N. 8 – 2009 –
Tradizione-Romana
Leonid L. Kofanov
Accademia
delle Scienze di Russia
Mosca
Fas e ius naturae
nel pensiero di Cicerone e dei giuristi romani *
Sommario: 1. Natura
loci come lex per le servitù prediali nel Ad edictum di Paolo (D.39.3.2 pr.). – 2. La natura come soggetto autonomo nel diritto romano.
– 3. Ius
naturale come il diritto “assurdo”
nella storiografia moderna. – 4. La
definizione del ius naturale nelle
fonti giuridiche, diritto degli animali e iura
praediorum come diritto degli inanimati. – 5. Ius naturae di Cicerone come la fonte principale per tutto il
diritto umano. – 6. Natura loci di
Cicerone e klivmata degli autori greci
antichi. – 7. Il divieto di
peggiorare la natura loci.
– 8. L’origine arcaica di ius naturae e pitagorismo. –
9. Fas come diritto naturale arcaico e scienza degli auguri.
– 10. Vitia
loci e salute della natura nella scienza
augurale. – 11. Conclusione.
Il diritto romano, come nessun altro sistema giuridico
antico o moderno, era legato strettamente alla natura con le sue leggi, alle
particolarità climatiche. In modo particolare, vorrei sottolineare il
fatto che il cosiddetto diritto pandettistico recepito nell’Europa del
XIX sec. ha perso in gran parte questo legame, rifiutando la teoria medievale
giusnaturalistica e sostituendola con la teoria dei diritti umani. Solo negli
ultimi decenni a questo sistema dei diritti umani è stato aggiunto il
diritto ecologico.
Il legame del diritto classico romano con la natura e le
sue particolarità climatiche si manifesta in modo più evidente
nel terzo titolo del libro 39 del Digesto di Giustiniano, che è dedicato
all’actio aquae pluviae arcendae[1],
in particolare nella frase seguente del commento di Paolo Ad edictum (D. 39. 3. 2 pr.) :
In summa tria sunt, per quae inferior locus superiori
seruit, lex, natura loci, uetustas : quae semper pro lege habetur,
minuendarum scilicet litium causa .
Non c’è dubbio che l’espressione pro lege habetur si riferisca non solo
alla vetustas, ma anche alla natura loci, che letteralmente significa
“la natura del luogo”. Quindi, la stessa natura del luogo poteva
essere la causa della nascita della servitus
aquae pluviae arcendae. Per di
più, Paolo, con rinvio a Labeone, scrive che se la natura del luogo
cambia per conto suo, senza l’attività del proprietario del
terreno vicino, e comincia a nuocere, allora, l’uomo deve sopportare aequo animo questo danno[2].
Anche Ulpiano sottolinea che l’actio
aquae pluviae arcendae non si applica nel caso in cui è la stessa
natura del luogo a provocare il danno[3]
e, al contrario, si applica nel caso in cui le condizioni della natura sono
violate a causa dell’attività di costruzione dell’uomo[4].
Poi, Ulpiano cita le parole di Labeone, secondo le quali, anche nel caso di
assenza della lex dicta, tra terreni
di sopra e di sotto « bisogna salvare la natura della terra, e il
terreno di sotto deve essere sempre al servizio di quello di sopra, ovvero,
secondo la natura, il campo inferiore deve sopportare il danno di quello
superiore »[5]. Tuttavia, Paolo segnala il diritto del vicino del fondo
inferiore di migliorare « la natura del luogo » con suoi mezzi, senza causare danni al fondo superiore[6].
M. Bartošek[7]
spiega l’introduzione di quest’azione con le particolarità
del clima d’Italia, caratterizzato da rovesci temporaleschi di acqua
piovana. Infatti, Labeone (Paul., D. 39. 3. 2. 6),
nella sua argomentazione sul cambiamento autonomo della « natura del
luogo », dice che « si terrae motu aut
tempestatis magnitudine soli causa mutata sit, neminem cogi posse, ut sinat in
pristinam locum condicionem redigi ».
Oltre a terremoti e tempeste spesso i giuristi romani menzionano le altre forze
naturali, generalmente legate con l’acqua. Così, Pomponio menziona
la regola comune per tutte le servitù prediali, secondo la quale queste
forze possono nuocere, se il danno si fa « naturaliter, non manu facto », per esempio per mezzo
delle correnti d’acqua piovana, degli scoli d’acqua dei campi o
dell’apparizione di una fonte nuova[8]. E` molto importante sottolineare il fatto che Pomponio
dica che servitus aquae pluviae arcendae non è il
diritto degli uomini, ma della terra stessa[9].
Nota anche che il fiume, cambiando il suo alveo, fa come il personale addetto
alla riscossione fiscale, cambiando il terreno pubblico in privato e viceversa[10].
Anche Giustiniano, descrivendo i modi d’acquisizione della
proprietà secondo il diritto naturale, descrive la stessa
particolarità della natura del fiume[11].
E` molto vicina a questa particolarità anche la descrizione gaiana del
sedimento di terra creato dal fiume e diventato proprietà privata
secondo il diritto di natura[12].
Da questi due ultimi brani si può concludere che,
dal punto di vista dei giuristi romani, l’attività autonoma della
natura inanimata (natura loci e natura fluminis) è regolata dal ius naturale. Tuttavia, nella
storiografia moderna sul diritto naturale, che è davvero sterminata[13],
questo diritto di solito viene interpretato in altro modo. Non di rado il
diritto naturale si identifica con il ius
gentium[14],
la sua nascita si lega alla necessità di creare la base filosofica ed
etologica del il ius gentium, quindi si spiega solamente con
l’influenza della filosofia greca antica, principalmente quella degli
stoici[15].
Spesso l’idea stessa del ius
naturale romano viene chiamata « abbastanza infelice »[16], « scipita »[17] e anche « assurda »[18]. Infine, si dice che il concetto di ius naturale non abbia « un significato preciso e nelle
fonti lo troviamo usato in affermazioni che rispondono a speculazioni meramente
filosofiche »[19]. In generale, molti romanisti pensano che le idee
giusnaturalistiche romane « sono idee più di etologia e
sociologia che non di diritto »[20]. Ma ci sono anche altri romanisti, che interpretano il
sistema romano del ius naturale
più positivamente e con ponderazione. Io prenderò a testimone la
loro opinione, analizzando direttamente le fonti che presentano le definizioni
della sostanza e del carattere del « diritto di natura ».
La definizione che dà Isidoro è molto breve
ma sostanziale[21],
sottolineando che il ius naturale « è comune a
tutte le nazioni, dappertutto ispirato dalla natura e non da
un’istituzione » e concerne le questioni del matrimonio,
dell’educazione dei bambini, del possesso, dell’acquisizione della
proprietà, di alcuni contratti e delle riflessioni sulla violenza[22].
Vi è quasi la stessa definizione nelle Istituzioni di Giustiniano[23],
ma con una differenza molto importante : al posto di nationes si usa il termine animalia,
cioè secondo Giustiniano il ius
naturale è il diritto che la natura ha insegnato non solo agli
uomini, ma a tutti gli esseri animati. Questa definizione è adottata
quasi letteralmente da una fonte precedente – dalle Istituzioni del
giurista classico Ulpiano[24].
Proprio questa definizione ulpianea ha causato un forte risentimento nei
romanisti moderni, che trattano l’idea della comunanza del diritto tra
uomini ed animali come un’assurdità[25]
A mio avviso, però, il romanista italiano Pietro Onida ha provato in
modo molto convincente che i romani usavano l’idea della comunanza del
diritto tra uomini ed animali, non solo sul piano filosofico-speculativo, ma
anche nella vita reale e nella pratica giuridica[26].
Così, lo studioso analizza i dati delle fonti sul divieto di sacrificare
animali che era stato dichiarato per la prima volta da Pitagora, menzionato da
Cicerone (De leg., III. 19),
Varrone e Seneca e confermato per via legislativa dall’imperatore romano
Costantino[27].
Inoltre, è anche molto importante la sua analisi dell’actio de pauperie che prevedeva la
consegna noxale dell’animale colpevole all’attore[28].
Nella sua sostanza quest’azione è analoga all’actio noxalis relativa agli schiavi
(Iust., Inst., IV. 8).
Infatti, la natura
animalium è molto simile alla natura
hominum : non solo i biologi, ma anche le persone che hanno animali
domestici sanno molto bene che questi sono capaci di amare, di essere fedeli,
grati, educano e difendono i loro cuccioli, salvaguardano i confini dei luoghi
in cui vivono. In modo particolare i romani ammiravano il sistema del ius naturae delle api[29].
Ma per questo articolo è più importante un’altra parte del ius naturae – la natura agris e le sue condizioni
climatiche (natura caeli).
Perciò è necessario notare che i giuristi
romani legavano molti istituti del diritto reale al ius naturale. Perciò, la proprietà comune a tutti gli
uomini per quanto riguarda l’aria, i fiumi, il mare e le rive è
basata anch’essa sul diritto naturale[30].
Anche la legittimità della cattura di animali selvatici è legata
al ius naturale[31].
Lo stesso diritto regola l’alienazione delle cose corporali, compresa la
terra[32].
Ma la cosa più importante è il fatto che i giuristi romani
interpretavano anche le servitù come basate sul diritto naturale.
Pertanto, sul ius naturale è
basata la regola ben conosciuta, secondo cui superficies solo cedit[33].
Lo stesso possiamo dire sulla regola principale dell’usufrutto, riguardo
all’appropriazione della figliata del bestiame a favore
dell’usufruttuario[34].
Ma il diritto naturale si manifesta in modo più evidente con
l’istituto romano delle servitù prediali, che, secondo la regola
generale della loro esistenza, dovevano sempre avere la causa perpetua e
fondata sulla natura[35].
Il nome stesso per il diritto delle servitù prediali – iura praediorum – mostra che non
si tratta del diritto degli uomini, ma dei terreni stessi
(D. 8. 3. 23). Infatti, i giuristi romani notano abbastanza
spesso che il soggetto delle servitù prediali è il terreno
dominante, a favore del quale il terreno subordinato serve[36].
I romani interpretavano la servitù come una peculiarità del
terreno, il suo clima salubre (D. 50. 16. 86) come
« il diritto del terreno »[37], come « condizione speciale del terreno »[38]. Le condizioni di funzionamento delle servitù
prediali, in particolare delle servitù d’acqua[39],
erano determinate anche dalle condizioni naturali del luogo.
Allora, nel concetto delle servitù prediali dei
giuristi romani risulta evidente l’idea che questi diritti si legano non
tanto ai proprietari dei terreni vicini quanto agli stessi terreni. Ciò
si spiega con l’idea romana che la terra è una sostanza animata,
viva, perciò se con mancanza di serietà la si divide tra i
privati, le sue parti possono atrofizzarsi. La salubrità, cioè il
clima sano del luogo e quindi la sua utilità per l’uomo, è
uno dei più importanti argomenti delle servitù prediali. Desta
meraviglia che i romanisti moderni, che criticano così categoricamente
Ulpiano per l’idea di comunanza del diritto tra uomini e animali, non
abbiano notato affatto l’idea dell’esistenza del diritto della
natura inanimata (iura praediorum),
che è ancora più sovversiva per il sistema del giuspositivismo
moderno.
Bisogna notare che i romani, non solo dichiaravano
sempre, ma di conseguenza mettevano in pratica l’idea di supremazia del ius naturae (sia degli animali che degli
inanimati) in relazione al ius civile[40], poiché per loro era evidente
(come anche per noi oggi) che le leggi di natura non possono essere abolite per
volontà degli uomini. Infatti, con nessuna legge umana si può
cambiare la legge di natura sulla rotazione della Terra intorno al Sole.
Inoltre, le condizioni climatiche del polo nord non possono essere avvicinate
al clima subtropicale solo grazie alla volontà del legislatore.
Tuttavia, già nell’antichità, studiando e usando nella sua
attività le leggi di natura, l’uomo ha imparato a influenzare le
condizioni climatiche sia positivamente che negativamente. Allo stesso tempo, i
filosofi greci antichi conoscevano molto bene il grado d’influenza
contraria delle condizioni climatiche della natura (ius naturae) sull’uomo, perciò per i romani era
necessario adeguare queste condizioni climatiche al sistema giuridico romano.
Questo assunto si vede molto bene nel concetto di diritto
romano espresso dal politico, avvocato e filosofo M. Tullio Cicerone, il
contenuto del quale cercherò di esporre brevemente. Cominciamo dalla
definizione del ius naturae che
dà Cicerone :
naturae ius est, quod non opinio genuit, sed
quaedam in natura vis insevit, ut religionem, pietatem, gratiam, vindicationem,
observantiam, veritatem. religio est, quae
superioris cuiusdam naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque affert[41].
Questa definizione respinge molto precisamente tutto il
sistema giuridico-religioso romano dell’età repubblicana[42],
poiché concepisce la religione come « cura di una certa
natura superiore, che viene chiamata divina, e adorazione di
questa ». In connessione con ciò è importante citare
una delle definizioni della legge, presente nel trattato di Cicerone De legibus :
I. 18 : Igitur doctissimis uiris... definiunt, lex est ratio
summa, insita in natura, quae iubet ea quae facienda sunt, prohibetque
contraria... 19. Ea est enim
naturae uis, ea mens ratioque prudentis, ea iuris atque iniuriae regula.
Seguendo questa definizione, Cicerone dichiara che
« cercherà le radici del diritto nella natura, sotto la guida
della quale bisogna sviluppare tutto il nostro ragionamento »[43].
Prima di tutto, studia la natura, costatando di nuovo che « noi
siamo nati per la giustizia, e il diritto è fondato non
sull’opinione degli uomini, ma della natura »[44].
Poi, afferma che il senso di benevolenza degli uomini l’un verso
l’altro è dato dalla natura[45],
e dalla natura è dato anche il sentimento d’amore che è il
fondamento del diritto umano[46],
perciò tutto quello che è giusto, legittimo, nello stesso tempo
è utile per gli uomini[47].
Infine, un’altra caratteristica importantissima della natura degli uomini
è la ratio – la
qualità che avvicina gli uomini agli dèi e che permette di
comprendere il ius naturae. Secondo
Cicerone, la legge di natura permette di distinguere, tra le leggi umane,
quelle giuste e quelle ingiuste[48].
Grazie alla ratio, assoggettandosi
alle leggi di natura[49],
l’uomo deve seguirle e in questo caso non farà mai sbagli[50].
Il diritto di natura lega la natura dell’uomo a tutta la natura restante,
che gli dà da mangiare i suoi frutti[51];
tuttavia, per dare una mano alla natura a produrre questi frutti è
necessario conoscere le leggi dei venti, dei cambiamenti climatici e le
particolarità della fertilità della terra[52].
Infine, siamo arrivati alla parte più importante
del concetto di Cicerone sul ius naturae.
Parlando della natura deorum, egli
nota che gli uomini ricevono grandi beni dal clima favorevole e dalla
fertilità della terra[53].
Ma queste caratteristiche sono diverse nei diversi luoghi, perche la natura loci in alcuni luoghi è
salubre, in alcuni è disastrosa[54]
e le condizioni climatiche influenzano in modo piuttosto forte gli uomini[55].
Dalle particolarità della natura
loci dipendono anche i mores
degli uomini[56].
L’idea di Cicerone sulla dipendenza degli usi umani
dalle condizioni climatiche locali non era nuova nel suo tempo e si incontra
già a partire dal VI sec. a.C. nel pensiero dei filosofi greci antichi,
per esempio di Pitagora, Platone e Aristotele[57].
Si può trovare quest’idea anche nell’opera del famoso
storico del III-II sec. a.C., Polibio[58],
e nell’opera d’un altro greco, contemporaneo di Cicerone, Strabone[59].
E’ interessante fare il paragone tra due testi in lingua diversa –
quelli di Cicerone e Strabone, che sono molto vicini nel loro contenuto :
là dove Strabone usa il termine greco klivmata, Cicerone (De leg.
agr., II 95) invece usa l’espressione latina natura loci, già menzionata
sopra. Da ciò si può concludere che l’espressione latina natura loci, accanto al termine
più specifico e più raro inclinatio
caeli[60],
era usato dai romani per indicare le condizioni climatiche locali.
Dunque, le condizioni climatiche locali in una certa
misura determinano il carattere, gli usi e il diritto degli uomini di una
determinata località. Però, secondo Cicerone[61],
creando diverse arti e imitando la natura, i romani hanno imparato a
influenzare le condizioni climatiche locali, in qualche modo migliorandole. Con
che orgoglio Cicerone dice che gli uomini hanno imparato a domare i mari, i
venti, i campi e i fiumi, creando così quasi una seconda natura[62] !
Seguendo il diritto di natura, imitando la natura, usando la sua ragione e il
suo lavoro, l’uomo ha imparato a costruire gli acquedotti, a cambiare le
direzioni dei fiumi, a costruire gli argini dei fiumi e i porti marittimi[63].
In relazione a ciò, è importante anche
un’altra legge di natura che vieta « ullam rem esse cuiusquam nisi eius, qui tractare et uti sciat »[64].
Infatti, nel diritto romano è ben nota l’actio de damno infecto, secondo cui un bene del proprietario
incapace doveva essere dato in possesso a colui che correva il pericolo di
danno (D. 39. 2). In relazione a quest’azione bisogna ricordare
anche il concetto del « vizio del luogo »[65],
che i giuristi romani prendevano in considerazione, determinando il grado di
colpa di colui che era accusato dell’azione de damno infecto. E` curioso che, descrivendo proprio
quest’azione, Ulpiano enumeri anche alcune manifestazioni della natura,
come terremoti, alluvioni, uragani, suolo paludoso o sabbioso di un determinato
luogo. Infatti, dalle fonti di epoca romana è risaputo che molti edifici
erano stati danneggiati dopo l’alluvione del 15 a.C. e che il senato
pensava seriamente di far divergere alcuni affluenti del Tevere[66].
In seguito, nel 27 a.C., a Fidene era crollato l’anfiteatro del liberto
Atilio, seppellendo decine di migliaia di romani, perciò il senato aveva
emanato il senatoconsulto che vietava di costruire anfiteatri senza
un’ispezione preliminare della qualità del suolo[67].
Quindi, è evidente che nella descrizione di
Cicerone e dei giuristi romani del diritto di natura vi è
un’attenzione particolare per le condizioni climatiche del luogo e,
secondo gli esempi sopra citati, è chiaro che il concetto di tale
diritto non fosse una pura speculazione filosofica separata dalla prassi della
vita. Perciò si solleva un’altra domanda : quale è
l’origine del ius naturae romano?
L’opinione dei romanisti moderni, secondo cui la nascita dell’idea
del ius naturae è legata
solamente all’influenza delle scuole filosofiche di Platone, di
Aristotele e particolarmente degli stoici su Cicerone e sui giuristi romani[68],
non corrisponde totalmente a verità. Cominciamo dal fatto che nei suoi
trattati De divinatione, De finibus bonorum et malorum Cicerone
critica fortemente gli stoici, notando che essi hanno preso in prestito la
teoria del diritto di natura dai filosofi precedenti – da Platone e
Aristotele[69].
Siccome è ben noto che questi due filosofi hanno preso in prestito, a
loro volta, la teoria giusnaturalistica da Pitagora[70],
e che Cicerone stesso era sostenitore fedele prima di tutto di Pitagora[71],
allora, bisogna prendere in considerazione l’opinione d’Ovidio,
secondo il quale i romani del I sec. a.C. ammiravano moltissimo il fondatore
della filosofia italiana del VI sec. a.C., Pitagora, per la sua profondissima
conoscenza della natura (Ovid., Metamorph.,
XV, 62-68), dei fenomeni del cielo, dei venti, dei terremoti (Ovid., Metamorph., XV, 69-71), del diritto
degli animali (Ovid., Metamorph.,
XV, 75-142), della dipendenza della qualità dell’acqua delle
fonti, dei ruscelli, dei fiumi dalla natura del luogo (Ovid., Metamorph., XV, 308-336), per la
sua concezione della Terra come di un animale vivo (Ovid., Metamorph., XV, 342-345). Lo stesso Cicerone diceva che
Pitagora e il suo concetto filosofico sin dall’antichità,
cioè dalla fine del VI sec. a.C., influenzavano i romani (De orat., II. 154 ; Tuscul., IV. 1. 2 s.)[72],
come ad esempio il pitagorico Appio Claudio Cieco (Tuscul., IV. 1. 3), che era famoso per la costruzione
della prima via pubblica romana e del primo acquedotto pubblico romano. Questo
Appio Claudio Cieco era noto anche per aver aiutato il suo liberto Flavio nella
pubblicazione dei Fasti e per la sua composizione di opere giuridiche, in
particolare del libro sull’usurpatio
(D. 1. 2. 2. 36), l’istituto strettamente legato
al diritto delle servitù.
Inoltre, è necessario sottolineare che i giuristi
romani interpretavano il diritto naturale come il più antico, nato nello
stesso tempo della nascita del genere umano[73].
Anche Cicerone nota che il diritto di natura insieme al diritto del popolo
romano sono « testati e dati »[74]
dagli avi. L’influenza originale proprio del pitagorismo antico si
collega più a queste parole di Cicerone che all’idea
dell’influenza piuttosto tarda degli stoici greci. E` necessario
considerare che secondo Cicerone (De inv.,
II. 65 ; 161) uno dei fondamenti del ius naturae era la religione romana, « che è
legata allo studio della natura » (De divin., II. 149).
L’idea
che il concetto del diritto di natura, nato proprio nella filosofia greca
antica e solo nel I sec a.C., rappresenti nella
filisofia e nel diritto romano un’elemento estraneo per mentalità
giuridica romana, è quasi l’assioma e le idee alternative praticamente
non si esaminano[75].
Nello stesso tempo, nell’antropologia moderna si nota come fenomeno
comune insito in molti popoli della società primitiva la divinizzazione
della natura, conferimento a lei delle funzione di legislatore che detta agli
uomini le norme d’atteggiamento, cioè permesso e vietato[76].
Le idee di tale tipo come la regola si esprimevano nei concetti di cosmogonia
di diversi popoli su rapporti tra la natura e l’uomo[77].
Perciò le parole di Ovidio su conoscenza da parte di Numa Pompilio delle
leggi di natura non sembrano anacronismo. Quindi, i romani come altri popoli
d’antichità potevano avere suoi propri concetti su diritto divino
della natura, solamente arricchiandosi con la conoscenza delle teorie dei
filosofi greci, comiciando da quella di Pitagora, che era molto vicina ai
concetti arcaici delle società romana del VI sec a.C.
Può sorgere questa domanda : perche il
diritto romano arcaico e repubblicano non ha salvato qualche traccia grossomodo
soddisfacente di questo ius naturae
più antico? La risposta è univoca : sicuramente le ha
salvate. Per di più, il ius
naturae è lo strato importantissimo del diritto romano più
antico, elaborato proprio durante il periodo arcaico. Si tratta di quella parte
del diritto che i romani designavano con il termine di grande efficacia - fas. Infatti, il significato lessicale
principale di questa parola è « diritto naturale »[78].
Cicerone nota che fas è quello
che è fatto per naturam e non per leges[79].
Nel commento all’Eneide di Virgilio, Servio traduce fas come « i diritti di natura »[80]
e i grammatici romani come « la legge di natura »[81].
Oltre a ciò, nello stesso tempo Servio lega fas con la religione romana[82].
Non è casuale il fatto che il contemporaneo di Cicerone, lo storico
greco Castore di Rodi[83],
avvicini la religione dei romani del tempo di Enea al concetto pitagorico della
natura[84].
Nessuno può contestare la considerevole antichità del fas romano. Come è noto, fas era la parte più importante
del diritto romano sacro[85]
e in particolare del diritto romano augurale[86],
e proprio in questo diritto bisogna, insieme con Cicerone, cercare le radici
del ius naturae romano. Gli auguri,
cominciando almeno dall’epoca del re leggendario Numa Pompilio, erano
« esperti di tutta la divinazione, di tutto ciò che
appartiene ai fenomeni del cielo, dell’aria e della terra »
(Dionys., II. 64. 4). Durante molti secoli di storia di Roma uno dei
compiti più importanti degli auguri era l’observatio, cioè l’osservazione dei fenomeni celesti e
terrestri per scoprire la volontà divina[87].
E qui si tratta non solo dell’esperienza plurisecolare degli auguri
d’appoggiare le superstizioni infondate del popolo semplice, che nel I
sec. a.C. molti contemporanei di Cicerone (Cic. De divin., I. 105, De nat. deor., I. 118) e lo stesso
Cicerone deridevano[88].
Infatti, Cicerone scriveva che egli stesso è
augure e ha imparato bene la scienza antica degli auguri[89],
ma quella parte che è basata non sulle superstizioni infondate, ma sulla
scienza, sull’esperienza e sulla ragione che divina il vento, la pioggia,
il terremoto, l’eclissi, e altri fenomeni di natura. Infatti, per
esempio, i romani conoscevano bene che la divinazzione augurale sulla base
delle voci d’ucelli[90]
faceva la previsione del tempo[91],
basandosi sull’esperienza plurisecolare delle osservazioni augurali. Gli
auguri furono riconosciuti come conoscitori della lingua d’ucelli
distinguendo, per esempio, 9 voci dei corvi, i quali significavano o previsione
del tempo favorevole o non favorevole[92].
Nella stessa maniera i romani usavano anche altri indizi augurali venuti dai
pianeti, dalle stelle e dagli altri corpi celesti, dall’acqua e dalla
terra, dal comportamento degli animali et cet. (Plin. N.H. XVIII. 340-361; 364-365).
Gli auguri prestavano particolare attenzione ai diversi
fenomeni poco naturali, e insieme ai giuristi romani (per esempio, Ulpiano) li
consideravano come qualcosa contra
naturam[93]. In generale le espressioni contra naturam e secundum naturam molto spesso si usano come sinonimi delle
determinazioni degli auguri fas est e
nefas est[94].
Il romanista italiano Francesco Sini giustamente collega l’istituto fas all’idea antichissima dei
romani sulla necessità d’osservanza della pace con gli dèi
(pax deorum)[95].
Lo studioso presta particolare attenzione al calendario religioso romano, i fasti, l’osservazione del quale
era una delle più importanti condizioni del rispetto della pax deorum[96].
Accanto ai pontefici anche gli auguri avevano un ruolo importante nella
formazione e nella conservazione dei fasti[97].
Studiando i dies nefasti, F. Sini
molto felicemente paragona i rapporti tra gli uomini e gli dèi con i
rapporti tra il liberto e il suo patrono[98],
perché, come il lavoro del liberto è a favore del suo patrono,
così anche il romano, durante i dies
feriae, poteva lavorare solo a favore degli dei[99].
Secondo il fas, cioè secondo
il diritto di natura, durante i dies
feriae era permesso, per esempio, costruire o riparare le vie, purificare
le fosse, portare il bestiame nell’abbeveratoio[100],
cioè si tratta principalmente del rafforzamento delle servitù
delle strade e delle acque. Dunque, l’attività dei sacerdoti era
indirizzata « al fine di evitare, prevenire o rimuovere, ogni
accadimento suscettibile di innescare il verificarsi del nefas (che l’opera della natura o l’azione degli uomini
tendevano sempre a provocare) »[101].
Il mantenimento in buono stato degli oggetti delle servitù pubbliche era
una di queste attività.
Il posto speciale che nel diritto augurale
aveva il concetto di vitium,
considerato generalmente come vitia,
si studia solo in connessione ad eventi politici : elezioni dei
magistrati, esecuzione della legge, ecc.[102]
Ma Jerzy Linderski nota giustamente che « vitium could apply to anything and everything »[103] ;
allora, si può parlare anche dei vitia
loci, cioè dei vizi dei luoghi nei trattati degli auguri, in quanto
uno degli obblighi degli auguri era di « liberare e benedire la
città, i campi e i templi »[104].
Era necessario « liberare » la terra da vitia. I romani erano capaci di porre
rimedio ai vitia locorum già
al tempo della Roma antichissima, per esempio, Dionigi d’Alicarnasso
racconta che il primo re romano, Romolo, ha essiccato la palude tra Palatino e
Campidoglio, dove ha collocato il Foro Romano (Dionys., II. 50. 2).
In seguito, all’epoca dei re Tarquini fu costruita la famosa Cloaca Maxima (Dionys.,
III. 67. 5 ; Liv., I. 56. 2). La capacità di
favorire il risanamento del clima e della natura del luogo – era uno
degli obblighi principali degli auguri, infatti, secondo Cicerone, essi avevano
dovuto favorire la crescita dei vigneti, delle piantagioni, della salute del
popolo[105].
Devo sottolineare che gli auguri romani usavano il concetto di
« salute » non solo per gli uomini, ma anche per la
terra, trattandola come un organismo vivente. Connesso con ciò, mi
sembra non casuale il fatto che il giurista romano Celso definisca la salubritas della terra come una delle caratteristiche
più importanti dei iura praediorum[106].
Inoltre, bisogna notare che proprio gli auguri erano agrimensori antichissimi,
e proprio da loro era nato e si era sviluppato il sistema romano della
delimitazione dei terreni[107].
Nel notare l’antichità
dell’origine del ius naturae
romano, bisogna ricordare ancora un argomento importante a favore di questa
tesi : già menzionate sopra, l’actio de pauperie (Ulp., D. 9. 1. pr. 1-2)[108]
e l’actio aquae pluviae arcendae[109]
erano presenti già nelle leggi delle XII Tavole e questo fatto conferma
in modo diretto l’arcaicità del diritto di natura romano. E`
curioso il commento di Cicerone alla norma decemvirale sull’aqua pluvia, che è costruita
nello spirito tipico della scienza degli auguri : divisione del complesso
in componenti integranti e accentuazione del componente principale[110].
Secondo il testo di Cicerone in quest’azione vi era non il iudex, ma l’arbiter, cioè l’intermediario, e tale intermediario in
diverse controversie dell’epoca delle XII Tavole poteva essere anche
l’augure pubblico analogamente agli agrimensori dell’epoca
imperiale.
In che modo gli auguri pubblici potevano
apportare « salute » al popolo romano, ai suoi vigneti e
coltivazioni e al mantenimento dei diversi iura
praediorum, in che modo liberavano la città e i campi dai vitia è il tema per
un’altra ricerca. Qui vorrei solo sottolineare che i loro consigli (responsa)[111]
potevano essere veramente pratici, così come lo erano i consigli che
l’augure del II sec. a.C., Marco Porzio Catone[112],
rivolgeva agli agricoltori nel suo trattato De
agri cultura. E` possibile che anche il libro non conservato De auguriis dell’augure Cicerone fosse molto
pratico.
Concludendo, vorrei sottolineare
che i romani, considerando la natura come una sostanza viva, comprendendo la
priorità delle leggi di natura in generale e le particolarità
delle condizioni climatiche delle diverse località che influenzavano gli
usi e le leggi umani, solo grazie a questo sono stati capaci di creare il
sistema del diritto che è rimasto attuale per molti secoli. La stessa
idea dei iura praediorum è
basata sul pensiero che dividendo la terra tra i privati, non è permesso
(nefas est) tagliare i vasi sanguigni
che la legano (cioè le vie e i fiumi), non si possono eliminare le
servitù da un terreno ad un’altro poiché esse sono
condizionate dalla natura loci.
* Relazione
presentata nel V Convegno Internazionale «Diritto
Romano pubblico e privato: l’esperienza plurisecolare dello sviluppo del
diritto europeo», Suzdal’ e Mosca, 25-30 giugno 2009.
[1] Sul legame di questa azione con ius naturale ved. : Kacprzak,
A., L’actio aquae pluviae
arcendae ed il concetto labeoniano di natura, in Testi e problemi del giusnaturalismo romano, a cura di Mantovani,
D., Schiavone, A., Pavia, 2007.
[2] D. 39. 3. 2. 6 (Paul.) : Labeo contra Namusam probat : ait enim natura<m> agri
ipsam a se mutari posse et ideo, cum per se natura agri fuerit mutata, aequo
animo unumquemque ferre debere, siue melior siue deterior eius condicio facta
sit.
[3] D. 39. 3. 1. 14. (Ulp.) : Huic
illud etiam applicandum numquam competere hanc actionem, cum ipsius loci natura
nocet :
nam (ut verius quis dixerit) non aqua, sed loci natura nocet.
[4] D. 39. 3. 1. 1. (Ulp.) : Actio... totiensque locum
habet, quotiens manu facto opere agro aqua nocitura est, id est cum quis manu
fecerit, quo aliter flueret, quam natura soleret, si forte immittendo eam aut
maiorem fecerit aut citatiorem aut vehementiorem aut si comprimendo redundare
effecit.
[5] D. 39. 3. 1. 23. (Ulp.) : Si tamen
lex non sit agro dicta, agri naturam esse servandam et semper inferiorem
superiori servire atque hoc incommodum naturaliter pati inferiorem agrum a
superiore compensareque debere cum alio commodo.
[6] D. 39. 3. 2. 5 (Paul.) : Quamquam
tamen deficiat aquae pluviae arcendae actio, attamen opinor utilem actionem vel
interdictum mihi competere adversus vicinum, si velim aggerem restituere in
agro eius, qui factus mihi quidem prodesse potest, ipsi vero nihil nociturus
est :
haec aequitas suggerit, etsi iure deficiamur.
[8] D. 8. 3. 20. 1-3 (Pomp.) : Seruitus naturaliter, non manu
facto laedere potest fundum seruientem : quemadmodum si imbri crescat aqua in riuo aut ex agris in eum confluat
aut aquae fons secundum riuum uel in eo ipso inuentus postea fuerit.
[10] D. 41. 1. 30. 3 (Pomp.) : flumina enim censitorum uice funguntur, ut ex priuato in publicum addicant
et ex publico in priuatum : itaque sicuti hic fundus, cum alueus fluminis factus esset, fuisset publicus,
ita nunc priuatus eius esse debet, cuius antea fuit.
[11] Iust., Inst., II. 1. 23. Quodsi
naturali alueo in uniuersum derelicto alia parte fluere coeperit, prior quidem
alueus eorum est, qui prope ripam eius praedia possident, pro modo scilicet latitudinis
cuiusque agri, quae latitudo prope ripam sit, nouus autem alueus eius iuris
esse incipit, cuius et ipsum flumen, id est publicus. quodsi post aliquod
tempus ad priorem alueum reuersum fuerit flumen, rursus nouus alueus eorum esse
incipit, qui prope ripam eius praedia possident.
[12] Gai, Inst., II. 70. Sed et
id quod per alluuionem nobis adicitur, eodem iure nostrum fit ; per alluuionem autem id uidetur adici quod
ita paulatim flumen agro nostro adicit, ut aestimare non possimus, quantum
quoquo momento temporis adiciatur ;
(et) hoc est quod uulgo dicitur per alluuionem id adici uideri quod ita
paulatim adicitur, ut oculos nostros fallat. Cfr.
D. 41. 1. 7. 1.
[13] Ved. per esempio : Levy, E.,
Natural Law in Roman Thought, in SDHI 15, 1949, 1-23 ; Biondi, B., La concezione cristiana del diritto naturale nella codificazione
giustinianea, in RIDA, 4, 1950,
129-158 ; Wilches, F.A., De
iure naturae apud iurisconsultos Romanos, Seminar
8, 1950, 67-73 ; Hunada, K.,
Scienza giuridica romana e dottrina greca
del diritto naturale, in Correnti del
pensiero giuridico, 1951, 27-62 ; Wenger,
L.I., Sulla diversa fondazione del
diritto naturale, in Jus 2, 1951,
1-11 ; Gaudemet, J., Quelques remarques sur le droit naturel
à Rome, in RIDA 1, 1952,
445-467 ; Lutz, O., Cicero zum Naturrecht, in Schweiz, Jur. Zeit. 48, 1952,
279-280 ; Voggensperger, R., Der Begriff des « ius
naturale » im römischen Recht [Basler Studien z.
Rechtswiss., H. 32], Basel, 1952 ; Cartaxo,
E.G., Conceito clássico e
post-clássico do jus naturale e do jus gentium, in Revista da Faculdade de Direito Universidade
do Paraná 1, 1953, 26-47 ; Villey,
M., Deux conceptions du droit
naturel dans l’Antiquité, in RHD 31, 1953, p. 475-497 ; Burdese, A., Il
concetto di ius naturale nel pensiero della giurisprudenza classica,
in Rivista italiana per le scienze
giuridiche 7, Milano, 1954, 407-421 ; Flückiger, F., Geschichte
des Naturrechtes, I, Altertum und
Frühmittelalter, Zürich, 1954 ; Nocera, G., Ius
naturale nella esperienza giuridica romana, Milano, 1962 ; Gil Cremades, J.J., Que es Derecho natural clásico,
in Temis 23, 1968,
p. 51-72 ; Knoche, U., Ciceros Verhindung der Lehre voll Naturrecht
mit der römischen Recht und Gesetz. Ein Beitrag zu der Frage :
Philosophische Begründung und politische Wirklichkeit in Ciceros
Staatsbild, in Cicero.
Ein Mensch seiner Zeit, Berlin, 1968, 38-60 ; Villey, M., Dialectique
et droit naturel, in Riv. Internaz.
Filos. d. Dir., 1973, 821-831 ; Stein, P.,
The Development of the Notion of
Naturalis Ratio, in Daube noster. Essays
in Legal History for D. Daube, ed. by Watson, A., Edinburgh-London, 1974,
305-316 ; Thieme, H., Naturrecht und Römisches Recht, in La formazione storica del diritto moderno in
Europa, Firenze, 1977, 95-111 ; Camacho
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naturale » en las fuentes jurídicas romanas, in Estudios Jurídicos en homenaje al
Prof. Ursicino Alvarez Suárez, Madrid, 1978, 45-56 ; Wesener,
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Naturrecht [Geschichte der Rechtswiss. Fakultät der Univ. Graz,
I], Graz, 1978 ; Didier, P.,
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à l’oeuvre dans la jurisprudence romaine des IIe et IlIe
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195-262 ; Johann, H.T., Gerechtigkeit und Nutzen. Studien
zur ciceronischen und hellenistischen Naturrechts- und Staatslehre [Bibl. der klass. Altertumswiss. R. 2 N. F., 67],
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normativi generali : Diritto naturale, delle genti e romano (Età
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D. 12, 4, 3, 7, in BIDR
96-97, 1993-1994, 1-81 ; D’Ors,
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común. Siete lecciones de derecho natural como limite del derecho
positivo, Madrid, 1995, 180 ; Lamberti,
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‘postumi’ nell’esperienza giuridica romana, I, Napoli,
1996, 17-44 ; Querzoli, S., Il sapere di Fiorentino. Etica,
natura e logica nelle Institutiones,
Napoli, 1996, 265 ; Wesener, G.,
Aequitas naturalis,
‘natürliche Billigkeit’, in der privatrechtlichen Dogmen- und
Kodifikationgeschichte, in Der
Gerechtigkeitsanspruch des Rechts. Festschrift für Theo Mayer-Maly zum 65,
Wien, 1996 ; Hamza, G., Bemerkungen über dem Begriff des
Naturrechts bei Cicero, in Nozione,
formazione e interpretazione del diritto dall’età romana
all’esperienze moderne, I, Napoli, 1997, 349 s. ; Дождев, Д.В., Право и справедливость в понятийной системе римской юриспруденции (« ius
civile », « ius
naturale », « bonum
et aequum »), in ВДИ 3, 2003, 100-116.
[14] Voigt, M., Das jus
naturale, aequum et bonum und jus
gentium der Römer, I : Die Lehre vom ius naturale, aequum et
bonum und ius gentium der Römer ; 2 : Das ius civile und ius gentium der
Römer, Aalen, 1966 ; Winkel,
L.C., Einige Bemerkungen über
ius naturale und ius gentium, in Ars
boni et aequi. Festschrift für W. Waldstein zum 65, Schermaier, M.J.
– Végh, Z. (cur.), Stuttgart, 1993, p. 443-449 ; Weiss, E., Ius gentium, in RE 19,
Stuttgart, 1918, 1218-1231 ; Гарсия Гарридо, М.Х., Римское частное право : казусы, иски, институты, Перевод с испанского. Отв. ред. Л.Л.Кофанов. М., 2005,
146 сл. ; Behrends, O., Che cos’era « ius gentium » antico?, in
Tradizione romanistica e costituzione,
diretto da Labruna, L., a cura di Baccari, M.P., Cascione, C., I, Napoli, 2006,
481-514.
[15] Stier, H.E., Nomos Basileus, in Philologus LXXXIII, 1928, 225 s. ; Schmitt, C., Der Nomos
der Erdeim Volkerrecht des Jus Publicum Europeum, Berlin, 1974, 42
s. ; Gigante, M., Nomos basileus, Napoli, 1956 ; Heinimann, F., Nomos und Physis, Herkunft und Bedeutung einer Antithese im
griechischen Denken des 5. Jahrhundert,
Darmstadt, 1987, 170 s. ; Schiavone,
A., Ius. L’invenzione del
diritto in Occidente, Torino, 2005, 252-264.
[17] Albertario, E., Sul concetto di
ius naturale, in Rendiconti del Reale
Istituto Lombardo di Scienze e Lettere 67, 1924, 168 s.
[20] Pugliese, G., Istituzioni di
diritto romano, Torino, 1990, 212 s. Cfr. Talamanca, M., « Status civitatis » ed ordinamento
giuridico, in Lineamenti
di Storia del diritto romano (a
cura di Talamanca, M.), Milano,
1989, 512.
[21] Isid., Orig.,
V. 4 : Quid sit ius naturale. Ius autem
naturale est, aut civile, aut gentium. Ius naturale est commune omnium
nationum, et quod ubique instinctu naturae, non constitutione aliqua habetur ; ut viri et feminae coniunctio, liberorum successio
et educatio, comminis omnium possessio, et omnium una libertas, adquisitio
eorum quae caelo, terra marique capiuntur. Item depositae rei
vel commendatae pecuniae restitutio, violentiae per vim repulsio. Nam hoc, aut si quid huic simile est, numquam iniustum
est, sed naturale aequumque habetur.
[22] Per il commento di questo testo di Isidoro ved. : Flückiger, F., op. cit., 388 s. ; De Churruca, J., La definición Isidoriana de « ius naturale », in Estudios
de Deusto 28, 1980, 9-41.
[23] Iust., Inst., I. 2 pr. : Ius naturale est, quod natura omnia animalia
docuit. nam ius istud non humani generis proprium est, sed omnium animalium,
quae in caelo, quae in terra, quae in mari nascuntur. hinc descendit maris
atque feminae coniugatio, quam nos matrimonium appellamus, hinc liberorum
procreatio et educatio : uidemus
etenim cetera quoque animalia istius iuris peritia conseri... 2. iure
enim naturali ab initio omnes homines liberi nascebantur. ex hoc iure gentium
et omnes paene contractus introducti sunt, ut emptio uenditio, locatio
conductio, societas, depositum, mutuum et alii innumerabiles.
[24] D. 1. 1. 1. 3.
Ius naturale est, quod natura omnia animalia docuit : nam ius istud non humani
generis proprium, sed omnium animalium, quae in terra, quae in mari nascuntur,
auium quoque commune est. hinc descendit maris atque feminae coniunctio, quam
nos matrimonium appellamus, hinc liberorum procreatio, hinc educatio : uidemus etenim cetera quoque
animalia, feras etiam istius iuris peritia censeri.
[26] Onida, P.P., Studi sulla
condizione degli animali non umani nel sistema giuridico romano, Torino,
2002, 95-158.
[28] Ibid, p. 127. Ved. anche D. 9 .1. pr. 1-2 (Ulp.) : Si quadrupes pauperiem fecisse dicetur, actio ex lege duodecim tabularum descendit : quae lex voluit aut dari id quod nocuit, id est id animal quod noxiam commisit, aut aestimationem noxiae offerre. 1. Noxia autem est
ipsum delictum. 2. Quae actio ad omnes quadrupedes pertinet.
[29] Verg., Georg.,
IV. 153 s. Su questo testo di Virgilio vedi Onida, P.P., op. cit.,
68. n. 156 ; 152 s. ; Mantovani,
D., I giuristi, il retore e le api. Ius controversum e natura nella
Declamatio maior XIII, in Testi e problemi del giusnaturalismo romano,
a cura di Mantovani, D., Schiavone, A.,
Pavia, 2007, 323-385.
[30]
Iust.,
Inst., II. 1. 1 :
Et quidem naturali iure communia sunt
omnium haec : aer et aqua
profluens et mare et per hoc litora maris ; Iust., Inst., II. 1. 18 : Item
lapilli gemmae et cetera, quae in litore inueniuntur, iure naturali statim
inuentoris fiunt ; D. 1. 8. 2 (Marc.) : Quaedam
naturali iure communia sunt omnium, quaedam uniuersitatis, quaedam nullius,
pleraque singulorum, quae uariis ex causis cuique adquiruntur. Et
quidem naturali iure omnium communia sunt illa : aer,
aqua profluens, et mare, et per hoc litora maris ; D. 1. 8. 3 (Flor.) : Item lapilli,
gemmae ceteraque, quae in litore inuenimus, iure naturali nostra statim fiunt.
[31] Iust., Inst., II. 1. 19. Item
ea, quae ex animalibus dominio tuo subiectis nata sunt, eodem iure tibi
adquiruntur.
[32] Gai, Inst.,
II. 65. Ergo ex his quae diximus apparet quaedam naturali iure
alienari, qualia sunt ea quae traditione alienantur ; quaedam
ciuili... ; Iust., Inst., II. 1. 40. Per
traditionem quoque iure naturali res nobis adquiruntur : nihil enim tam conueniens est naturali
aequitati, quam uoluntatem domini, uolentis rem suam in alium transferre, ratam
haberi. et ideo cuiuscumque generis sit corporalis res, tradi potest et a
domino tradita alienatur. itaque stipendiaria quoque et tributaria praedia
eodem modo alienantur. Cfr. D. 41. 1. 1 pr. ; Cic., De offic., I. 12.
[33] Gai, Inst.,
II. 73 : Praeterea id quod in
solo nostro ab aliquo aedificatum est, quamuis ille suo nomine aedificauerit,
iure naturali nostrum fit, quia superficies solo cedit ; D. 43. 18. 2 (Gai) : Superficiarias aedes appellamus,
quae in conducto solo positae sunt : quarum proprietas et ciuili et naturali iure eius est, cuius et solum. Cfr.
D. 41. 1. 7. 12 ; J., 2, 1. 30.
[34] Iust., Inst., II. 1. 37. In
pecudum fructu etiam fetus est, sicuti lac et pilus et lana : itaque agni et haedi et uituli et equuli
statim naturali iure dominii sunt fructuarii. Cfr.
D. 22. 1. 28.
[35] D. 8. 2. 28 pr. (Paul.) : at quod ex caelo cadit, etsi non
adsidue fit, ex naturali tamen causa fit et ideo perpetuo fieri existimatur.
omnes autem seruitutes praediorum perpetuas causas habere debent, et ideo neque
ex lacu neque ex stagno concedi aquae ductus potest. stillicidii quoque
immittendi naturalis et perpetua causa esse debet.
[36] D. 8. 4. 12 : Cum fundus fundo servit... ; D. 8. 1. 12 : Fundo... recte servitus adquiratur ;
D. 8. 3. 31 : Dominus... fundo servitutem aquae quaesierat... ;
D. 8. 3. 13 pr. : Certo
generi agrorum adquiri servitus potest... ; D. 3. 5. 30. 7 :
sententia praedio datur... Cfr.
D. 39. 3. 2 pr. Ved. il commento : Хвостов, В. М., Система римского права. М., 1996,
302.
[38] D. 8. 3. 23. 2 : condicio
fundi... Ved. anche : Франчози, Дж., Институционный курс римского права. Отв. ред. Л.Л.Кофанов. М., 2004,
328 сл.
[39] D. 43. 20. 1. 3 (Ulp.) : ego puto
probandum ex proposito utentis et ex natura locorum aquam aestiuam a cottidiana
discerni ; D. 43. 20. 6 (Nerat.) : hoc est aestiua
aqua utrumne ex iure aestiuo dumtaxat tempore utendi diceretur, an ex mente
propositoque ducentis, quod aestate eam ducendi consilium haberet, an ex natura
ipsius aquae, quod aestate tantum duci potest, an ex utilitate locorum, in quae
duceretur. placebat igitur aquam ob has duas res, naturam suam utilitatemque
locorum in quae deducitur, proprie appellari, ita ut, siue eius natura erit, ut
nisi aestate duci non possit, etiamsi hieme quoque desideraretur, siue omni
tempore anni duci eam ipsius natura permitteret, si utilitas personis, in quam
ducitur, aestate dumtaxat usum eius exigeret, aestiua recte diceretur.
[40] D. 4. 5. 8 (Gai) : ciuilis ratio
naturalia iura corrumpere non potest ; D. 7. 5. 2. 1 (Gai.) : nec enim
naturalis ratio auctoritate senatus commutari potuit.
[41]
Cic., De inv., II. 161.
Cfr. : Cic., De inv.,
II. 65 : ac naturae quidem ius
esse, quod nobis non opinio, sed quaedam innata vis adferat, ut religionem,
pietatem, gratiam, vindicationem, observantiam, veritatem. religionem
eam, quae in metu et caerimonia deorum sit, appellant.
[42] Sul sistema giuridico-religioso romano
dell’età repubblicana e per una selezione della storiografia vedi Sini, F., Uomini e Dei nel sistema giuridico-religioso romano : pax deorum, tempo degli Dei, sacrificio, in Ius Antiquum. Древнее право 8, 2001, 8-30 (in russo).
[43] Cic., De leg.,
I. 20 : repetam stirpem iuris a natura,
qua duce nobis omnis <haec> est disputatio explicanda.
[44] Cic., De leg.,
I. 28 : nos ad iustitiam esse natos,
neque opinione sed natura constitutum esse ius. Сf. Cic., De leg., I. 34 : ex natura ortum esse ius.
[45] Cic., De leg.,
I. 35 : loco unam esse hominum inter
ipsos uiuendi parem communemque rationem, deinde omnes inter se naturali quadam
indulgentia et beniuolentia, tum etiam societate iuris contineri.
[46] Cic., De leg.,
I. 43 : Atqui si natura confirmatura ius
non erit, uirtutes omnes tollantur... Nam haec nascuntur ex eo quod natura
propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum iuris est.
[48]
Cic., De leg., I. 42 : Iam
uero illud stultissimum, existimare omnia iusta esse quae s<c>ita sint in
populorum institutis aut legibus. Etiamne si quae leges sint tyrannorum? ...
Est enim unum ius quo deuincta est hominum societas et quod lex constituit una,
quae lex est recta ratio imperandi atque prohibendi. Quam qui ignorat, is est
iniustus, siue est illa scripta uspiam siue nusquam.
[51]
Cic., De offic., I. 22 : atque,
ut placet Stoicis, quae in terris gignantur, ad usum hominum omnia creari,
homines autem hominum causa esse generatos, ut ipsi inter se aliis alii
prodesse possent, in hoc naturam debemus ducem sequi...
[52]
Verg., Georg., I. 51-56 ; 60-63 : uentos et
uarium caeli praediscere morem / cura sit ac patrios cultusque habitusque
locorum, / et quid quaeque ferat regio et quid quaeque recuset. / hic segetes,
illic ueniunt felicius uuae, / arborei fetus alibi atque iniussa uirescunt /
gramina ... continuo has leges aeternaque foedera
certis / imposuit natura locis, quo tempore primum / Deucalion uacuum lapides
iactauit in orbem, / unde homines nati, durum genus.
[53]
Cic., De nat. deor., II. 13 : quam ceperimus
ex magnitudine commodorum, quae percipiuntur caeli temperatione fecunditate
terrarum aliarumque commoditatum complurium copia.
[54]
Cic., De divin., I. 79 : non videmus,
quam sint varia terrarum genera? ex quibus et mortifera quaedam pars est, ...
et sunt partes agrorum aliae pestilentes, aliae salubres, aliae, quae acuta
ingenia gignant, aliae, quae retunsa ; quae
omnia fiunt et ex caeli varietate et ex disparili adspiratione terrarum ; Cic., De
fat., 7 : Inter locorum
naturas quantum intersit, videmus ;
alios esse salubris, alios pestilentis, in aliis esse pituitosos et quasi
redundantis, in aliis exsiccatos atque aridos... Ut igitur ad quasdam res natura loci pertinet aliquid, ad
quasdam autem nihil...
[55]
Cic., De divin., II. 93-94 : ...confitendum
sit illis eos, qui nascuntur eodem tempore, posse in dissimilis incidere
naturas propter caeli dissimilitudinem ; quod
minime illis placet... 94. Sed quae tanta dementia est, ut in maxumis motibus
mutationibusque caeli nihil intersit, qui ventus, qui imber, quae tempestas
ubique sit? quarum rerum in proxumis locis tantae dissimilitudines saepe sunt,
ut alia Tusculi, alia Romae eveniat saepe tempestas ; II. 96-97 : dissimilitudo
locorum nonne dissimilis hominum procreationes habet? ... 97. Ex quo
intellegitur plus terrarum situs quam lunae tactus ad nascendum valere.
[56]
Cic., De leg. agr.,
II. 95 : non ingenerantur
hominibus mores tam a stirpe generis ac seminis, quam ex eis rebus, quae ab
ipsa natura nobis ad vitae consuetudinem suppeditantur, quibus alimur et
vivimus. Carthaginienses fraudulenti et mendaces non genere,
sed natura loci... Ligures duri atque agrestes ; docuit ager ipse nihil ferendo nisi multa cultura et
magno labore quaesitum. Campani semper superbi bonitate agrorum
et fructuum magnitudine, urbis salubritate....
[57] Sul diritto naturale dei filosofi greci antichi
ved. : Маковельский, А., Древнегреческие атомисты. Баку, 1946, 267-275 ; Томсон, Дж.О., История древней географии. М., 1953,
162 сл. ; Flückiger, F., op. cit., 86-185.
[58] Polyb., IV. 21 : θεωροῦντες δὲ τὴν τῶν ἠθῶν αὐστηρίαν, ἥτις αὐτοῖς παρέπεται διὰ τὴν τοῦ περιέχοντος
ψυχρότητα
καὶ
στυγνότητα
τὴν
κατὰ
τὸ
πλεῖστον
ἐν
τοῖς
τόποις
ὑπάρχουσαν,
ᾧ
συνεξομοιοῦσθαι
πεφύκαμεν
πάντες
ἄνθρωποι
κατ´
ἀνάγκην.
[59]
Strab., II. 3. 7 : kaˆ
tšcnai d kaˆ dun£meij kaˆ
™pithdeÚseij ¢rx£ntwn tinîn kratoàsin
aƒ ple…ouj ™n ÐpoiJoàn kl…mati. œsti
dš ti kaˆ par¦ t¦ kl…mata, éste t¦ mn fÚsei ™stˆn
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Babulènioi filÒsofoi fÚsei kaˆ A„gÚptioi, ¢ll’ ¢sk»sei
kaˆ œqei.
[61] Cic., De leg.,
I. 26 : Artes uero innumerabiles repertae
sunt, docente natura, quam imitata ratio res ad uitam necessarias sollerter
consecuta est.
[62] Cic., De nat. deor., II. 152 : quasque res
violentissimas natura genuit earum moderationem nos soli habemus, maris atque
ventorum, propter nauticarum rerum scientiam... nos campis nos montibus
fruimur, nostri sunt amnes nostri lacus, nos fruges serimus nos arbores ; nos aquarum inductionibus
terris fecunditatem damus, nos flumina arcemus derigimus avertimus ; nostris denique manibus in
rerum natura quasi alteram naturam efficere conamur.
[63] Cic., De offic., II. 13 : Adde ductus
aquarum, derivationes fluminum, agrorum inrigationes, moles oppositas
fluctibus, portus manu factos, quae unde sine hominum opere habere possemus?
[64] Cic., De rep.,
I. 27 : cui soli vere liceat
omnia non Quiritium, sed sapientium iure pro suis vindicare, nec civili nexo,
sed communi lege naturae, quae vetat ullam rem esse cuiusquam nisi eius, qui
tractare et uti sciat ; qui
inperia consulatusque nostros in necessariis, non in expetendis rebus, muneris
fungendi gratia subeundos, non praemiorum aut gloriae causa adpetendos putet.
[65] Vitium loci –
Paul., D. 39. 2. 10 ; Ulp.,
D. 39. 2. 15. 3 ; D. 39. 2. 24.2 ;
D. 39. 2. 24. 9 ;
D. 39. 2. 24. 12.
[66] Tac., Ann., I. 76 : Eodem anno continuis imbribus auctus Tiberis plana urbis stagnaverat ; relabentem secuta est
aedificiorum et hominum strages... sed remedium coercendi fluminis Ateio
Capitoni et L. Arruntio mandatum... 79. Actum deinde in senatu ab Arruntio et
Ateio an ob moderandas Tiberis exundationes verterentur flumina et lacus, per
quos augescit ; auditaeque
municipiorum et coloniarum legationes, orantibus Florentinis ne Clanis solito
alveo demotus in amnem Arnum transferretur idque ipsis perniciem adferret.
congruentia his Interamnates disseruere : pessum ituros fecundissimos Italiae campos, si amnis Nar (id enim
parabatur) in rivos diductus superstagnavisset. nec Reatini silebant, Velinum
lacum, qua in Narem effunditur, obstrui recusantes, quippe in adiacentia
erupturum ; optume rebus mortalium
consuluisse naturam, quae sua ora fluminibus, suos cursus utque originem, ita
finis dederit ; spectandas etiam
religiones sociorum, qui sacra et lucos et aras patriis amnibus dicaverint...
in sententiam Pisonis concederetur, qui nil mutandum censuerat. Cfr. Tac., Ann., XV. 42.
[67] Tac., Ann., IV. 63 : cautumque in posterum senatus consulto ... neve amphitheatrum
imponeretur nisi solo firmitatis spectatae.
[68] Maschi, C.A., La concezione
naturalistica del diritto e degli istituti giuridici romani, Milano, 1937, 157 s. ; Bretone, M., Tecniche e
ideologie dei giuristi romani, Napoli, 1982, 32-34 ; История политических и правовых учений. Древний мир, Отв. ред. В.С. Нерсесянц. М., 1985, 279 ; Vander Waerdt, P.A., Philosophical influence on Roman Jurisprudence?
The case of Stoicism an natural Law, in Aufstieg
und Niedergang der römischen Welt, II.36.7, Berlin-New York, 1994,
4851 s.
[69] Cic., De fin.,
IV. 8 : Sequitur disserendi ratio
cognitioque naturae... in his igitur partibus duabus nihil erat, quod Zeno
commutare gestiret.
[71] In questo senso è molto caratteristica la scena
dell’inizio del dialogo tra l’epicureo Pomponio, l’accademico
e peripatetico Pisone e Cicerone, secondo cui costui sicuramente era ammiratore
di Pitagora (Cic., De fin.,
V. 2. 4).
[72] Più dettagliatamente sull’influenza del
pitagorismo vedi Tondo, S., Profilo di storia costituzionale romana,
I, Milano, 1981, 48-55 ; Кофанов, Л.Л., Lex и ius : Возникновение и развитие римского права в VIII-III вв. до н.э. М., 2006,
289-293.
[73] Iust., Inst., II. 1. 11. Singulorum
autem hominum multis modis res fiunt : quarundam enim rerum dominium nanciscimur iure naturali, quod, sicut
diximus, appellatur ius gentium, quarundam iure ciuili. commodius est itaque a
uetustiore iure incipere. palam est autem uetustius esse naturale ius, quod cum
ipso genere humano rerum natura prodidit. Cfr.
D. 41. 1. 1.
[74]
Cic., De
leg., III. 49 : Nos
a<u>t<em> de iure nat<ur>ae cogitare per nos atque dicere
debemus, de iure populi Romani, quae relicta sunt et tradita.
[75] Vedi per esempio: Schiavone A. Per una
storia del giusnaturalismo
romano, in Testi e problemi del giusnaturalismo romano,
cit., 3-10.
[79] Cic., Pro Mil., 43 : ut Clodium nihil delectaret, quod aut per naturam fas esset aut per leges liceret.
[81] Frg. Bob. gramm., suppl.
542, 18 (Ad Aen. VI. 438) :
Fas naturalis lex. Cfr. Pers.,
5. 98 ; Manil., IV. 520. Più dettagliatamente su questo
significato di fas ved. : Thesaurus Linguae Latinae, Vol. VI. 1, 287-296.
[82] Serv., Georg., I. 269 : ‘fas et
iura sinunt’ : id est divina humanaque iura permittunt : nam ad
religionem fas, ad homines iura pertinent.
[85] Per il concetto di fas
e nefas e la bibliografia vedi Sini, F., Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica,
Torino, 2001, 268-272.
[87]
Regell, P., De augurum publicorum libris, Part. I, Vratislaviae, 1878, 3-7 ; Linderski, J., The Augural Law, in ANRW
II. 16, III, Berlin-New-York, 1986, 2230 s.
[88] Cic., De divin., II. 70 : Difficilis
auguri locus ad contra dicendum. Marso fortasse, sed Romano facillumus. Non
enim sumus ii nos augures, qui avium reliquorumve signorum observatione futura
dicamus. Et tamen credo Romulum, qui urbem auspicato condidit, habuisse
opinionem esse in providendis rebus augurandi scientiam (errabat enim multis in
rebus antiquitas), quam vel usu iam vel doctrina vel vetustate immutatam
videmus.
[89] Cic., De divin., I. 105 : Cui quidem
auguri vehementer adsentior ; solus enim multorum annorum memoria non decantandi augurii, sed divinandi
tenuit disciplinam.
[90] Fest. P. 197 L.: Oscinum tripudium est, quod oris cantu significat quid
portendi; cum cecinit corvus, cornix, noctua, parra, picus. Fest. P. 197 L.: Oscines aves Ap. Claudius esse ait, quae ore canentes
faciant auspicium, ut corvus, cornix, noctua... Cfr. Cic. Nat. deor. II. 160.
[91] Plin. N.H.
XVIII. 362-363: garrula – at sereno tempestatem –, corvique
singultu quodam latrantes seque concutientes, si continuabunt, serenum
<diem>; si vero carptim vocem resorbebunt, ventosum imbrem. Graculi sero
a pabulo recedentes hiemem, et albae aves cum congregabuntur et cum terrestres
volucres contra aquam clangores dabunt perfundentque sese, sed maxime cornix, hirundo
tam iuxta aquam volitans, ut pinna saepe percutiat, quaeque in arboribus
habitant, fugitantes in nid<o>s suos, et anseres continuo clangore
intempestivi, ardea in mediis harenis tristis.
[92]
Lucr. V. 1083-1086: et partim mutant cum tempestatibus una / raucisonos cantus,
cornicum ut saecla vetusta / corvorumque gregis ubi aquam dicuntur et imbris /
poscere et inter dum ventos aurasque vocare; Plin. N.H. X. 33: corvi in auspiciis soli videntur intellectum habere
significationum suarum... pessima eorum significatio, cum gluttiunt vocem velut
strangulati.
[93] (Ulp.) D. 50. 16. 38 : ‘Ostentum’ Labeo definit omne contra naturam cuiusque rei
genitum factumque. duo genera autem sunt ostentorum : unum, quotiens quid contra
naturam nascitur, tribus manibus forte aut pedibus aut qua alia parte corporis,
quae naturae contraria est : alterum, cum quid prodigiosum uidetur, quae <G>raeci fant£mata uocant.
[95] Сини Ф. Право и pax deorum в
древнем Риме [Sini,
F., Diritto e pax deorum in Roma antica], in Ius
Antiquum, Древнее право 19, 2007, 10 s.
[97] Vedi Linderski,
J., op. cit., 2245 (rinvio ai
fasti augurali nel C.I.L. 6,
1976) ; Huelson, Ch., Neues Fragment der Auguralfasten, in Jahreshefte d. Österr. Arch.
Inst.13, 1910, 253-256 ; Münzer, F., Zu den Fasti Augurum, in Hermes
52, 1917, 152-155.
[99] Serv., in Verg.
Georg., I. 268 : feriae enim operae deorum
creditae sunt. sane feriis terram ferro tangi nefas est, quia feriae deorum
causa instituuntur, festi dies hominum quoque.
[101] Сини Ф. Право и pax deorum в
древнем Риме [Sini, F.,
Diritto e pax deorum in Roma antica],
26.
[104]
Cic., De leg., II. 21 : Interpretes
autem Iouis optumi maxumi, publici augures... urbemque et agros et templa
liberata et effata habento.
[105]
Cic., De
leg., II. 21 : publici augures... uineta
uirgetaque salutem populi auguranto.... Sul
legame stretto del significato del verbo augurare
e del verbo augere (aumentare,
fecondare, far crescere) vedi Catalano,
P., op.
cit., 27-31. Vedi anche il commento del citato brano di
Cicerone : Linderski, J., op.
cit., 2177-2180 ; Vaahtera, J., Roman augural lore in greek historiography.
A study of the theory and
terminology, Stuttgart,
2001, 133-136.
[106]
(Cels.) D. 50. 16. 86 : Quid aliud sunt ‘iura praediorum’ quam praedia qualiter se
habentia : ut bonitas,
salubritas, amplitudo?
[107]
Behrends, O., Bodenhoheit und
Bodeneigentum im Grenzwesen Roms, in Die
römische Feldmesskunst, Göttingen, 1992, 213–243 ; Gargola, D.J., Lands, Laws and Gods. Magistrates and Ceremony in the Regulation
of Public Lands in Republican Rome,
Chapel Hill & London, 1995, 35-50.
[109]
Lex XII Tab., VII. 8a (= Pomp.,
D. 40. 7. 21 pr.) : ... uerba
legis XII tab. ueteres interpretati sunt « si aqua pluuia nocet », id est « si nocere
poterit ; 8b. (= Paul., D. 43. 8. 5) : Si per publicum locum riuus aquae ductus priuato
nocebit, erit actio priuato ex lege XII tab., ut noxa domino ut noxa domino sarciatur.
[110]
Cic., Top.,
9. 38-39 : ut aqua pluuia ultimo
genere ea est quae de caelo ueniens crescit imbri ; sed propriore loco, in quo quasi ius arcendi continetur, genus est aqua
pluuia nocens, eius generis formae, loci ultio et manu nocens ; quarum altera iubetur ab arbitro coerceri,
altera non iubetur.