235]. Nel medesimo 1951 si era insediata anche la Commissione consiliare speciale che con la prima, soprattutto da quando nel 1956 fu eletto presidente della stessa Giuseppe Masia (DC), avrebbe intavolato un rapporto dialettico, nel tentativo di rivendicare per sé un protagonismo politico nella definizione del Piano, mentre alla Commissione romana si attribuiva un ruolo maggiormente tecnico[236]. Rispetto ai tempi lunghi dei lavori di quest’ultima, proprio la Commissione consiliare si espresse con accenti critici per sollecitare la conclusione dei lavori, dopo che le dimissioni di Corrias avevano evidenziato i discutibili ritardi accumulati.
Il Consiglio tornò a trattare del Piano di rinascita nel marzo 1957, in seguito alla consegna di un cospicuo incartamento contenente la relazione della Commissione speciale e altri documenti che facevano luce sull’andamento dei lavori e sulle conclusioni raggiunte fino ad allora. La discussione verteva sui risultati conseguiti, ma prendeva le mosse dal disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri che concedeva alla Regione 7 miliardi per l’attuazione di un primo stralcio del Piano di rinascita per la realizzazione di opere stradali.
La pubblicazione del disegno di legge governativo aveva suscitato clamore e perplessità tra i consiglieri ai quali il presidente della Giunta fornì alcune sommarie precisazioni il 5 ottobre 1956: il piano, uno stralcio del più generale piano di strade elaborato dalla Commissione economica in collaborazione con le amministrazioni provinciali e con gli Uffici tecnici della CASMEZ, soddisfaceva Brotzu soprattutto perché nel provvedimento per la prima volta lo Stato affermava esplicitamente la volontà di attuare uno stralcio del Piano di rinascita[237]. L’orientamento della Giunta non convinse tutto il Consiglio, anche perché era noto che sia la Commissione consiliare, sia la Commissione economica avevano pressoché concluso i lavori e quindi erano pronte a fornire le loro indicazioni sul Piano di rinascita.
Il 26 marzo 1957 le perplessità e le critiche che animavano il Consiglio e in particolare quella parte dell’assemblea che condivideva le posizioni della Commissione consiliare trovarono espressione nella mozione presentata da Giovanni Lay e più (PCI), nelle interpellanze di Giuseppe Masia (DC) e di Giovanni Del Rio (DC), e nell’interrogazione di Pietro Melis e più (PSd’A). Il presidente Masia lasciava intendere tutto il disappunto della Commissione consiliare per l’atteggiamento assunto dal Governo e per le dichiarazioni di Brotzu. Al presidente della Giunta si domandava di far presente le iniziative che aveva svolto o intendesse svolgere per salvaguardare gli interessi della Sardegna nella fase di predisposizione del bilancio statale 1957-58 e per ottenere dal Governo che impostasse un capitolo nuovo di bilancio in corrispondenza con l’obbligo costituzionale derivante dall’art. 13 dello Statuto sardo. Con la mozione comunista, ribadito il ruolo determinante della Commissione consiliare nella predisposizione del Piano di rinascita, disapprovati i criteri adottati dal Governo, denunciata l’impossibilità di realizzare il Piano con investimenti modesti e frazionati, si chiedeva al presidente della Giunta di dare conto delle iniziative assunte, che impegnasse il Governo a predisporre il Piano di rinascita non oltre il 31 dicembre 1956, d’intesa con la Regione, sulla scorta delle conclusioni della Commissione consiliare speciale, di iniziarne il finanziamento a partire dall’esercizio 1957-58, e che modificasse il disegno di legge governativo riferendo i contributi per le strade non all’art. 13, ma all’art. 8 dello Statuto sardo. L’interpellanza Del Rio chiedeva a Brotzu di rendere al Consiglio dichiarazioni ufficiali circa la portata e la natura del provvedimento legislativo adottato dal Consiglio dei Ministri, riguardante il finanziamento del piano stradale, e se questo piano rappresentasse l’attuazione di un primo stralcio del Piano di rinascita, o uno dei piani particolari, contemplati dall’art. 8 dello Statuto. L’interrogazione Melis e più chiedeva lumi sulle medesime questioni e soprattutto se il presidente avesse partecipato alle riunioni del Governo che avevano riguardato il finanziamento del piano di opere stradali[238]. Nello stesso giorno la Commissione consiliare speciale dava mandato al presidente Masia di predisporre una relazione al Consiglio che fungesse da base per la discussione dell’assemblea.
Il dibattito che doveva avvenire prima dell’approvazione del bilancio regionale del 1957 venne invece procrastinato al marzo 1957. A quella data in Senato era già stato approvato il disegno di legge sulle strade, altrettanto era avvenuto per il bilancio della Regione e volgeva ormai al termine la seconda legislatura.
Nonostante fossero abbastanza stretti gli spazi entro i quali il Consiglio avrebbe potuto operare, il dibattito fu particolarmente significativo sul piano politico. In primo luogo intervenne Masia che, riannodate le file del discorso, nel presentare la relazione consiliare evidenziava le novità sopraggiunte: il capitolo 40 delle entrate straordinarie del bilancio regionale 1957, già approvato, aveva sanzionato formalmente il versamento da parte dello Stato di somme da destinare all’attuazione del Piano di rinascita, per complessivi 2 miliardi e 500 milioni. Questo fatto, in ordine al quale ribadiva di avere espresso la propria «franca opinione», in sostanza le sue critiche, comportava l’accettazione da parte della Regione, «nonostante tutte le iniziali perplessità e riserve», del disegno di legge governativo recante autorizzazione alla spesa di 7 miliardi quale contributo dello Stato per l’attuazione di un primo stralcio del Piano di rinascita. Contemporaneamente, però, il Consiglio regionale aveva impegnato la Giunta, con un ordine del giorno, approvato all’unanimità il 19 dicembre 1956, a svolgere la necessaria immediata azione politica affinché il Governo inserisse negli stati di previsione dell’entrata e della spesa costituenti il bilancio dello Stato per l’esercizio finanziario 1957-58 e per gli esercizi successivi, un apposito capitolo di spesa, inizialmente anche per memoria, con specifica destinazione agli annuali versamenti che lo Stato avrebbe fatto alla Regione delle somme da destinare all’attuazione del Piano di rinascita[239].
Cardia, intervenuto per illustrare la mozione di cui era primo firmatario, sottolineò quanto l’opposizione condividesse le tesi della Commissione consiliare il cui presidente aveva infatti espresso «con esattezza anche le nostre preoccupazioni di fronte al disegno di legge proposto dal Governo. Quei fondi furono da noi chiesti per strade, e per strade debbono essere dati, a norma dell’art. 8 del nostro Statuto […] Ma il Piano per la rinascita deve essere tutt’altra cosa […] concepito come un insieme ordinato di investimenti industriali nell’agricoltura, nel settore delle opere di pubblica utilità, nel campo della istruzione professionale e della lotta contro l’analfabetismo; […] ci sembra che questo Piano – tra i documenti era stata allegata una Bozza dello schema del Piano per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna preparata dalla Commissione economica – sia un insieme piuttosto slegato di elaborazioni e di ricerche di carattere sociale, economico e tecnico, ma che, ad esse, manchi poi la connessione e la strutturazione in unità organica»[240]. Fu soprattutto Girolamo Sotgiu (PCI) a rimarcare i contrasti politici emersi in tutta la vicenda relativa al piano per le strade: l’atteggiamento critico del Consiglio e la sua insofferenza verso la Giunta, i contrasti tra la Commissione consiliare e la Giunta e quindi tra una parte del Consiglio e la Giunta e, ancora, tra il Consiglio e il Governo sul cui orientamento aveva, invece, concordato la Giunta. Ribadita l’assoluta contrarietà ad attuare il Piano di rinascita per stralci e con scarse risorse, e tramite provvedimenti che estromettevano completamente l’organo politico regionale dall’attuazione stessa del Piano, osservava: «Che cosa vuol dire, realizzazione per stralci? Vuol dire distruggere il Piano, perché è evidente che un Piano si realizza solo in una prospettiva organica e unitaria»[241].
Per il PSd’A le critiche maggiori giungevano da Giangiorgio Casu. Ribadita l’organicità alla quale doveva mirare il Piano di rinascita e il ruolo prioritario che nella redazione dello stesso doveva avere la Regione, piuttosto che il presidente della Commissione economica d’intesa col Governo, Casu considerava come l’interpretazione dell’art. 13 fosse stata riportata da quest’ultimo «ad un fatto di ordinaria amministrazione, confuso in tutti i normali atti di governo, senza tener conto del carattere di specialità che ha il nostro Statuto»[242].
Come riferiva Edoardo Fiori (PSI) trascorsi sei anni dall’istituzione della Commissione economica si era arrivati a un risultato mortificante per la Sardegna: lo stralcio per le strade che, a parere quasi unanime del Consiglio e secondo quanto emergeva dalla relazione della Commissione consiliare, doveva ritenersi piano particolare, non come un primo aspetto, immediatamente realizzabile, del Piano di rinascita[243].
Il monarchico Enrico Pernis, a sua volta, pur insistendo sull’apporto insufficiente dello Stato alla realizzazione del Piano di rinascita, giudicava positivamente i risultati ottenuti: attraverso l’azione del presidente della Giunta e della Commissione economica, si incominciava a «lasciare da parte la teoria ed a rivolgersi al pratico. Lo vedo e lo abbiamo visto in quel primo stralcio di Piano per la costruzione delle strade, che […] è sempre un riconoscimento di questo nostro diritto, che inutilmente, attraverso gli studi, attraverso le prese di posizione, per sette anni avevamo chiesto ci venisse riconosciuto»[244].
Nino Campus illustrava alcune parti della bozza di Piano che presto sarebbe stato ultimato dalla Commissione economica. Si diceva convinto che la seconda legislatura sarebbe passata alla storia come quella che aveva ultimato il Piano e che la terza legislatura sarebbe stata quella della rinascita. Nelle more riteneva positiva la predisposizione di alcuni stralci che considerava «delle premesse, sia pur modestissime nella entità» di quelli che dovevano essere poi i piani di più vasta portata, i programmi di più lungo e largo impegno, che rappresentavano «il primo riconoscimento concreto che il Piano per la rinascita […] non deve rimanere allo stato vago di speranze e di sogni, anzi di mito, ma deve essere realizzato»[245].
Il fitto dibattito si sarebbe concluso con l’intervento di Brotzu che difese il proprio operato, dopo essersi rivolto polemicamente verso Masia, che non lo aveva interpellato prima della stesura della relazione della Commissione consiliare. Rassicurò l’assemblea in merito all’«accoglienza» che le richieste della Sardegna avrebbero avuto a Roma e, precisato che i piani particolari dovevano ritenersi attuazione parziale del Piano di rinascita, illustrò le sovvenzioni ottenute fino ad allora dallo Stato e le opere realizzate dalla Regione. A far capo sull’art. 8 dello Statuto erano stati finanziati i piani particolari per l’elettrificazione – finanziato per primo, di seguito alle dimissioni di Corrias, ma dopo ben 5 anni dalla sua formulazione –, per gli olivastreti, gli ambulatori, i mattatoi e i porti di quarta classe, ai quali si sarebbe aggiunto quello per le strade; si era ottenuto il finanziamento per 5 miliardi delle opere del Liscia, uno sbarramento sul fiume omonimo, in provincia di Sassari; i finanziamenti, attraverso la BIRS, per 15 miliardi, per l’irrigazione della Trexenta e del Campidano di Cagliari; il finanziamento, per 1 miliardo e 500 milioni, del cementificio di Ossi, presso Sassari; si era avuta assicurazione dell’approvazione di una legge regionale per le opere di trasformazione del medio Tirso, per 17 miliardi e 300 milioni e la certezza del finanziamento delle navi traghetto, per 7 miliardi, attraverso la CASMEZ. Infine, l'assicurazione che, nel bilancio 1957-58 sarebbe stata stanziata la somma per finanziare il Piano dei laghi collinari, riguardante l’Anglona, la Marmilla e la Trexenta[246].
Il dibattitto si concludeva con l’approvazione dell’ordine del giorno firmato dal presidente della Commissione consiliare e dai rappresentanti dei gruppi PCI, PSI, PSd’A, MSI, PNM – Masia, Sotgiu, Caput, Melis, Sanna, Pernis. Si ribadiva la volontà di riservare al Consiglio l’esame e l’approvazione definitiva dell’elaborando Piano di rinascita che, secondo lo Statuto, doveva essere «organico» e «integrale», tendere alla rinascita economica e sociale con giustificazioni e finalità peculiari ed autonome rispetto a qualsiasi altro programma di interventi statali. Si chiedeva che il Governo predisponesse i provvedimenti necessari per il finanziamento graduale del Piano stesso, tenendo presente che, in conformità al rinnovato impegno governativo assunto con l’ordine del giorno del Senato del 16 ottobre 1954, esso doveva essere integralmente attuato in dieci anni. Infine si impegnava la Giunta a intraprendere l’azione politica necessaria a ottenere il non più differibile riconoscimento statale dei diritti costituzionali della Regione. Quest’ultimo passaggio fu oggetto di modifica in quanto si volle ratificare positivamente l’azione già attuata dalla Giunta: pertanto con un emendamento sostitutivo, a firma di Pernis, Angelo Giua, Covacivich, Muretti, Amicarelli le parole «“ed impegna la Giunta regionale a svolgere la conseguente e decisa azione politica”», si sostituirono con la più moderata espressione «“ad intensificare l’azione politica intrapresa”»[247].
Si chiudeva una fase importante del dibattito sul Piano di rinascita che aveva evidenziato la necessità ormai improcrastinabile di porre fine tanto alle perplessità che avevano caratterizzato il dibattito sull’attuazione dell’art. 13, quanto agli indugi che aveva ritardato la sua attuazione, e l’emergere di nuovi orientamenti nella politica democristiana maggiormente favorevoli, rispetto al passato, a sostenere i processi di modernizzazione in collaborazione con le forze della sinistra riformista. A dividere restavano molte questioni riguardo ai soggetti promotori e attuatori del Piano, alle sue modalità di realizzazione e di finanziamento, ai settori economici da privilegiare, al ruolo dell’iniziativa pubblica e privata, all’idea di un’attuazione per “stralci” o secondo un programma organico e integrale di interventi, né si era ancora risolto il «sostenuto dibattito dottrinale» che si era sviluppato, come avrebbe evidenziato Vittorio Bachelet, sugli Aspetti e problemi giuridici del Piano, suscitati dall’interpretazione dello stesso art. 13 e in particolare sulla «natura del “concorso” della Regione»[248]. Con la fine di questo lungo decennio di contrasti si sarebbe dovuto attendere il consolidarsi dei mutamenti politici che avrebbero alimentato la svolta favorevole al concretizzarsi del primo originale programma di pianificazione regionale.
Al termine della seconda legislatura, il 6 giugno 1957 sarebbe stato il presidente del Consiglio Efisio Corrias a stilare il resoconto delle attività consiliari appena concluse, una rassegna che gli consentiva di redigere un bilancio positivo. Le sedute dell’assemblea erano state 465, più numerose di quelle tenute durante la prima legislatura, e le leggi approvate 143 sui 204 progetti presentati; 30 i provvedimenti rinviati dal Governo, di cui 20 riapprovati. La Giunta aveva presentato 106 disegni di legge e l’iniziativa dei consiglieri era stata altrettanto incisiva con 98 proposte, 803 interrogazioni, 628 delle quali erano state svolte in Consiglio; delle 166 interpellanze presentate, ne erano state svolte 133; discusse e concluse 50 mozioni su 64 avanzate. Accresciuto il numero dei dipendenti, secondo il piano predisposto dal Consiglio di presidenza, l’organizzazione del Consiglio era stata potenziata una volta approvato l’ordinamento dei servizi e degli uffici; era stata raggiunta l’autonomia amministrativa dello stesso e modificato il suo regolamento interno. Tra i provvedimenti varati, Corrias segnalava l’approvazione della legge sul controllo sugli atti degli enti locali, in applicazione dell’art. 46 dello Statuto (L. R. n. 35 del 31 gennaio 1956); la legge sul referendum popolare per l’abrogazione di leggi regionali (L.R. n. 20 del 17 maggio 1957), i provvedimenti per la costituzione di nuovi Comuni, per la modifica delle circoscrizioni comunali e provinciali (L. R. n. 14 del 3 maggio 1956), delle funzioni delle Province e per la modifica dello Statuto e la legge sul decentramento dell’esercizio di funzioni amministrative della Regione agli enti locali, in applicazione dell’art. 44 dello Statuto. Era stato istituito l’ESAF (Ente Sardo degli Acquedotti e delle Fognature) (L. R. n. 18 del 20 febbraio 1957) e approvata la legge per l’espropriazione delle aree destinate alla costruzione di ambulatori comunali (L. R. n. 19 del 12 giugno 1956). Era stata decisa e disciplinata la partecipazione della Regione ai fondi di dotazione del CIS; presentate proposte di legge nazionali per l’istituzione delle zone industriali di Cagliari e di Sassari-Porto Torres, allo scopo di predisporre la nascita dei poli industriali, ed era stato approvato il provvedimento che attribuiva alle nuove industrie sarde la facoltà di emettere azioni al portatore (L. R. n. 10 del 12 aprile 1957). Fu varata la legge sul personale, dopo le ripetute elaborazioni e rielaborazioni necessarie per stabilire i princìpi fondamentali relativi allo stato giuridico, all’ordinamento gerarchico ed al trattamento economico del personale[249]. Infine Corrias volle ricordare l’importante iniziativa “corale” intrapresa dal Consiglio che inviò presso la presidenza della Repubblica, le presidenze delle due Camere e del Consiglio dei Ministri una delegazione composta dai rappresentanti di tutti i gruppi politici per sollecitare il funzionamento della Corte Costituzionale, una tappa rilevante nel processo di attuazione della Costituzione, indispensabile nel dirimere le controversie tra Stato e Regione[250].
La seconda legislatura, per quanto segnata più della prima dal susseguirsi delle crisi e dalla precarietà delle Giunte aveva raggiunto alcuni risultati, assicurata la continuità e la «stabilità dei governanti»[251]: il Consiglio faceva segnare un incremento dell’attività legislativa e nel processo di elaborazione dei provvedimenti si erano dimostrate efficaci le esperienze delle Commissioni consiliari speciali, con il coinvolgimento di maggioranza e opposizione. A pesare negativamente sullo sviluppo dell’azione autonomistica restavano tanto la subalternità delle Giunte alla politica governativa, quanto gli irrisolti contrasti con l’esecutivo nazionale e l’amministrazione statale – sebbene si fossero concretizzati segnali di insofferenza, evidenziati dalle dimissioni di Alfredo Corrias –, contro i quali, affinché non si offuscasse la fiducia nel governo regionale e si rilanciasse l’autonomia, guidata da una nuova classe dirigente democristiana, si sarebbe indirizzato il processo di rinnovamento che sarebbe stato intrapreso nella DC dalla segretaria Fanfani, alla fine degli anni Cinquanta.
Tra i partiti di massa il PSd’A aveva sofferto maggiormente dei problematici rapporti con Roma, e le Giunte di cui era stato parte avevano risentito della difficoltà di affermare una netta politica autonomistica, con tutto quello che queste circostanze avrebbero determinato a livello di mancati consensi elettorali. Nella DC, che guidò tutte le Giunte dal 1949, a incidere sulla linea politica e sull’azione dell’istituto autonomistico fu l’idea stessa di autonomia che, all’avvio del governo regionale, principalmente da Crespellani fu espressamente concepita come strumento per attuare una forma di decentramento amministrativo, in sintonia con l’indirizzo antiautonomistico del partito.
In generale l’orientamento della dirigenza nazionale DC pesò sulle scelte assunte a livello regionale, penalizzò gli interessi dell’autonomia sarda e nel momento in cui si manifestarono delle discrasie tra centro e periferia, se non delle vere e proprie contestazioni da parte degli esponenti sardi, come quelle evidenziate dalle dimissioni di Corrias, il mancato “allineamento” fu alla base di ulteriori contrasti, così quando tra il ministro del Tesoro Gava e la Giunta sarda emersero delle disparità di vedute in merito alle questioni del credito e dei piani particolari che costrinsero quest’ultima ad accettare le decisioni maturate a Roma.
Furono altrettanto incisive le tensioni interne al partito dei cattolici e i contrasti sorti tra correnti e territori. Le divisioni a livello regionale e provinciale – così in occasione delle discussioni sulla fusione tra il Banco di Sardegna e l’ICAS, tra sassaresi e cagliaritani – contrapposero un’ala più conservatrice rappresentata a Cagliari da Crespellani e a Sassari da Segni, e una più attenta alle prospettive di rinnovamento politico, economico e sociale, di cui erano fautori Efisio Corrias nel capoluogo e a Sassari Francesco Cossiga, Francesco e Paolo Dettori, Pietro Soddu, Nino Giagu De Martini, Pietro Pala, i cosiddetti “giovani turchi”. Il rinnovamento interno alla DC, avviato da questi ultimi sul finire degli anni Cinquanta, avrebbe aperto la politica democristiana alle esigenze di una società che conosceva profondi mutamenti, e avrebbe condotto alla guida del governo regionale gli esponenti fautori di questo cambio di rotta, definendo i termini di una svolta per la Sardegna[252]. Attenti alla necessità di riorganizzare il partito non più solo legato alle logiche di contrapposizione ideologica e al rapporto fiduciario tra dirigente di partito ed elettore, ma alle dinamiche dell’organizzazione, della propaganda e del proselitismo, i “turchi”, intenti a costruire un nuovo indirizzo politico a livello regionale, posero al centro della iniziativa politica democristiana la modernizzazione della Sardegna, un obbiettivo per il quale la realizzazione del Piano di rinascita sarebbe stata ritenuta centrale, uno strumento fondamentale con il contributo determinante dello Stato e del capitale privato. Alla conquista della DC sarda dal 1949, i “turchi” avrebbero raggiunto l’obbiettivo nel marzo 1956 con la netta affermazione al Congresso provinciale di Sassari (18-19 marzo 1956), una vittoria che li avrebbe portati a eleggere tutti i componenti della loro lista, sbaragliando quella di Nino Campus, e di seguito al controllo del partito sardo, favoriti altresì dalla linea politica di apertura verso la convergenza tra cattolici e socialisti[253].
Il 1956 fu un anno cruciale anche per il PCI. Gli avvenimenti seguiti al XX Congresso del PCUS, alla denuncia chruscioviana dei crimini di Stalin, alla rivolta polacca e all’intervento militare dell’URSS in Ungheria, messi in difficoltà gli equilibri della politica mondiale e nazionale, generarono profonde inquietudini anche tra i comunisti italiani, mettendo a dura prova la tenuta del partito. Basterà ricordare le reazioni seguite all’intervista di Togliatti sulla rivista Nuovi Argomenti, incentrata sul policentrismo e sulla degenerazione degli organi dirigenti del PCUS e dell’URSS negli anni staliniani[254], le polemiche sorte dopo la diffusione del rapporto segreto di Chruščëv sul New York Times, la condanna degli interventi sovietici espressa nel Manifesto dei 101 intellettuali comunisti italiani (ottobre 1956)[255].
Il Comitato centrale comunista del giugno 1956 sembrò scandire il tempo di una maggiore apertura nel confronto critico, ma in seguito ai clamori suscitati dalla diffusione del rapporto segreto di Chruščëv e dalla rivolta ungherese, Togliatti abbandonò le aperture contenute nell’intervento a Nuovi Argomenti per assumere posizioni di chiusura e di condanna contro quanti avrebbero espresso precise insofferenze di cui «si ignoravano profondità e diffusione» nel partito[256]. Ricompattato il PCI grazie all’appoggio della “vecchia guardia”, proprio nei confronti di quest’ultima Togliatti avrebbe avviato il rinnovamento del gruppo dirigente a partire dall’VIII Congresso (8-14 dicembre 1956)[257].
Tra la primavera e i mesi che precedettero l’VIII Congresso, nel confronto interno al PCI sardo, in un contesto politico che, in principio, pareva assicurare maggiori aperture, affiorarono sia le critiche al gruppo dirigente locale, ritenuto incapace di rispondere efficacemente ai mutamenti in corso anche nell’isola, sia le tensioni contraddittorie tra quanti addebitavano agli esiti del XX Congresso l’impasse nella quale si trovava il partito e quanti, invece, ritenevano quelle circostanze un’opportunità per promuovere un cambiamento nei metodi di lavoro e tra i gruppi dirigenti. Dopo l’VIII Congresso il dibattito nel PCI si sarebbe focalizzato sui problemi di natura politica e organizzativa proposti da questo evento: bisognava ritrovare l’unità scossa dagli avvenimenti internazionali, avviare un processo di rinnovamento del partito e rilanciare l’iniziativa politica. Ormai prossime le elezioni regionali, i comunisti sardi dovevano fronteggiare le iniziative avversarie che tendevano a sopravanzarli e a sottrarre loro consensi nell’ambito della politica meridionalistica e sulla questione del Piano di rinascita, per il cui primo stralcio si erano resi disponibili ben 7 miliardi, dando fiato all’approccio riformistico della politica democristiana, mentre nella DC sarda era già in atto la profonda riorganizzazione interna per mano dei “giovani turchi”[258].
In vista delle elezioni, si tenne a Oristano il 16-17 febbraio la IV Conferenza regionale dei quadri del PCI che sarebbe stata segnata dalla presentazione del documento critico firmato da Sebastiano Dessanay e Basilio Cossu, entrambi consiglieri regionali, reso pubblico da L’Unione Sarda[259]. Nella dichiarazione, condivisa da non pochi dirigenti e militanti, soprattutto cagliaritani e nuoresi, non solo s’insisteva sul mancato completamento del processo di destalinizzazione, sulla doppiezza, sulla sterilità e sull’inopportuno tatticismo della linea politica che il partito avrebbe voluto imporre a tutti i militanti senza una libera discussione, ma si esprimeva anche un giudizio negativo sulla capacità di mobilitazione del PCI sardo e, più nello specifico, sulle iniziative intraprese nell’isola[260]. La Conferenza regionale respinse all’unanimità queste tesi e incaricò le Commissioni di controllo delle Federazioni di assumere i provvedimenti del caso[261]. La risoluzione, approvata il 1° marzo, venne predisposta da Renzo Laconi, allineato con le posizioni di Togliatti, propenso a «mettere fuori» i dissidenti. In un clima che sembrava riecheggiare epurazioni di intonazione staliniana, le posizioni di questi ultimi furono bollate come espressione di un revisionismo riformistico di stampo socialdemocratico che non poteva avere diritto di cittadinanza nel partito. Sebastiano Dessanay e Pietro Agus presentarono le proprie dimissioni, ma il partito le respinse e deliberò di espellerli in ragione del loro frazionismo. Anche Basilio Cossu sarebbe stato espulso dalla Federazione di Nuoro[262]. La questione il 26 marzo 1957 sarebbe giunta anche nell’aula del Consiglio quando Dessanay e Cossu presentarono le loro dimissioni, respinte dalla maggioranza dello stesso, ad eccezione del gruppo comunista[263].
Solo dopo le elezioni del giugno 1957, il PCI sardo avrebbe ritenuto necessaria una riflessione per comprendere le ragioni della sconfitta. Si considerava da un lato che una parte importante dei consensi fosse mancata e indirizzata verso il PSI, in seguito al “terremoto” provocato dagli avvenimenti internazionali del 1956 e alla crisi interna al partito; dall’altro che la DC avesse mantenuto e guadagnato consensi, nonostante il difficile quadro socio-economico, grazie alla politica di interventi varata per il Mezzogiorno. Per quanto la legge “stralcio” di riforma agraria non avesse risolto i problemi dell’agricoltura sarda, aveva comunque favorito numerose famiglie assegnatarie e di conseguenza spezzato lo slancio rivendicativo del movimento contadino[264]. Dal canto suo, nonostante gli esordi promettenti, il Movimento per la rinascita non aveva sviluppato la propria forza propulsiva, consentendo alla DC di fruire di altro spazio per la propria azione, mentre il movimento dei minatori era stato ridimensionato dopo le lotte degli ultimi anni Quaranta e stentava a riprendersi in contesti industriali caratterizzati da una forte repressione antisindacale e dalla progressiva dismissione delle miniere. Infine vennero emergendo i ritardi nei quali erano incorsi i comunisti sardi che non avevano compiutamente valutato i mutamenti economici e politici che nell’isola avevano spezzato i vecchi equilibri sociali e definito nuovi rapporti tra i diversi strati della popolazione, né avevano colto le aspettative o le delusioni vissute dagli elettori sardi.
Queste considerazioni sarebbero emerse nel confronto che avrebbe posto fine alla segreteria di Velio Spano, sostituito nel dicembre 1957 da Laconi, un protagonista della rinnovata linea del PCI che avrebbe consentito ai comunisti sardi un’importante affermazione alle elezioni politiche del 1958, ma soprattutto di contribuire alla cosiddetta “stagione della rinascita” nella convinzione che per affermare i diritti costituzionali autonomistici della Sardegna, il superamento dello squilibrio e della subalternità che caratterizzavano a tutti i livelli il rapporto tra l’isola e il resto del paese, lo sviluppo e la modernizzazione della regione, occorresse confidare in fattive convergenze politiche in primo luogo allo scopo di attuare il Piano di rinascita e sostanziare la realizzazione dello stesso nella prospettiva della programmazione economica democratica[265].
Alle elezioni regionali tenute a metà giugno 1957 la DC ottenne 23.960 voti in più rispetto alla tornata elettorale precedente che le consentirono di occupare in Consiglio 31 seggi su 70. Il PCI passato dal 22,3 per cento al 17,6 dei voti, dai 15 seggi ottenuti nel 1953, tornò ai 13 della prima legislatura. Avanzarono i monarchici di Lauro che ebbero 6 seggi, a discapito del MSI 3 seggi e del PNM 4 seggi. Il voto a sinistra s’indirizzò sul PSI, che da 5 passò a 6 seggi. La scossa maggiore del PCI venne da Carbonia dove il 16,7 per cento dei voti andò ai monarchici a segnalare la crisi profonda dell’elettorato comunista, e quindi le difficoltà dei comunisti nel rispondere alle esigenze dei ceti più colpiti da un quadro socio-economico segnato dalla crisi irreversibile del comparto minerario[266].
La nuova Giunta si sarebbe costituita intorno a un monocolore democristiano guidato di nuovo da Brotzu e fortemente orientato a destra, per l’appoggio di missini e monarchici (27 luglio 1957 – 30 ottobre 1958).
Il 1° luglio 1958, conclusa l’esperienza del Governo monocolore DC di Adone Zoli (appoggiato da PLI, PRI, PSDI e MSI), alla guida di un nuovo esecutivo moderatamente aperto a sinistra (DC e PSDI) venne nominato Amintore Fanfani, in carica sino al 15 febbraio 1959. Nel clima favorito dall’ascesa del neo presidente del Consiglio, il 28 novembre 1958 una nuova Giunta, quella guidata da Efisio Corrias, presidente regionale delle ACLI, succedette alla Giunta Brotzu costretta alle dimissioni, accusata di immobilismo e di mirare al rafforzamento di posizioni individuali, prevaricanti rispetto alle «esigenze più generali, più meritevoli di considerazione, togliendo così alle iniziative regionali la possibilità di incidere più profondamente, con una accorta pianificazione di interventi, sulle strutture economiche e sociali dell’isola»[267]. Rispetto ai traccheggiamenti, se non all’opposizione, esercitati dalle destre, la Giunta Corrias – composta dagli elementi più autonomisti della DC[268] – si sarebbe impegnata soprattutto nel conseguire l’approvazione del Piano di rinascita, realizzando in questo senso una «convergenza obiettiva» con le sinistre[269]. Fondamentale in questa battaglia sarebbe stata l’azione dell’assessorato alla Rinascita – proposto dal PCI nell’ottobre 1950, ma bocciato dal presidente Crespellani –, istituito proprio da Corrias con lo specifico intento di giungere alla soluzione della «questione della rinascita»[270].
Chiusa l’esperienza delle Giunte «sdraiate a destra»[271], concretizzatasi in rapporto ai cambiamenti sopraggiunti a livello nazionale e in risposta alle delusioni suscitate dall’azione scarsamente efficace dell’istituto autonomistico, segnata da interventi a pioggia in ragione di un certo «assistenzialismo frammentario»[272], il nuovo indirizzo politico animato dai “giovani turchi” avrebbe consentito di ottenere alcuni significativi successi: in primo luogo il Rapporto conclusivo redatto dalla Commissione economica di studio, consegnato nell’ottobre 1958 al ministro per lo Sviluppo del Mezzogiorno Giulio Pastore[273] e divulgato nel gennaio 1959 sulla Rivista sarda dei problemi dell’autonomia e della rinascita[274]. Non si trattava di un piano immediatamente operativo, ma rispondeva agli indirizzi decisi dagli stessi commissari i quali, esaminate l’economia e la società dell’isola, avevano individuato delle priorità tra i settori economici e i soggetti attuatori dello sviluppo: il settore agricolo venne ritenuto quello maggiormente promettente per lo sviluppo dell’isola, mentre l’industria non pareva offrire importanti fattori propulsivi, ancorché potenziali; in ogni settore gli investimenti pubblici avrebbero dipeso dalla certezza che ad essi sarebbero seguiti quelli privati, ai quali si attribuiva quindi un ruolo determinante, giacché, in caso contrario, sarebbe stato meglio mettere da parte il Piano per evitare delusioni e dissipare risorse.
La pubblicazione del Rapporto, suscitò un ampio dibattito e molte perplessità nell’opinione pubblica, nel mondo politico, non solo istituzionale[275], e animò un vivace confronto tra le pagine di riviste di diverso orientamento politico e indirizzo culturale, come Rinascita sarda, Il Democratico, Ichnusa, Il Bogino che «costituirono il terreno di verifica di quella che è stata chiamata “la cultura della Rinascita”» e furono «il principale canale attraverso cui penetrò in Sardegna il dibattito sul meridionalismo e sulla pianificazione e si confrontarono le diverse posizioni sulle scelte da operare nel quadro della Rinascita»[276].
Nel clima politico di maggiore intesa tra le forze democratiche, in Sardegna avrebbe trovato lievito un’ampia alleanza autonomistica che, rivendicata l’attuazione dell’art. 13 dello Statuto, avrebbe promosso tre convegni provinciali sul Piano di rinascita indetti dalla Regione che, con la partecipazione di parlamentari sardi, consiglieri regionali, sindaci ed esponenti del mondo sindacale ed economico, si sarebbero tenuti a Cagliari, Sassari e Nuoro, mentre a Genova si sarebbe organizzato il primo incontro interregionale[277]. L’iniziativa, che, secondo l’assessore, Francesco Deriu (DC), avrebbe dovuto alimentare favorevolmente il «clima della Rinascita», allargando il dibattito tra maggioranza e opposizione, pose in rilievo tre questioni essenziali: «il ruolo dell’industria nello sviluppo della Sardegna, i compiti della Regione nella fase di attuazione del Piano e l’aggiuntività dei finanziamenti»[278]. Il primo convegno, aperto dalla relazione di Deriu, fu organizzato a Cagliari il 31 maggio 1959. D’accordo con l’impostazione dell’assessore, Laconi, intervenuto in rappresentanza del PCI, giudicò positivamente l’iniziativa, alla luce del dialogo concretizzatosi tra le forze democratiche, e concentrò le proprie argomentazioni sul ruolo della Regione, alla quale, ribadì, spettava organizzare e realizzare il Piano. Rispetto a quanti ritenevano che l’attuazione dello stesso dovesse attribuirsi allo Stato, egli riaffermava che l’art. 13 sanciva unicamente l’obbligo per lo Stato di corrispondere alla Sardegna un contributo, analogo a quello disposto dall’art. 38 dello Statuto siciliano. Ma, mentre la Sicilia era tenuta a impegnare tali somme in opere pubbliche, nello Statuto sardo si stabiliva il dovere dello Stato di contribuire alla rinascita della regione e di stanziare i relativi fondi. «Sia dunque dal punto di vista giuridico che dal punto di vista politico», concludeva, «il diritto della Regione di essere protagonista dell’attuazione del Piano di Rinascita è indiscusso ed indiscutibile»[279]. Denunciate le responsabilità dei Governi e delle Giunte regionali che, nell’ultimo decennio, avevano rinviato il finanziamento del Piano, Laconi evidenziava i termini della svolta politica che si stava affermando, la presa di coscienza che univa le diverse forze politiche per l’attuazione del Piano, e guardava, quindi, con fiducia al clima politico di quei giorni e al movimento di rinascita tornato a una rinnovata mobilitazione. L’organizzazione dei convegni faceva ben sperare sulla prospettiva di quell’unità politica per il Piano che egli considerava prioritaria[280].
Nel luglio 1959, dopo le molteplici istanze presentate dall’opposizione in Parlamento, il ministro Pastore nominò il Gruppo di lavoro, un comitato paritetico tra Stato e Regione presieduto da Francesco Curato che, nel novembre 1959, avrebbe consegnato un proprio Rapporto conclusivo[281]. Nel documento, in estrema sintesi, venne evidenziato il peso crescente assegnato al settore industriale, rispetto all’agricolo, e all’intervento pubblico rispetto al privato; il carattere straordinario e aggiuntivo dei finanziamenti; «l’articolazione dal basso tanto dell’impostazione quanto dello svolgimento del programma, la sua conseguente flessibilità»[282].
Era tempo di bilanci. L’amministrazione regionale giudicava l’esperienza delle prime due legislature sarde in termini abbastanza lusinghieri[283]: le risorse finanziarie erano state destinate per la maggior parte all’agricoltura (oltre 12 miliardi) e ai lavori pubblici, in misura minore all’ammodernamento dell’industria tradizionale, alle infrastrutture, alle strutture scolastiche e sanitarie, al turismo, all’artigianato e ai trasporti. Sul quadro di grave desolazione e miseria registrato alla fine del secondo conflitto i provvedimenti varati dal Consiglio avevano inciso, ma solo in parte, privi soprattutto di un indirizzo complessivo. Era mancata un’idea di Sardegna. L’isola presentava ancora ampie sacche d’arretratezza e precarietà di cui erano indice soprattutto l’elevato numero dei disoccupati, l’ancora scarsa alfabetizzazione, la persistenza delle malattie sociali e, non in ultimo, l’incidenza dei flussi migratori: basti pensare che tra il 1951 e il 1961 i nati in Sardegna e residenti nelle altre regioni della penisola erano passati da 78.000 a quasi 142.000 [284].
La pubblicazione del nuovo Rapporto conclusivo sembrò aprire nuove prospettive. Il documento che, rispetto a quello redatto dalla Commissione economica si caratterizzava per la raggiunta operatività, incontrò giudizi sostanzialmente positivi anche da parte delle opposizioni e in particolare del PCI sardo. Alla riunione del Comitato regionale comunista del 20-21 dicembre 1959, il segretario Laconi rilevò che si trattava di un vero e proprio programma organico, meritevole di attenta riflessione. Non solo vi si comprendeva l’attesa centrale termoelettrica di Carbonia – un risultato decisivo rispetto al decennio di lotte combattute dai minatori e dalle loro organizzazioni –, si costituiva una società finanziaria a carattere pubblico che avrebbe potuto partecipare al capitale di nuove imprese industriali e si prestava attenzione agli organismi preposti alla bonifica, obbligati ad attuare i piani di risanamento, il riassetto della proprietà fondiaria e la distribuzione delle terre, ma soprattutto gli stanziamenti statali per l’attuazione del programma avrebbero finalmente assunto carattere straordinario, aggiuntivo e incondizionato, escludendo la Regione da ogni contributo finanziario, ed era sancito il concorso delle forze sociali ed economiche interessate a tutte le fasi di elaborazione ed esecuzione del Piano. Per quanto si individuassero dei limiti – soprattutto non si era ancora giunti a un articolato progetto di legge – e fossero sollevate delle perplessità sulla titolarità e sulle prerogative dell’organo di attuazione del Piano, che – si ribadiva – non poteva che essere la Regione, al Rapporto conclusivo si poteva guardare con fiducia, per aver previsto la costituzione di centri zonali e un centro regionale preposto al controllo democratico sulla programmazione; per le prospettive assicurate a una industrializzazione di base e di prima trasformazione, libera dal monopolio elettrico; per aver inserito nuovi organismi di bonifica, impegnati nella trasformazione fondiaria e nell’esproprio nei confronti dei proprietari inadempienti.
In quei giorni furono significative anche le prese di posizione espresse dal Movimento per la rinascita del Mezzogiorno durante l’assemblea organizzata a Napoli il 24 dicembre 1959. La risoluzione votata dall’assise riconobbe che al centro della nuova politica meridionale dovesse porsi l’elaborazione di piani regionali di sviluppo, finalizzati alla valorizzazione delle risorse locali, all’autonoma crescita delle forze produttive, a garantire la massima occupazione e l’aumento del reddito, e, non in ultimo, all’istituzione dell’ente Regione.
L’asse della battaglia meridionalista si strutturava, quindi, intorno alla costituzione delle Regioni e alla predisposizione di piani di sviluppo regionali. Dinanzi alla politica del Governo, ancora ostile all’attuazione delle Regioni, il movimento s’impegnava alla mobilitazione al fine di sollecitare più nette assunzioni di responsabilità da parte di quanti, all’interno della DC, andavano acquistando coscienza della necessità della lotta per la autonomia regionale e per il progresso democratico del Mezzogiorno e del paese[285].
Nella convinzione dei maggiori partiti di massa, delle rappresentanze sarde del DC e PCI in primo luogo, che nell’isola degli ultimi anni Cinquanta conoscevano i segnali di significativi cambiamenti, si consolidava la prospettiva di una nuova stagione politica il cui asse principale avrebbe potuto costituirsi intorno all’unità delle forze autonomiste e riformatrici. In questo quadro, e relativamente all’incisività istituzionale del Consiglio regionale, parevano delinearsi nuove dinamiche politiche capaci di promuovere il superamento di difficoltà, limitazioni e ritardi che, di contro al dettato statutario, avevano condizionato la costruzione dell’autonomia e favorito il persistere delle distanze sociali ed economiche tra la Sardegna e il resto del paese.
The debates held in the Sardinian Regional Council during the first (1949-53) and the second (1953-57) legislatures took place in a Sardinia that, having emerged from the war politically depressed by the weight of the fascist dictatorship, intended to plan its own redemption, participating in a process of democratic reconstruction that, through the implementation of autonomy and rebirth, aimed to overcome the terms of the age-old Sardinian question. The confrontation between the political forces was structured in a social and economic context that was marked as much by the serious problems that plagued the world of work and the existence of the Sardinian communities, as well as by the heavy conditioning of the centralising policy implemented by the national government. Only in the last phase of the second legislature would new political dynamics emerge, capable of promoting the overcoming of difficulties, limitations and delays that, contrary to the dictates of the Statute, had conditioned the construction of autonomy and favoured the persistence of social and economic distances between Sardinia and the rest of the country.
[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Contributi” si è applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]
* Il saggio rielabora e approfondisce il contributo intitolato Costruire l’autonomia. Il Consiglio regionale sardo dalla ricostruzione alla progettazione del Piano di Rinascita (1949-1959), pubblicato in Il Consiglio regionale della Sardegna. Dall’istituzione a oggi, diretto da A. Mattone e S. Mura, Nuoro 2024, 71-97.
[1] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, I Legislatura, (poi CRS, I,) Seduta (poi S.) del 28 maggio 1949, 2.
[2] M. ROSSI DORIA, Trent’anni alle spalle: un tentativo di valutazione della politica per il Mezzogiorno, in ID., Scritti sul Mezzogiorno, Torino 1982, 148.
[3] Sardegna 1940-45. La guerra, le bombe, e la libertà. I drammi e le speranze nel racconto di chi c’era, a cura di M. Brigaglia e G. Podda, Cagliari 1994.
[4] G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica. Storia critica dell’autonomia, Roma-Bari 1996; M. CARDIA, «Un servitore dello Stato». L’Alto Commissario Pinna (1944-1949), in Élite politiche nella Sardegna contemporanea, a cura di G.G. Ortu, Milano 1987; Stampa periodica in Sardegna, 1943-1949, Cagliari 1974-76, 12 voll.
[5] G. CONTINI, Lo statuto della Regione sarda. Documenti sui lavori preparatori, Milano 1971, 140-147.
[6] G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit., 4-11.
[7] M. CARDIA, La nascita della Regione autonoma della Sardegna 1943-1948, prefazione di E. Rotelli, Milano 1992; M. CARDIA, La conquista dell’autonomia (1943-49), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, a cura di L. Berlinguer e A. Mattone, Torino 1998, 717-774.
[8] G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit.; S. RUJU, L’irrisolta questione sarda. Economia, società e politica nel secondo Novecento, Cagliari 2018.
[9] G. BERTOLO - R. CURTI - L. GUERRINI, Aspetti della questione agraria e delle lotte contadine nel secondo dopoguerra in Italia: 1944-1948, in Italia contemporanea 117, 1974, 3-42; Campagne e movimento contadino nel Mezzogiorno d’Italia dal dopoguerra a oggi, Bari 1979-80, 2 voll.; P. CINANNI, Lotte per la terra nel Mezzogiorno, 1943-1953. “Terre pubbliche” e trasformazione agraria, Venezia 1979; G. CONSONNI - F. DELLA PERUTA - G. GHISO, Stato e agricoltura in Italia. 1945-1970, Roma 1980; P. BEVILACQUA, Le campagne del Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra. Il caso Calabria, Torino 1980. Sulle lotte contadine in Sardegna cfr. G. SOTGIU, Lotte contadine nella Sardegna del secondo dopoguerra, in Campagne e movimento contadino, I, Bari 1979-80, 721-867; G. SOTGIU, Lotte per la terra e autonomia, in Le lotte per la terra in Sardegna. 1944-1950, numero monografico di Archivio sardo del movimento operaio contadino e autonomistico, 1985, 8-13. Sul rapporto fra contesto politico locale e lotte contadine cfr. G.G. ORTU, Lotte contadine e potere locale, in Le lotte per la terra in Sardegna. 1944-1950, cit., 145-156.
[10] F. MASALA, La formazione della città borghese, in Cagliari, a cura di A. Accardo, Roma-Bari 1996, 281-291; La città ricostruita. Le vicende urbanistiche in Sardegna nel secondo dopoguerra, a cura di A. Casu, A. Lino, A. Sanna, Cagliari 2001; G.G. ORTU, Introduzione a Cagliari tra passato e futuro, a cura di Id., Cagliari 2004, 16.
[11] L. n. 43 del 28 febbraio 1949 Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori. Per un profilo biografico dell’esponente democristiano cfr. G. FORMIGONI, Fanfani Amintore, DBI, 2017, ad vocem.
[12] F. MASALA, Architettura dall’Unità d’Italia alla fine del ’900, Nuoro 2001, passim.
[13] E. TOGNOTTI, Americani, comunisti e zanzare. Il piano di eradicazione della malaria in Sardegna tra scienza e politica negli anni della guerra fredda (1946-1950), Sassari 1995; E. TOGNOTTI, La malaria in Sardegna. Per una storia del paludismo nel Mezzogiorno, 1880-1950, Milano 1996.
[14] F. ATZENI, Riformismo e modernizzazione. Classe dirigente e questione sarda tra Ottocento e Novecento, Milano 2000; A. MATTONE, Storia della legislazione speciale per la Sardegna (1869-1914). Origini, sviluppi, aspettative, delusioni, Sassari 2022.
[15] Il fascismo in Sardegna e nel Mezzogiorno, numero monografico di Archivio sardo del movimento operaio contadino e autonomistico, 8-10, 1977; G. SOTGIU, Storia della Sardegna dalla Grande guerra al fascismo, Roma-Bari 1990; G. SOTGIU, Storia della Sardegna durante il fascismo, Roma-Bari 1995; L. MARROCU, Il ventennio fascista (1923-1943), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., 633-713; La Sardegna nel regime fascista, a cura di L.M. Plaisant, Cagliari 2000.
[16] M. LE LANNOU, Pâtres et paysans de la Sardaigne, Tours 1941, tr. it. di M. BRIGAGLIA, Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari 1979, 360.
[17] M.L. DI FELICE, Una modernizzazione difficile. Politiche di risanamento territoriale e di trasformazione socio-economica in Sardegna tra fine '800 e primo ’900, in Politica, società, cultura al tavolo della storia. Studi in onore di Claudio Natoli, a cura di M.L. Di Felice, A. Farina, A. Floris e C. Tasca, Milano 2023, 66-81.
[18] Sull’economia agraria sarda: G. ALIVIA, Economia e popolazione della Sardegna settentrionale, Sassari 1931; M. SATTIN, La trasformazione fondiaria agraria in provincia di Sassari, Sassari 1936; G.G. ORTU, Economia e società rurale in Sardegna, in Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea. Uomini e classi, II, a cura di P. Bevilacqua, Venezia 1990, 346 ss. Sulla pastorizia e la transumanza G.G. ORTU, I contratti agrari e pastorali, in La Sardegna, a cura di M. Brigaglia con la collaborazione di A. Mattone e G. Melis, III, Cagliari 1988, 207-218; G. ANGIONI, I pascoli erranti. Antropologia del pastore in Sardegna, Napoli 1989, 61 ss.; B. MELONI, Il pastore e la famiglia. Aggregati domestici in Sardegna, in Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea. Uomini e classi, cit., 597-623.
[19] Inchiesta sulla piccola proprietà coltivatrice formatasi nel dopoguerra. Sardegna, XII, a cura di F. Passino e G. Sirotti, Roma 1935, 6.
[20] G.E. MARCIANI, L’esperienza di riforma agraria in Italia, Milano 1966, 9-14.
[21] L. MARROCU, Il ventennio fascista, cit., 692.
[22] R. MARTINELLI - L. NUTI, Le città nuove nel ventennio da Mussolinia a Carbonia, in EADD., Le città di strapaese. La politica di fondazione nel ventennio, Milano 1981, 270-292; I. DELOGU, Carbonia. Utopia e progetto, Roma 1988 (rist. Cagliari 2003); M.L. DI FELICE, Le città di fondazione fascista: problematiche storiografiche e fonti archivistiche, in Le città di fondazione in Sardegna, a cura di A. Lino, Cagliari 1998, 98-119.
[23] G. PISU, Società bonifiche sarde, 1918-1939. La bonifica integrale della piana di Terralba, Milano 1995; M.C. SORU, Terralba. Una bonifica senza redenzione. Origini, percorsi, esiti, Roma 2000; M.L. DI FELICE, Terra e lavoro. Uomini e istituzioni nell’esperienza della riforma agraria in Sardegna (1950-1962), Roma 2005.
[24] G.G. ORTU, La transumanza nella storia della Sardegna, in Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Age-Temps modernes 100-2, 1988, passim; G.G. ORTU, Economia e società rurale in Sardegna, cit.
[25] E. SERENI, La politica agraria del regime fascista, in Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze. 1936-1948, II, Milano 1976, 396-404; E. FANO DAMASCELLI, La restaurazione antifascista liberista. Ristagno e sviluppo economico durante il fascismo, in Il Movimento di Liberazione in Italia 4, 1971, 44-99; ID., Problemi e vicende dell’agricoltura italiana fra le due guerre, in Quaderni storici 29-30, 1975, 468-96; P. CORNER, L’economia italiana tra le due guerre, in Storia d’Italia. Guerre e fascismo. 1914-1943, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, IV, Roma-Bari 1997, 339 ss. Per il meridione: V. CASTRONOVO, La politica economica del fascismo e il Mezzogiorno, in Studi storici 3, 1976, 25-39.
[26] La distribuzione della proprietà fondiaria in Italia. Tavole statistiche. Sardegna, Roma 1947, X-XI.
[27] P.M. ARCARI, La Sardegna, in Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione in Italia, 3, 4, Roma 1953, 639. Vedi CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della commissione parlamentare di inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, VII, Indagini delle delegazioni parlamentari. La miseria in alcune zone depresse, Roma 1953.
[28] Sul regime fondiario, le imprese e i contratti agrari cfr. G. LORENZONI, Relazione finale. L’ascesa del contadino italiano nel dopoguerra, in Inchiesta sulla piccola proprietà coltivatrice formatasi nel dopoguerra, XV, Roma 1938; La distribuzione della proprietà fondiaria in Italia. Relazione generale, a cura di G. Medici, Roma 1948; G. MEDICI, I tipi d’impresa nell’agricoltura italiana, Roma 1951.
[29] G.G. ORTU, I contratti agrari e pastorali, cit., 207-18; E. PAMPALONI, Aspetti contrattuali e aziendali dell’agricoltura sarda, Sassari 1957; G. ANGIONI, Il mestiere del contadino a un passaggio epocale, in Il lavoro dei sardi, a cura di F. Manconi, Sassari 1983, 18-31.
[30] M.L. DI FELICE - F. BOGGIO - G. SAPELLI, 70 anni. La memoria dell’impresa. Fonti archivistiche, ruoli territoriali e indagini storiche per l’industria della provincia di Cagliari, Cagliari 1995; M.L. DI FELICE - L. SANNA - G. SAPELLI, L’impresa industriale del Nord Sardegna. Dai “pionieri” ai distretti. 1922-1997, Roma-Bari 1997; M.L. DI FELICE, L’ascesa delle aziende edili all’ombra delle bonifiche e dei lavori pubblici, in La Sardegna nel regime fascista, cit., 83-113.
[31] S. RUJU, L’irrisolta questione sarda, cit., 51-53.
[32] E. PAMPALONI, L’economia agraria della Sardegna, Roma 1947, 11.
[33] A.M. GATTI - G. PUGGIONI, Storia della popolazione dal 1847 a oggi, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., 1039-1079.
[34] S. RUJU, L’irrisolta questione sarda, cit., 51.
[35] A.M. CECARO, Il mercato del lavoro, in La Sardegna, II, cit., 114; A.M. GATTI - G. PUGGIONI, Storia della popolazione dal 1847 a oggi, cit., 1056.
[36] M. ZURRU, C’è America e America: un caso di brain drain sardo verso gli USA, in Ammentu. Bollettino Storico e Archivistico del Mediterraneo e delle Americhe 10, gennaio-giugno 2017, 69.
[37] A.M. CECARO, Il mercato del lavoro, cit., 113-116; A.M. GATTI - G. PUGGIONI, Storia della popolazione dal 1847 a oggi, cit., 1056.
[38] E. CORDA, L’altalena sul Tirreno. 1828-1978. 150 anni di trasporti marittimi in Sardegna, Sassari 1978; ID., Ruote e rotabili. 1830-1980. 150 anni di trasporti interni alla Sardegna. Dalle diligenze alla pubblicizzazione delle autolinee, Sassari 1981.
[39] G. LOY PUDDU, L’organizzazione ricettiva della Sardegna. Distribuzione, composizione, frequenza degli elementi. Raffronto con l’organizzazione ricettiva nazionale anni 1950-1958, Cagliari 1958.
[40] R. LACONI, Il piano per la Rinascita economica e sociale della Sardegna, in La rinascita della Sardegna, Atti del Congresso per la Rinascita Economica e Sociale della Sardegna (Cagliari, 6-7 maggio 1950), a cura del Comitato promotore per la rinascita della Sardegna, Roma 1950, 44-46.
[41] Note e studi. L’industria elettrica in Sardegna, in Informazioni SVIMEZ 71-72, 11-18 maggio 1949.
[42] A. COLLIDÀ, Città meridionale e sovraurbanizzazione, in Gli anni 70 e il Mezzogiorno. Nuovi termini socioeconomici e vecchi strumenti d’intervento della questione meridionale, Bari 1979, 201-202.
[43] M. LELLI, Proletariato e ceti medi in Sardegna: una società dipendente, Bari 1975, 13-14.
[44] M.L. GENTILESCHI, Bilancio migratorio, in Atlante della Sardegna, a cura di R. Pracchi e A. Terrosu Asole, II, Roma 1980, 212.
[45] N. RUDAS, L’emigrazione sarda. Caratteristiche strutturali e dinamiche, Roma, Centro studi emigrazione, 1974, 28-39; L. ORTU - B. CADONI, L’emigrazione sarda dall’Ottocento ad oggi. Contributo ad una storia della questione sarda, Cagliari 1983; A.M. GATTI - G. PUGGIONI, Storia della popolazione dal 1847 a oggi, cit., 1039-1079; R. PRACCHI, Variazioni della popolazione tra il 1861 e il 1971, in Atlante della Sardegna, cit., 166-167; M.L. DI FELICE, Terra e lavoro, cit., 276-282.
[46] M. BRIGAGLIA, Il banditismo, in La Sardegna, cit., II, 180-188; M. BRIGAGLIA, Storia e miti del banditismo sardo, Sassari 2009, 37.
[47] V. SPANO, Il banditismo sardo, in ID., Per l’unità del popolo sardo, a cura di A. Mattone, Cagliari 1978, 157-188.
[48] Atti parlamentari, Camera dei deputati, II Legislatura (poi AAPP, CD, II), Seduta (poi S.) del 20.5.1954, 8265-8276. Cfr. R. LACONI - I. PIRASTU, Il banditismo in Sardegna e le sue cause sociali. Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute del 20, 25 maggio e del 3 giugno 1954, Roma 1954.
[49] R. LACONI - I. PIRASTU, Il banditismo in Sardegna e le sue cause sociali, cit.
[50] CRS, I, S. del 22 giugno 1949, 16.
[51] Ivi, passim.
[52] CRS, I, S. del 25 giugno 1949, 41-42. Vedi anche G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit., 41; A. ACCARDO, Dal fallimento dei moti angioyani alla Regione autonoma, in Cagliari, a cura di Id., Roma-Bari 1995, 25; L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita. Politica e società in Sardegna nell’avvio della stagione autonomistica (1949-1959), Milano 2016, 35.
[53] CRS, I, S. del 25 giugno 1949.
[54] F. SODDU, Il Consiglio regionale, in Per una storia della Regione autonoma della Sardegna, a cura di S. Mura, Milano 2019, 31.
[55] CRS, I, S. del 5 dicembre 1949, 325-326.
[56] Per M. SALVATI, Amministrazione pubblica e partiti di fronte alla politica industriale, in Storia dell’Italia repubblicana. La costruzione della democrazia, I, Torino 1994, 417, nel passaggio dal regime fascista alla Repubblica si registra «la continuità nelle istituzioni degli uomini, la palese permeabilità al nuovo di coloro che costituivano il quadro dirigente dell’amministrazione, il paralizzante cinismo opposto a ogni tentativo di mutamento; in sintesi, il fallimento dell’epurazione».
[57] Cfr. la parte delle dichiarazioni programmatiche a cui concorse Casu in CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Dichiarazioni programmatiche dei Presidenti delle Giunte Regionali (1949-1979), Cagliari 1981, 18.
[58] Su queste tematiche cfr. i riferimenti bibliografici riportanti nella nota 9.
[59] Sulle difficoltà incontrate dal Consiglio sardo nell’attribuire all’autonomia capacità di intervento programmatico in funzione dello sviluppo cfr. L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, cit., 33-34.
[60] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura 28 maggio 1949-7 maggio 1953, Cagliari 1961, 11-13.
[61] CRS, I, S. del 11 novembre 1949, 256-257.
[62] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 7, 24.
[63] Masia fu esponente del “gruppo di Pozzomaggiore”, un gruppo di giovani cattolici di orientamento politico e sociale piuttosto radicale: L. LECIS, La Democrazia cristiana in Sardegna (1943-1949). Nascita di una classe dirigente, Milano 2012, 45-46.
[64] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 10.
[65] Il disegno di legge non fu esitato dall’assemblea per la sopravvenuta chiusura della legislatura: cfr. CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 21.
[66] Con sentenza della Corte Costituzionale del 15 giugno 1956, n. 7 fu dichiarata l’incostituzionalità della norma contenuta nell’art. 1.
[67] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 32-34. L'impugnativa del Governo fu respinta con sentenza della Corte Costituzionale del 15 giugno 1956 n. 7.
[68] CRS, I, SS. del 5 ottobre 1949 e 11 novembre 1949.
[69] Sulla novità dei decreti Gullo cfr. F. RENDA, Il movimento contadino in Sicilia e la fine del blocco agrario nel Mezzogiorno, Bari 1976, 41-44. Per una biografia del deputato comunista cfr. M. DE NICOLÒ, Gullo Fausto, in DBI, 61 (2004), ad vocem.
[70] Per una biografia dello statista sassarese cfr. A. MATTONE - S. MURA, Segni Antonio, in DBI, 91 (2018), ad vocem; A. MATTONE, Il ministro Antonio Segni «agrarista». Politica e scienza giuridica nell’elaborazione della riforma fondiaria e della legge sui contratti agrari (1946-1950), in Studi storici 3, 2016, 523-576; S. MURA, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna 2017.
[71] E. TOGNOTTI, Una fonte per la storia del movimento di occupazione delle terre: la Commissione provinciale per le terre incolte. Il caso di Sassari (1944-50), in Le lotte per la terra in Sardegna. 1944-1950, cit., 104; P. BEVILACQUA, Le campagne del Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra, cit., 359.
[72] M. CARDIA, Le lotte contadine per la riforma agraria nel comprensorio di Alghero (1944-50), in Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo. Storia di una città e di una minoranza catalana in Italia (XIV-XX secolo), a cura di A. Mattone e P. Sanna, Sassari 1994, 662-663.
[73] CRS, I, S. del 1° ottobre 1949, 150.
[74] M. CARDIA, Le lotte contadine per la riforma agraria nel comprensorio di Alghero (1944-50), cit., 662-663.
[75] CRS, I, S. del 2 ottobre 1949, 163-164.
[76] CRS, I, S. del 5 ottobre 1949, 181-186. Vedi anche T. ORRÙ, Il problema della terra e le lotte contadine nelle discussioni al Consiglio regionale della Sardegna negli anni 1949-50, in Le lotte per la terra in Sardegna. 1944-1950, cit., 125-131.
[77] CRS, I, S. del 29 agosto 1949.
[78] Ivi, 61-62.
[79] CRS, I, S. del 2 settembre 1949, 95, 100.
[80] Ivi, 97.
[81] Ivi, 99.
[82] CRS, I, S. del 28 dicembre 1949, 358-359.
[83] CRS, I, S. del 29 dicembre 1949, 373-374.
[84] CRS, I, SS. del 22 e 23 febbraio 1950, 455-459, 461-465.
[85] Sulla riforma agraria e sulla CASMEZ cfr. E. BERNARDI, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda, Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo degasperiano, Bologna 2006; L. SCOPPOLA IACOPINI, La Cassa per il Mezzogiorno e la politica. 1950-1986, Roma-Bari 2019.
[86] CRS, I, S. del 2 ottobre 1950.
[87] Per una biografia del ministro cfr. Campilli Pietro, in DBI, 34 (1988), ad vocem.
[88] CRS, I, S. del 12 ottobre 1950.
[89] CRS, I, S. del 18 ottobre 1950.
[90] ASSOCIAZIONE LIBERA DEGLI AGRICOLTORI DELLA PROVINCIA DI PADOVA, La riforma fondiaria nel pensiero dei partiti politici italiani, Padova 1946, 21-2.
[91] R. PIAZZA, Dibattito teorico e indirizzi di governo nella politica agraria della Democrazia cristiana (1944-1951), in Italia contemporanea XXVI, 1974, 117, 50. Sulla politica agraria della DC: Atti e documenti della Democrazia Cristiana. 1943-1967, a cura di A. Damilano, Roma 1968, 2 voll. Sull’opera e il pensiero di Segni: A. SEGNI, Diario (1956- 1964), a cura di S. Mura, Bologna 2012; S. MURA, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, cit. Sulla riforma agraria in Sardegna M.L. DI FELICE, Terra e lavoro, cit.
[92] Vedi G. CHIAROMONTE, Agricoltura, sviluppo economico, democrazia. La politica agraria e contadina dei comunisti, 1965-72, Bari 1973, 57-8.
[93] P. SANNA, Storia del PCI in Sardegna. Dal 25 luglio alla Costituente, Cagliari 1977, 119-25.
[94] P. TOGLIATTI, Discorso di chiusura, in II Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, Roma 1945, 83-84. Sul dibattito interno al PCI, sulla questione agraria e il movimento contadino in Sardegna: M.L. DI FELICE, Terra e lavoro, cit., 57-64.
[95] R. GRIECO, Introduzione alla riforma agraria, Torino 1949, 157-75, 291-315. Sul tenore del Piano: G. BARONE, Stato e Mezzogiorno (1943-60). Il “primo tempo” dell’intervento straordinario, in Storia dell’Italia repubblicana, I, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, a cura di F. Barbagallo et al., Torino 1994, 393.
[96] E. BERNARDI, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti, cit.
[97] Dessanay e Branca vennero condannati a 13 mesi di reclusione: cfr. M.C. DENTONI, Tra passato e presente. La storia orale nelle lotte di Sa Zeppara, in Le lotte per la terra in Sardegna. 1944-1950, cit., 108-14.
[98] CRS, I, S. del 7 marzo 1950, 485-491.
[99] CRS, I, S. del 23 marzo 1950, 513-16. La discussione proseguì nei giorni 24 e 29.
[100] La rinascita della Sardegna. Atti del Congresso per la Rinascita Economica e Sociale della Sardegna, cit.
[101] R. LACONI, Il piano per la Rinascita economica e sociale della Sardegna, cit., passim.
[102] Il Carbone, la Sardegna e l’Italia, in L’Unione Sarda, 20 gennaio 1948.
[103] M.G. PINNA, Carbonia, in La Sardegna, cit., I, 269.
[104] AAPP, CD, I, S. del 22 luglio 1950.
[105] L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, cit., 32.
[106] R. PIAZZA, Dibattito teorico e indirizzi di governo nella politica agraria della Democrazia cristiana (1944-1951), cit., 51; DI FELICE, Terra e lavoro, cit., 77-81.
[107] CRS, I, S. del 26 ottobre 1950, 775-782.
[108] CRS, I, S. del 26 ottobre 1950, 776.
[109] CRS, I, S. del 9 novembre 1950, 787-791. Il disegno di legge divenne la L. R. n. 47 il 9 novembre 1950.
[110] DI FELICE, Terra e lavoro, cit., 86-110.
[111] CRS, I, S. del 7 febbraio 1951, 1006.
[112] Ivi, 1006-1007.
[113] CRS, I, S. del 7 febbraio 1951, 1007-1009.
[114] Ivi, 1009-1010.
[115] Ivi, 1007.
[116] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 135.
[117] CRS, I, S. del 19 novembre 1952, 1922.
[118] CRS, I, SS. del 18 e 19 novembre 1952, 1915-16, 1921-1922.
[119] CRS, I, S. del 13 dicembre 1952, 1961-1963.
[120] CRS, I, S. del 16 dicembre 1952, 1967-1968.
[121] Ivi, 1969-1970.
[122] D. POSSANZINI, L’elaborazione della cosiddetta “legge truffa” e le elezioni del 1953, in Quaderni dell’Osservatorio elettorale 46, 2002, 59.
[123] Su proposta di Casu furono approvati anche i Provvedimenti per l’incremento della meccanica agraria in Sardegna (L. R. n. 14 del 2 agosto 1951).
[124] M. BRIGAGLIA, Quarant’anni della nostra vita, in ID. - S. SECHI, Cronologia della Sardegna autonomistica. 1948-1985, Cagliari 1985, 8.
[125] CRS, I, S. del 10 novembre 1950, 804.
[126] A. VACCA, Carbonia e i problemi dell’industria carbonifera sarda (1936-1976), Cagliari 1985, 64.
[127] I. DELOGU, Carbonia. Utopia e progetto, cit., 248.
[128] G. MELE, La rinascita del movimento sindacale e le lotte sociali a Cagliari negli anni della ricostruzione (1944-1950), in Storia della Camera del lavoro di Cagliari nel Novecento, a cura di Ead. e C. Natoli, Roma 2007, 320-33; M.L. DI FELICE, Renzo Laconi. Una biografia politica e intellettuale, Roma 2019, 325-327.
[129] Per un profilo biografico cfr. M. MARCHI, Togni Giuseppe, in DBI, 95 (2019), ad vocem.
[130] CRS, I, S. del 15 novembre 1950, 819.
[131] AAPP, CD, I, S. del 30 settembre 1952, 40694-40707; AAPP, CD, I, S. del 1° ottobre 1952, 40762-40766; M.G. LEVI, Vicende e aspetti del carbone di Carbonia, in L’Unione Sarda, 6 luglio 1952.
[132] CRS, I, S. del 14 ottobre 1950, 723-727.
[133] CRS, I, S. del 17 ottobre 1950, 729-731; ivi, S. del 19 ottobre 1950, 747-749.
[134] CRS, I, S. del 20 ottobre 1950, 755-757.
[135] Ivi, 758.
[136] CRS, I, S. del 20 giugno 1951, 1184. Sul coinvolgimento della Rockefeller cfr. L. DEL PIANO, La Fondazione Rockefeller e la Rinascita sarda, in Quaderni Bolotanesi 13, 1987, 113-144; ID., Il sogno americano della rinascita sarda, Milano 1991.
[137] Sull’organizzazione interna cfr. COMITATO DEI MINISTRI PER IL MEZZOGIORNO, Commissione per la formulazione di un programma di intervento nel quadro del Piano di rinascita per la Sardegna, Rapporto conclusivo, Cagliari 1959, 43.
[138] Sulla composizione dell’organismo cfr. Rapporto conclusivo sugli studi per il Piano di Rinascita, a cura di Commissione economica di studio per il piano di rinascita della Sardegna, I, Cagliari 1962.
[139] CRS, I, S. del 20 giugno 1951, 1182-1185.
[140] CRS, I, S. del 26 giugno 1951, 1187-1189; ivi, S. del 27 giugno 1951, 1191-1195; ivi, S. del 10 luglio 1951, 1197-1200.
[141] CRS, I, S. del 2 agosto 1951, 1230-1235.
[142] Ivi, 1230.
[143] L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, cit., 103.
[144] CRS, I, S. del 1° ottobre 1951, 1249-1253.
[145] CRS, I, S. del 31 marzo 1953, 2219-2224.
[146] CRS, II Legislatura (poi CRS, II), S. del 19 giugno 1956, 6005-6018.
[147] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio della prima legislatura, cit., 173.
[148] CRS, I, S. del 5 maggio, 2284.
[149] CRS, I, S. del 5 maggio, 2284-2285.
[150] M. CARTA, Motivi ed orientamenti di una politica per l’industrializzazione della Sardegna, in Atti del convegno di studi per l'industrializzazione della Sardegna (10-14 aprile 1953), sotto l’egida della Regione sarda e dell'Associazione Nazionale Ingegneri ed Architetti, Roma 1954, 68.
[151] Atti del convegno di studi per l'industrializzazione della Sardegna, cit.
[152] CRS, I, S. del 5 maggio, 2285-2286.
[153] M. CARTA, Motivi ed orientamenti di una politica per l’industrializzazione della Sardegna, cit., 67-68.
[154] L. CRESPELLANI, Consuntivo di un quadriennio, in ID., Il volto dell’isola. 1949-1953, Cagliari 1953, 289-291.
[155] G. CAREDDA, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-1960, Roma-Bari 1995, 127-138.
[156] CRS, II legislatura (poi CRS, II), S. del 21 luglio 1953, 27-36.
[157] CRS, II, S. del 25 luglio 1953.
[158] CRS, II, SS. del 14 e 15 dicembre 1953.
[159] CRS, II, S. del 16 dicembre 1953, 434-435.
[160] CRS, II, S. del 23 novembre 1953, 257-264.
[161] CRS, II, S. del 26 novembre 1953, 347-348. Nello stesso giorno si discutevano anche le mozioni presentate sul minacciato licenziamento di 300 minatori della SAPEZ impegnati in un corso di qualificazione e si votava un ordine del giorno che impegnava la Giunta a far riassorbire gli operai alla fine del corso stesso, ivi, 330-347.
[162] CRS, II, S. del 17 settembre 1954, 2030-2039.
[163] CRS, II, SS. del 14,15,16,17 settembre 1954.
[164] CRS, II, SS. del 16, 17 e 19 novembre 1954.
[165] CRS, II, SS. del 14 e 15 febbraio 1955.
[166] CRS, II, SS. del 7, 8 e 9 marzo 1955.
[167] Cfr. A. VACCA, Carbonia e i problemi dell’industria carbonifera sarda (1936-1976), cit., 83-149; M. CARDIA, Dal Piano Levi al Piano minerario regionale (1949-1984). Trentacinque anni di dibattito al Consiglio regionale, in Le miniere e i minatori della Sardegna, a cura di F. Manconi, Cagliari 1986, 207-231; G.G. ORTU, Carbonia dalle origini agli anni Settanta, in Le miniere e i minatori della Sardegna, cit., 103-114; I. DELOGU, Carbonia. Utopia e progetto, cit., 253 ss.
[168] CRS, II, SS. del 18 e 19 ottobre 1955.
[169] La Carbosarda attua 1.600 licenziamenti, in l’Unità, 12 agosto 1958
[170] AAPP, CD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 15 ottobre 1958, 2695-6, 2704-5.
[171] COMITATO DEI MINISTRI PER IL MEZZOGIORNO, Commissione per la formulazione di un programma di intervento nel quadro del Piano di rinascita per la Sardegna, Rapporto conclusivo, cit.
[172] CRS, II, S. del 7 luglio 1955, 3887.
[173] L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, cit., 129-132.
[174] CRS, II, S. del 7 luglio 1955, 3887.
[175] C. PINZANI, L’Italia nel mondo bipolare, in Storia dell’Italia repubblicana. La trasformazione dell’Italia. Sviluppo e squilibri, 2/1, Politica, economia, società, Torino 1995, 7-194.
[176] P. TOGLIATTI, Il giudizio di Togliatti, in l’Unità, 20 agosto 1953. Per un profilo biografico del segretario comunista cfr. F. ANDREUCCI, Togliatti Palmiro, in DBI, 95 (2019), ad vocem.
[177] C. PINZANI, L’Italia nel mondo bipolare, cit., 83.
[178] Dopo il 7 giugno le forze democratiche possono passare dalla resistenza all’avanzata, in l’Unità, 15 settembre 1953.
[179] CRS, II, S. del 18 febbraio 1954, 859.
[180] CRS, II, S. del 20 febbraio 1954.
[181] CRS, II, SS. del 22 e 24 marzo 1954.
[182] CRS, II, S. del 22 marzo 1954, 940-943.
[183] CRS, II, SS. del 22 e 23 aprile 1954.
[184] CRS, S. del 28 maggio 1954, 1362-1366.
[185] CRS, S. del 29 maggio 1954, 1380-1385.
[186] CRS, S. del 28 maggio 1954, 1347.
[187] Il V congresso nazionale della DC avrebbe designato quale segretario Amintore Fanfani.
[188] Cfr. CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA, Attività legislativa del Consiglio nella seconda legislatura 3 luglio 1953 – 13 giugno 1957, Cagliari 1958, passim.
[189] Questo provvedimento proposto dall’assessore Casu venne preferito perché d’impatto più immediato rispetto alla proposta delle sinistre di carattere più complessivo intitolata Provvidenze in favore delle aziende pastorali.
[190] CRS, II, SS. del 14, 15 e 16 ottobre 1954.
[191] CRS, II, s. del 24 luglio 1954, 1912.
[192] G. PISU, Società bonifiche sarde, 1918-1939, cit.; M.C. SORU, Terralba. Una bonifica senza redenzione, cit.
[193] M.L. DI FELICE, "Eravamo come schiavi". Famiglie contadine a Mussolinia-Arborea: fonti orali e dinamiche socioeconomiche, in RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea 10/I n.s., giugno 2022, 185-205.
[194] CRS, I, S. del 5 giugno 1952.
[195] CRS, I, S. del 5 giugno 1952, 660-1663.
[196] M.L. DI FELICE, Terra e lavoro, cit., 154.
[197] CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA. COMMISSIONE SPECIALE PER IL PROBLEMA DI ARBOREA, Relazione al Consiglio, Cagliari 1954.
[198] CRS, II, S. del 22 luglio 1954.
[199] Per un profilo biografico del ministro cfr. G. SIRCANA, Medici Giuseppe, in DBI, 73 (2009), ad vocem.
[200] CRS, II, S. del 9 giugno 1954.
[201] CRS, II, S. del 24 luglio 1954.
[202] M.L. DI FELICE, "Eravamo come schiavi", cit.
[203] CRS, II, S. del 30 dicembre 1954.
[204] CRS, II, S. del 28 dicembre 1954, 2816-2817.
[205] CRS, II, S. del 29 dicembre 1954, 2915.
[206] CRS, II, S. del 8 giugno 1955, 3837-3839.
[207] CRS, II, S. del 13 aprile 1955, 3434.
[208] CRS, II, S. del 7 ottobre 1957, 4259. L’11 luglio 1955 i piani vennero rinviati al Governo da Giuseppe Brotzu, succeduto a Alfredo Corrias nella presidenza della Giunta: cfr. CRS, II, S. del 13 ottobre 1955, 4337-4338.
[209] La crescente attenzione verso il settore industriale si manifestò anche con l’approvazione di due leggi presentate dall’assessore all’Industria Carta che promuovevano gli studi, le ricerche e le pubblicazioni nel settore: la prima intendeva favorire il progresso delle conoscenze scientifiche, dei metodi e dei processi tecnici e tecnologici e delle realizzazioni industriali nel settore dell’attività mineraria e della valorizzazione per prodotti minerari (L.R. n. 6 del 6 aprile 1954), la seconda puntava a sostenere il progresso scientifico, tecnico ed economico dell’industria sarda e l’incremento degli scambi tra la Sardegna e i mercati nazionali ed esteri (L. R. n. 5 del 6 aprile 1964).
[210] CRS, I, S. del 31 agosto 1949.
[211] G. CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Roma 2005; V. CASTRONOVO, L'Italia del miracolo economico, Roma-Bari 2010.
[212] G. PILUSO, Il Banco di Sardegna (1953-1994), in Storia del Banco di Sardegna. Credito, istituzioni, sviluppo dal XVIII al XX secolo, a cura di G. Toniolo, Roma-Bari 1995, 235-236.
[213] G. SATTA, Evoluzione dell’intermediazione finanziaria e suoi effetti redistributivi in Sardegna, in Sviluppo economico ed evoluzione finanziaria nel Mezzogiorno, Atti del Seminario organizzato dal Banco di Sardegna (Sassari, 27-30 ottobre 1973), Sassari 1975, 161-162. Sull’ICAS cfr. L. CONTE, Dai Monti frumentari al Banco di Sardegna, in Storia del Banco di Sardegna. Credito, istituzioni, sviluppo dal XVIII al XX secolo, cit., 187-212.
[214] CRS, I, SS. del 13, 18 e 19 febbraio 1953.
[215] CRS, I, S. del 19 febbraio 1953, 2129-2130.
[216] CRS, II, S. del 31 marzo 1954.
[217] Ivi, 1059-1084.
[218] CRS, II, S. del 24 novembre 1954, 2644.
[219] Ivi, 2659.
[220] CRS, II, S. del 25 novembre 1954, 2694.
[221] Ivi, 2698.
[222] CRS, II, S. del 26 novembre 1954. Alla nascita il CIS avrebbe contato su un fondo di dotazione di 600 milioni di lire, costituito per il 40 per cento dalla CASMEZ, dalla Regione per il 35 per cento, dalla Banca Popolare di Sassari per il 5 e dal Banco di Sardegna per il 20, che conferì il fondo della propria sezione autonoma di credito industriale. Per l'esercizio dell’attività accanto al fondo iniziale di dotazione, sarebbe intervenuto il fondo speciale alimentato dalla CASMEZ e da obbligazioni e buoni fruttiferi emessi dallo stesso CIS. Le Disposizioni per il trasferimento al Credito Industriale Sardo dei fondi istituiti presso la Sezione di credito industriale del Banco di Sardegna furono dettate dalla L. R. n. 3 del 21 febbraio 1956. Con la L. R. n. 23 del 18 maggio 1957 si sarebbe costituito presso il CIS un fondo per il credito di esercizio alle industrie sarde.
[223] S. RUJU, La parabola della petrolchimica. Ascesa e caduta di Nino Rovelli, Roma 2003.
[224] CRS, II, S. del 5 luglio 1955, 3871.
[225] Ivi, 3872.
[226] CRS, II, S. del 13 luglio 1955, 4082. Cfr. L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna del 14 luglio 1955.
[227] CRS, II, S. del 9 luglio 1955.
[228] CRS, II, S. del 6 luglio 1955, 3877.
[229] CRS, II, S. del 17 settembre 1954, 2034-2035.
[230] CRS, II, S. del 12 luglio 1955, 3996.
[231] CRS, II, S. del 7 luglio 1955, 3886-3893.
[232] CRS, II, S. del 8 luglio 1955, 3935.
[233] CRS, II, S. del 7 luglio 1955, 3903-3910. Non meno critica sarebbe stata la CISL che giudicò la nuova Giunta la peggiore tra tutte quelle che si erano succedute in Sardegna: cfr. L’Unione Sarda, 1° luglio 1955.
[234] A. SEGNI, Diario (1956- 1964), cit., 28-31.
[235] F. SODDU, Il Piano di rinascita della Sardegna. Gli strumenti istituzionali e il dibattito politico, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., 996-1035.
[236] Ivi, 999.
[237] CRS, II, S. del 5 ottobre 1956.
[238] CRS, II, S. del 26 marzo 1957, 7617-7619.
[239] Ivi, 7609-7610.
[240] Ivi, 7614-7615.
[241] CRS, II, S. del 28 marzo 1957, 7669-7677.
[242] Ivi, 7662.
[243] Ivi, 7641-7646.
[244] Ivi, 7667-7669.
[245] Ivi, 7646-7656.
[246] CRS, II, S. del 2 aprile 1957, 7721-7728.
[247] Ivi, 7729-7736.
[248] F. SODDU, Il Piano di rinascita della Sardegna, cit., 1003.
[249] Rinviata dal Governo l’8 luglio 1957 non venne riesaminata.
[250] CRS, II, S. del 6 giugno 1957. Corrias tralasciò di ricordare diversi provvedimenti approvati, probabilmente ritenuti meno qualificanti; tra questi quelli relativi alla costruzione dei pensionati universitari di Cagliari e Sassari (L. R. n. 10 del 14 marzo 1956), al contributo per la costruzione del nuovo ospedale di Sassari (L. R. n. 33 del 17 novembre 1956), alla costruzione di laghi collinari (L. R. n. 7 del 21 marzo 1956), all’istituzione del Centro regionale agrario sperimentale (L. R. n. 22 del 19 giugno 1956), all’acquisto della collezione del pittore Giuseppe Biasi (L. R. n. 32 del 17 novembre 1956) e alla costituzione dell’ISOLA (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano) (L. R. n. 6 del 2 marzo 1957).
[251] S. MURA, Pianificare la modernizzazione. Istituzioni e classe politica in Sardegna 1949-1969, Milano 2015, 62.
[252] Ivi, 19-25.
[253] F. OBINU, Li chiamavano i "giovani turchi". La rivoluzione bianca nella D.C. di Sassari, Sassari 1996, 79, 135-136; L. LECIS, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, cit., 155-161.
[254] Le risposte di Palmiro Togliatti a 9 domande sullo stalinismo con scritti di Lelio Basso [et al.], in Nuovi Argomenti 20, maggio-giugno 1956, 110-39.
[255] G. GOZZINI - R. MARTINELLI, Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, VII, Torino 1998, 505-638.
[256] Ivi, 572-605.
[257] C. NATOLI, Palmiro Togliatti e il centro-sinistra, in Centro-sinistra. Da Fanfani a Moro 1958-1968, a cura di G. Gambetta e S. Mirabella, Bologna 2013, 139-40.
[258] L. LECIS, La Democrazia cristiana e il gruppo dei “Giovani Turchi”, in La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali, a cura di L. Marrocu, F. Bachis e V. Deplano, Roma 2015, 323-44.
[259] M.L. DI FELICE, Renzo Laconi, cit., 495.
[260] La crisi del PCI nell’isola. Ecco il documento d’accusa dei comunisti sardi dissidenti, in L’Unione Sarda, 21 febbraio 1957. L’Unione Sarda, il giornale più diffuso in Sardegna, espressione della destra sarda, seguì con interesse le vicende dei contrasti interni al PCI in diversi articoli. Tra questi cfr. Clamorosa frattura nel PCI in Sardegna, 19 febbraio 1957; Saranno espulsi per ora forse solo Dessanay e Cossu, 20 marzo 1957.
[261] Su tutta la vicenda cfr. G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit., 120.
[262] Cfr. M.L. DI FELICE, Renzo Laconi, cit., 490-495.
[263] CRS, II, S. del 26 marzo 1957, 7602-7605.
[264] G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit., 135.
[265] M.L. DI FELICE, Renzo Laconi, cit., 516-522.
[266] Ivi, 495-499.
[267] Cfr. Usciamo dall’immobilismo, in Il Democratico, 1° ottobre 1948.
[268] F. SODDU, Il Piano di rinascita della Sardegna, cit., 1003. Sull’alleanza tra le due forze cfr. Primo incontro fra DC e sardisti, in L’Unione sarda, 25 ottobre 1958.
[269] [Intervento di] Renzo Laconi segretario regionale per la Sardegna, in IX Congresso del Partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Roma 1960, I, 328-9.
[270] E. CORRIAS, La mia esperienza autonomistica, Sassari 1991.
[271] M. BRIGAGLIA, Quarant’anni della nostra vita, cit., 8.
[272] M. CARDIA, Dallo Statuto al Piano di rinascita (1943-1962), in Storia dei sardi e della Sardegna, IV, L’Età contemporanea. Dal governo piemontese agli anni sessanta del nostro secolo, a cura di M. Guidetti, Milano 1990, 494; La Sardegna. Otto anni di autonomia (1949-1957), Cagliari 1957, passim.
[273] Per un profilo biografico del ministro cfr. A. CIAMPANI, Pastore Giulio, in DBI, 81 (2014), ad vocem.
[274] Documenti per il Congresso del Popolo Sardo. 1: Le linee generali del Piano di rinascita elaborato dalla Commissione di studio, 2: Tesi sul rapporto conclusivo della Commissione economica, Sassari 1959, (estratto da Rivista sarda dei problemi dell’autonomia e della rinascita 1, 1959).
[275] S. MURA, Pianificare la modernizzazione, cit., 47-117.
[276] La “cultura della Rinascita”. Politica e istituzioni in Sardegna (1950- 1970), a cura di F. Soddu, Sassari 1992, passim; ID., Il Piano di rinascita della Sardegna, cit., 1002-1003.
[277] REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA. ASSESSORATO ALLA RINASCITA, Convegni sul Piano di rinascita. Atti, Cagliari 1961. Dell’iniziativa avrebbero dato conto L’Unione Sarda, 20 maggio 1959, e Il Popolo, 22 maggio 1959.
[278] S. MURA, Pianificare la modernizzazione, cit., 49-54.
[279] On. Renzo Laconi, in REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA. ASSESSORATO ALLA RINASCITA, Convegni sul Piano di rinascita. Atti, cit., 80-83.
[280] Convegni unitari per la rinascita sarda, in l’Unità, 31 maggio 1959.
[281] COMITATO DEI MINISTRI PER IL MEZZOGIORNO, Commissione per la formulazione di un programma di intervento nel quadro del Piano di rinascita per la Sardegna, Rapporto conclusivo, cit.
[282] F. SODDU, Il Piano di rinascita della Sardegna, cit.,1007.
[283] Cfr. REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA, L’amministrazione regionale nei primi sette anni di attività, Cagliari 1956, passim; La Sardegna. Otto anni di autonomia, cit. passim.
[284] G. SOTGIU, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit.; A.M. GATTI - G. PUGGIONI, Storia della popolazione dal 1847 a oggi, cit.; S. RUJU, L’irrisolta questione sarda, cit.; Atlante della Sardegna, cit., II, 212.
[285] M.L. DI FELICE, Renzo Laconi, cit., 521-522.